domenica 28 agosto 2011

La frutta di Gerardo

Gerardo in avenida Indipendencia
Gerardo si merita la sola foto che ho scattato a Santo Domingo.
Non so come sia successo. Non ci saranno foto della capitale dell'isola. A volte, prende così. Qualcosa che invischia, non paralizza, ma impedisce. La fotografia, per me, è un mezzo di comunicazione. Un tentativo di contatto. E questo, qui, non è successo. Potrei raccontare metro per metro i miei passi. Santo Domingo ha il dono della immobilità. C'è sempre lo stesso cane steso sul marciapiede sotto l'ultimo albero della rotonda. C'è sempre lo stesso ragazzo dalle basette folte che mi grida dietro: 'Peluquero'. C'è sempre il venditore di quadri con le stesse parole: 'Buen precio'. C'è sempre la stessa, vecchia medicante. Non cambia nemmeno posa. C'è sempre la ragazza con la maglietta rosa e tette colossali: 'Mi amor...'. C'è sempre lo stesso cameriere con i baffi da film yankee sui Caraibi e la pancia che ci prova a contenersi, ma proprio non ce la fa. E il ragazzo che fa una specie di tortilla con queso, pollo che non è pollo e mais, non si è ancora stufato? Marchionne sarebbe fiero di lui, fa gli stessi movimenti almeno mille e seicento volte al giorno. E le tortilla hanno sempre le stesso sapore stupido. Ma costano 70 pesos con una Kora Kola con ghiaccio. Inutile chiedere di non metterlo.

Ma poi c'è Gerardo. Con lui si fanno chiacchiere. Ora è arrivato a offrirmi il caffè in microbicchierini di plastica (scusami, Marinella). Ogni giorno il prezzo della sua vaschetta di frutta scende. Di cinque centesimi. Mi ha fatto perfino credito sulla banana. Ha un camioncino che parcheggia all'angolo del mio albergo. Ogni mattina si sveglia alle tre e quarantacinque, domenica compresa. Va al mercato. Compra la frutta. Alle cinque è qui e si beve un caffè con un guardiano. Fa così da ventun'anni. 
'Devo avere capitale da investire per comprare la frutta. Oggi non ce l'ho fatta a comprare i mango. Troppo cari', mi spiega. Ma ha scambiato venti ananas con un commerciante che gli procurava uniforme e quaderni per le due figlie che ancora vanno a scuola. Ci vogliono seimila pesos, mi dice, per mandare a scuola le due. Quasi centoventi euro. Una somma spropositata. 'Senza quei soldi non riesco a comprare la frutta e il lavoro si ferma'. Gerardo mi spiega le regole per vivere in città, mi descrive i tigres, i delinquenti dall'aria torva, mi consiglia di entrare nei bar dove sta seduta almeno una famiglia.

Lui viene dalla loma di Neyba. Conosco quella montagna. I suoi genitori stanno all'Aguacate. Sono stato lassù. Nocca contro nocca, allora. Occhi che si illuminano. Cerca di spiegarmi dove è la loro capanna. Mi dice che ci torna una volta all'anno. Per Semana Santa. Hanno un po' di terra con il caffè. Mi viene da dirgli una bugia: che andrò presto all'Aguacate. Non so perché. E' venuta così.

Sì, ho scattato la sola foto di Santo Domingo a Gerardo.
Santo Domingo, 28 agosto

Libia, elogio di Belgasin



In questi giorni due amici mi hanno ricordato Belgasin, il vecchio custode della moschea Gurgi, la più bella della Medina di Tripoli. Un'amica mi ha addirittura parlato di un articolo vecchio di sei anni che avevo scritto per Il Manifesto e del quale mi ero completamente dimenticato. L'ho ritrovato. E così, nella lontananza immensa che mi divide da Tripoli, mi viene di sistemarlo in questo piccolo spazio. La mia Tripoli è in piccoli uomini come Belgasin. A cui avrebbe dovuto essere risparmiata la violenza di questi giorni. 
La moschea Gurgi è a cinquecento metri dall'hotel Corinthia. Questo albergo fu il primo grattacielo a rompere la perfetta simmetria della Città Vecchia. Oggi vi trovano rifugio i giornalisti e si spara fra i suoi saloni. Qualcuno troverà tempo e pace per andare a vedere come sta Belgasin? Sono passati quasi due anni da quando lo incontrai l'ultima volta.
Mi accorgo che scrissi quell'articolo sei anni fa. Ho deciso di lasciarlo così com'era. A volte ci sono tempi immobili in cui ci piace tornare.

Belgasin, il custode della moschea Gurgi


Belgasin, da quando lo conosco (e cioè da più di dieci anni), è sempre vestito con la cravatta, una giacchetta scura (la penna bic nel taschino) e una camicia chiara. Quest’anno ha compiuto ottanta anni. Da tempo, quando vado a trovarlo, mi fa accomodare in una stanzetta ricolma di ombra, nascosta dietro la moschea Gurgi a Tripoli. Siedo sul suo letto e Belgasin mi offre un bicchier d’acqua: è come se mi regalasse un momento di pace assoluta. Guardiamo le vecchie foto appese alle pareti e lui racconta di tempi lontani. Belgasin parla un italiano dolce e spezzato, memoria di scuole italiane e degli anni della colonia. Lui è il custode della moschea: ogni giorno apre la sua porta verde e accoglie, in silenzio e con un sorriso, gruppi di turisti che chiedono di poterla visitare. Per me, la moschea Gurgi è la più bella di Tripoli: piccola, decorata con arabeschi floreali, abbellita da sedici colonne, con un minareto (il più alto della città vecchia) ottagonale. Si trova alle spalle dell’Arco di Marco Aurelio, unico monumento romano di Tripoli: per questo ogni turista che approda in città bussa alla porta di Belgasin. Lui c’è sempre. Spesso sono decine e decine di persone in una sola volta: ora le crociere Costa arrivano con regolarità in Libia e scaricano sulle banchine di Tripoli eserciti di turisti. La moschea è troppo piccola per accoglierli tutti. Belgasin dirige il traffico della gente fra le due porte del cortile interno dell’edificio. Sorveglia che tutti si tolgano le scarpe e si inchina leggermente se qualcuno offre una mancia. Solo una volta ho visto il vecchio custode cambiare di abito: era Maoled, la festa della nascita del Profeta, il ‘Natale’ musulmano.Allora Belgasin indossò la sua veste lunga, chiuse la moschea e se ne andò nella zuwiya Sarira, centro di misticismo sufi nel cuore della città vecchia. In piedi su un gradone, ondeggiando lievemente, guardò per ore i fedeli suonare ‘i tamburelli’ e i piccoli piatti di ottone di una preghiera ipnotica. Nei vicoli della medina i ragazzi facevano esplodere petardi. Noi, unici ‘occidentali’ persi fra la gente in festa, eravamo presi di mira da questi guappi dall’aria spavalda: cercavano di far scoppiettare quegli ordigni rumorosi fra le nostre gambe. Poi scappavano ridendo. Belgasin, ogni volta, li redarguiva con un gesto e loro, per un attimo, si mostravano pentiti.

Bella, Tripoli. Con questa sua aria mediterranea. Con il vento del mare che, perfino in estate, raffresca l’aria. I tripolini passano le sere a godersela nei giardini di fronte alla piazza Verde. Paese a mille facce, la Libia. Noi abbiamo in mente solo Gheddafi, vecchio e contraddittorio leader al potere da 37 anni. Cosa è rimasto della sua utopia del deserto? Lui diceva di sé: ‘Sono un beduino analfabeta. Non so cosa siano gli arredi, bevo l’acqua delle piogge e delle pozze nelle mie mani congiunte. Non ho un certificato di nascita’. I suoi figli giocano in borsa, vanno in vacanza in Costa Smeralda, si sono comprati un bel pezzo di Juventus (un pessimo affare, visto con gli occhi di oggi) e uno di loro ha giocato tredici minuti di calcio di serie A nella scorsa stagione. Il mito beduino è ancora nella storia del clan Gheddafi?

Il consolato italiano di Bengasi è ancora vuoto dopo essere stato razziato e bruciato a febbraio. Lampo improvviso nella storia recente della Libia. Gli amici di Tripoli e Bengasi mi chiamarono subito: ‘Non credere ai giornali. Nessuno, qui, ha ragioni di cattiveria contro gli italiani’. Dissero proprio così. Belgasin non mi disse nulla, lui è uno degli specchi della mia Libia. Scosse la testa. Lasciò che i turisti entrassero in moschea e se ne disinteressò. Mi accompagnò nella sua povera stanza. Da una brocca versò un bicchier d’acqua. 


venerdì 26 agosto 2011

Libia/Gattopardo a Tripoli


L'hotel Corinthia a Tripoli


Follow the money. Come è difficile seguire le piste del denaro. Non credo che esista una contabilità al centesimo di quanti soldi libici ci siano nelle casseforti delle banche occidentali. Il Wall Street Journal fa i suoi calcoli: 37 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Quasi venti miliardi in Gran Bretagna. Poco più di dieci in Germania. L’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, dice che vi sono 140 miliardi di dollari congelati dalle sanzioni Onu. Farhat Omar Bengdara dovrebbe saperlo bene: ex-governatore della Banca di Libia, vicepresidente di Unicredit, bengasino, molto incerto, nei primi giorni della rivolta, sulla parte dalla quale schierarsi. Lui ha sempre parlato di 130 miliardi di dollari. Altri hanno fatto calcoli più generosi: 160 miliardi di dollari. Il Sole24ore scrive di 165 miliardi di dollari.

Le banche occidentali, arabe e asiatiche saranno ben tristi se questa montagna di soldi verrà scongelata. Rischiano di vedersi svuotare le proprie casseforti in un momento in cui avere soldi liquidi intoccabili farebbe molto comodo. In Europa sono congelati beni e denaro di quaranta personalità libiche (ad aprile dalla lista fu tolto il ministro degli esteri di Tripoli, Musa Kusa, fuggito a Londra) e cinquantaquattro ‘entità’ (fondi sovrani, banche, grandi società pubbliche….)

Per due settimane il Sudafrica ha minacciato il veto se i fondi che le Nazioni Unite avrebbero scongelato fossero finiti solo nelle mani del Consiglio di Transizione. E a chi altri avrebbe voluto darli, il Sudafrica? Alla fine, è stata trovato un accordo e un milione e mezzo di euro sono stati sbloccati. Non è chiaro a chi saranno consegnati. Al ministro delle finanze dei ribelli, immagino.

Non è così facile scongelare i soldi libici. Devono essere messi in moto complessi meccanismi burocratici. Sono possibili contenziosi giudiziari. A chi appartiene il Fondo Sovrano Libico? ‘Al popolo’, dicono i ribelli libici. Lo sosteneva anche Gheddafi. 

Alla fine, qualche soluzione si troverà. In Italia, a leggere le cronache, si precorrono i tempi. Consapevoli che, visti i nostri precedenti e appassionati rapporti con Gheddafi, bisogna acquistare credibilità presso i ribelli. Quindi, sempre a dar retta ai giornali, Unicredit ha già versato 300 milioni di euro nelle casse del Consiglio di Transizione (mediatore, immagino, il vicepresidenti libico della banca: chissà se ora si metterà fine all'ipocrisia di Banca Centrale Libica e Fondo Sovrano che, come azionisti di Unicredit, fanno finta di non conoscersi). L’Eni è stata più sparagnina: ha prestato la metà. L'amministratore delegato Scaroni ha già fatto sapere che vuole garanzie, ma deve osare qualcosa se davvero vuole essere in prima fila nello scramble for oil (l'Eni dovrebbe aver acquistato punti: si dice abbia aiutato l'ex-ministro del petrolio libico a fuggire. Scaroni si guarda bene dal rispondere alla domanda). Berlusconi  si è inventato una scorciatoia, a leggere il Wall Street Journal, per aggirare le complesse procedure europee per scongelare i soldi libici: ha sbloccato mezzo milione di euro e ha fatto un accordo bilaterale con i capi del Consiglio di Transizione
Ci vuole una buona dose di coraggio: i ribelli non hanno ancora ricostruito un proprio ‘governo’ dopo la crisi di luglio (certo, hanno altro a cui pensare).  Già, qualcuno sta esitando. In fondo, voi dareste 160 miliardi di dollari a gente che ancora non avete imparato a conoscere?

Il Sole24ore ha saggiamente scritto che più che un impegno alla ricostruzione di un paese (ricco, molto ricco), questa sembra una competizione a una gara d’appalto. Bisogna mettersi in mostra davanti ai nuovi padroni del petrolio, con il vantaggio di avere conquistato molte posizioni a scapito di quei pavidi di russi e cinesi.
Questa è un brutta storia. Si prova a cambiare tutto perché nulla cambi. Gattopardo, già.
Santo Domingo, 26 agosto



giovedì 25 agosto 2011

Libia/ 'Noi conosciamo bene il paese', parola dell'Eni

Il gasdotto dell'Eni
Leggo una intervista a Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni.
Uomo prudente. Ha atteso che i ribelli entrassero a Tripoli per decidersi a parlare pubblicamente. Troppi gli interessi dell'Eni, nel paese. Primo produttore di petrolio in Libia, da qui l'Eni estraeva il 15% della sua produzione. Un terzo del nostro fabbisogno energetico. Per settimane, all'inizio della rivolta di Bengasi, l'Eni ha oscillato fra la fedeltà a Gheddafi e la tentazione di schierarsi con i ribelli. Mica era facile capire chi avrebbe vinto prima dell'intervento della Nato. E gli affari valgono ben più di un'anima cristallina.

Ma non è questo che mi ha colpito nelle parole di Scaroni. A me interessano i dettagli, quelli che rivelano gli uomini. L'amministratore delegato fa due affermazioni in qualche modo sorprendenti. 'Noi conosciamo bene la Libia', dice. E' vero: l'Eni è nel paese da quasi sessanta anni, nell'era di Gheddafi era uno Stato nello Stato; era potente, il nostro ente petrolifero, più potente di un'ambasciata. Ma se conosceva così bene il paese, come è possibile che non avesse avuto alcun sentore di quanto stava covando sotto le crepe del regime? Possibile che più di un mese dopo le rivolte arabe in Tunisia ed Egitto, l'Eni non sia stata capace di prevedere quando stava per succedere in Libia? Vero, nessuno ne è stato capace, ma Scaroni precisa che l'Eni conosce il paese meglio di chiunque altro. Forse è arrivato il tempo di disfarsi degli uomini della sua intelligence.

Adesso Scaroni definisce una pagliacciata la cavalcata dei cavalli berberi di Gheddafi a Roma. Capisco le diplomazie, ma un briciolo di coraggio (avventato) avrebbe potuto dimostrarlo anche allora (nemmeno un anno fa). Tutti sapevano di questa pagliacciata e allora perché almeno non sussurrarlo. O, in nome degli affari, si accetta tutto?

Davvero ci vorrebbe un processo internazionale a Gheddafi. Il rais potrebbe chiamare a sua difesa i premier di quasi tutto il mondo occidentale. Da Silvio Berlusconi a Tony Blair, da Gordon Brown a Sarkozy. Davanti alla sua tenda, si sono messi in fila tutti. Perfino Condoleeza Rice, segretario di stato di George Bush, andò a Bab al-Azaziya a dire che 'non si è nemici per sempre'. E il ministro degli esteri, Frattini, a pochi giorni dalla sollevazione di Bengasi, non esitò a definire Gheddafi come un modello per il mondo arabo.
Santo Domingo, 25 agosto


Non ho lasciato l'isola. L'addio di ieri non è stato un buon presagio. L'aereo se ne è andato mentre ero distratto. Tripoli è lontana da questa isola. 


mercoledì 24 agosto 2011

Dominicana/Adios Muchachos

Questo post aveva una regola personale che ora infrango.
Non vuole essere diario, nemmeno una storia 'personale'. E' un tentativo casuale di raccontare storie quotidiane con una tecnica giornalistica. Almeno quella che ho usato per tanti anni. Non so quanto mi riesca. E' l'illusione di continuare un mestiere che ho molto amato.

Ora, ultimo giorno in questa isola, mi va di infrangerla questa regola. Per una volta.

Forse perché non ho capito molto di questa isola. C'è sempre il tentativo di 'capire', quando il dovere dovrebbe essere quello di 'raccontare'. Senza giudizi o ideologie. Avvertendo che nemmeno il racconto è davvero la realtà. E' un punto di vista.

Bene, chiudo il computer con tre foto. Dove, per la prima volta, appaio anche io. Quindi questo diventa un messaggio personale fra me e i ventisette lettori fissi e quelle decine di saltuari che ogni giorno si collegano a questo blog. E' un saluto all'isola e agli uomini e donne che mi hanno aiutato a camminare per questa isola.

La playa atras del Morro a Monte Cristi

Prima foto. Per tre settimane ho scritto che l'isola è lontana dal mare. Un altro punto di vista: il mare c'è. Ci siamo tuffati in una domenica pomeriggio. Il mare non era di cristallo, ma sabbioso. Le onde uno schiaffo divertito e l'acqua caraibica. Bello.
In spiaggia solo ragazzetti dominicani. E uomini con ragazze molto più giovani. Tutti con l'aria di divertirsi un mucchio.

L'uragano al mercato di Dajabon

Siamo arrivati con il ciclone Emily. Ripartiamo sulla coda dell'uragano Irene. L'avanguardia della tormenta tropicale ci ha sorpreso al mercato binazionale di Dajabon. Confesso: è stato un altro grande divertimento prendersi ogni goccia di pioggia violenta.

I banchi della porchetta lungo la strada per Santo Domingo

Infine, non me ne abbia nè Marinella (che me ne vorrà), nè i miei amici vegetariani. Ma la specialità delle colline attorno a Santo Domingo è la porchetta. Migliore di quella delle Feste dell'Unità di Montespertoli. Da far invidia a pastori sardi e contadini materani. Piatto tipico dei Caraibi, la porchetta. Mi sa tanto che i dominicani hanno da lavorare sull'identità. Questa isola non è Caribe, non è Latinoamerica, non sono ispanici, checchè ne dicano, nè tantomeno 'bianchi', cercano di copiare, con risultati pessimi, il peggio degli Stati Uniti. Almeno in cucina. Ma la loro porchetta è divina. E che il Dio dei vegani mi perdoni.

Bien, adios, muchachos, companeros de mi vida. Fuori la coda dell'uragano è rabbiosa e potente. Ci sarà il banchetto dell'uomo che vende frutta in avenida Indipendencia?
Sull'isola, 24 agosto

martedì 23 agosto 2011

Dominicana/L'otto volante di Dajabon




L'apertura della Frontiera


Un uomo versa acqua e cloro sul ponte dove dovranno passare, a passo di corsa, trentamila haitiani. I soldati osservano decine e decine di persone che scivolano nelle acque del fiume Masacre e passano, senza varcare una frontiera, il confine fra Haiti e Dominicani. Sono attesi da tigres haitiani che gli estorceranno soldi per quel passaggio anzi tempo.

Il cancello. Sopra

Il cancello. Sotto


Giorno di mercato a Dajabon, frontiera fra il paese dei ‘bianchi’ e il paese dei ‘neri’. Venerdì e lunedì, la finzione perfetta del confine raggiunge la sua apoteosi. Spettacolo da non perdere. E da prendere sul serio: raccontano che qui girano due milioni di dollari nei giorni del mercato. Questo mercato è l'economia delle regioni del Nord dell'isola doppia. Ci sono uomini e donne con secchi colmi di pesos. Si vendono tondini di acciaio, cemento, riso degli aiuti internazionali ad Haiti, cellulari, vestiti e scarpe della Caritas, rum, carne, pentolame, pasta, cianfrusaglie di ogni genere, polli, patatine Palito, camice, reggipetto, platanos…..tutto, si vende tutto al mercato binazionale. Che dovrebbe essere binazionale: in realtà lo spettacolo è sulla sponda dominicana (e Dajabon incassa le imposte dai tremila e passa mercanti), i mercanti (quelli potenti) sono dominicani. Mercato degno di Macondo. Tanto è matto.

Sappiamo che la nostra presenza, con le macchine fotografiche, è un antidoto alla più sfacciata corruzione. Ma i tigres non ce la fanno e alla fine taglieggiano sotto gli occhi di tutti chi vuole raggiungere il mercato senza aspettare l’apertura del cancello. I soldati fanno finta di severità in nome dei bianchi stranieri che stanno lì a non fare un bel niente.

L'apertura del cancello

Fin dall’alba, migliaia di haitiani si pigiano, con ordine confuso, accalcato e perfetto, contro il cancello della frontiera. L’uomo del cloro continua a disinfettare (c'è colera ad Haiti), clandestini-non clandestini continuano a passare dal fiume sotto il ponte per fare gli affari per primi. Gli altri aspettano. Poi, un soldato scioglie la catena e allora è la partenza di una gara impossibile. E’ una fiumara saltellante quella che si riversa sulla sponda domicana. Un’esplosione. Impressionante, ma quasi festosa. Donne con le sedie in testa, vecchi con sacchi intrasportabili sulla schiena, gente con le carriole, con i carri, con casse con le ruote. Un’alluvione. Ragazze con borse piene di mutande. Giovani che sembrano maratoneti. Uomini dai muscoli d’ebano spingono carretti con il ghiaccio: blocchi di ghiaccio coperti da segatura trasportati dalla Dominicana ad Haiti. Dove andranno? Non si scioglieranno prima di arrivare. Nemmeno il ghiaccio si produce ad Haiti? Sudore che cola a fiotti. 





Di corsa verso il mercato

Di corsa verso il mercato. Sacchi galleggiano sulle teste. Molti sono carichi all’inverosimile. Ma, assurdo per assurdo, c’è un ordine in questo disordine. Ci sono regole in questo purgatorio affollato di migliaia e migliaia di uomini e donne. Curva secca dopo il ponte, una inversione a U, la strada che si stringe e pigia-pigia di corpi che sognano di arrivare alle prime file del mercato.

Scesi dal ponte, verso il mercato
 L’Unione Europea non ha trovato di meglio che progettare un nuovo mercato sulla sponda dominicana. Sta costruendo un edificio a due piani. A guardarlo così sempre un’immensa fesseria. Due piani? E come salire con tonnellate di sacchi al secondo piano? E chi ci andrà al secondo piano? E tutto questo oceano di informale che si beffe dei confini (ma che esiste perché c’è un confine, perché le merci hanno valori diversi fra Haiti e Dominicana) entra per davvero nel nuovo mercato pensato da un architetto europeo. Perchè non fare un mercato che sia davvero binazionale: su entrambe le sponde del fiume?

Ci sono poi gli uomini e le donne che approfittano del mercato per ‘sparire’. Non rientreranno ad Haiti. Ci sono case dove finiranno nascosti. I buscones, mediatori di uomini, sono al lavoro. A notte, poi i nuovi migranti svaniranno verso cantieri delle costruzioni o lavori nei campi nell’Est dell’isola.

Tormenta tropicale sul mercato

Alla fine, su questo teatro del non-credibile (eppure così reale che non lascia spazio ad alcuna fantasia: Macondo esiste), piomba l’avanguardia dell’uragano Irene. Il mercato è travolto da una tormenta tropicale. Ma non si interrompe, si assembra sotto teloni e lascia scorrere fiumi di acqua e fango. Borseggiatori in azione, sento frugarmi nelle tasche da una mano quasi cortese. Rispondo con una pacca sulla spalla all’uomo. Ci guardiamo per un attimo. Siamo fradici di una pioggia calda e violentissima. Ma se dicessi che, allo stesso tempo, non mi sento bagnato e che continuo a camminare nel mezzo del mercato? Forse davvero la frontiera è una pantalla. Uno schermo. Un film attorno all'umanità.
Sull’isola, 22 agosto







Dopo 42 anni, la caduta di Gheddafi

Verso Tripoli (da The Guardian)
A quindicimila chilometri di distanza, in un'isola tropicale, leggo e guardo le immagini della caduta di Tripoli. Forse Gheddafi è stato ucciso, come già sostengono alcuni blog. Forse ci sono gli aerei del Sudafrica ad aspettarlo da qualche parte. Lo sapremo fra poche ore. La sua era è finita.

Mohammed, il suo primogenito, figlio della prima moglie, fa in tempo a parlare con al-Jazeera: 'Abbiamo mancato di saggezza e capacità di previsione'. E poi i ribelli irrompono nella sua casa. Dicono che abbia fatto in tempo a fuggire. Quanta tragica malinconia nelle parole del figlio del rais. Mohammed è stata una figura di secondo piano nel regime di suo padre. Quanti, fra i governanti del mondo arabo, hanno avuto saggezza e capacità di previsione? Quanti loro alleati occidentali hanno avuto saggezza e capacità di previsione?

L'era di Gheddafi non celebrerà il suo ultimo Primo Settembre, anniversario della Rivoluzione del 1969.  Ramadan non ha fermato la guerra. Non c'è stata tregua. I ribelli di Bengasi dovevano chiudere la guerra in tutti i modi. Dovevano vincere prima di Settembre. Hanno avuto bisogno di 7459 'obiettivi' colpiti da bombe Nato per arrivare a Tripoli. Troppo gravi le lacerazioni al loro interno, culminate, un mese fa, con l'assassinio del loro comandante militare, ex-fedelissimo di Gheddafi. Attentato che rimane oscuro nei giochi sporchi attorno al destino della Libia.

Da oltre un mese, non si sa più chi comandi davvero a Bengasi. Non si è ricomposto un Consiglio di Transizione. E una spallata decisiva a Gheddafi è venuta da chi ha sempre cercato di opporsi al regime: i berberi della montagna, i berberi del Jabel Nafusah. Ma gli arabi di Bengasi avranno saggezza e capacità di previsione nell'ascoltare le rivendicazioni dei berberi?

La primavera araba è davvero un uragano mediterraneo: scomparsi i rais dell'Egitto, della Tunisia e della Libia. Indifendibile il rais siriano. Più o meno scomparso il padrone dello Yemen. Intimoriti i militari algerini. In ansia i sovrani di Marocco e Giordania. Assomiglia a un domino il 2011 dei paesi arabi.

E diventa sconcertante l'incapacità di Israele di prendere una qualche posizione. Il mondo attorno a loro sta cambiando. Tel Aviv sembra temere il vento di libertà che attraversa il mondo arabo. Sembra temere l'inimmaginabile.

Io, oltre un oceano, troppo lontano da Tripoli, penso alla gente della Città Vecchia, ai ragazzi neri che lavoravano nei bar, ai fumatori di narghilè nei giardini della Gazzella, ai pescatori del vecchio porto, all'uomo del luna-park alle spalle della sfilata dei grattacieli del nuovo lungomare, a Giovanni Martinelli e alla sua chiesa di San Francesco; al vecchio Belgasin, guardiano della moschea Gurgi, che mi apriva la porta con gentilezza e mi offriva un bicchier d'acqua; ai Sufi nascosti nelle scuole coraniche meno conosciute; a Bruno, custode del cimitero italiano di Hammangi....spero che ci sa saggezza in chi oggi comanda a Tripoli.
Da troppo lontano, Mao, Dominicana, 22 agosto

lunedì 22 agosto 2011

Dominicana, Haiti/El masacre se pasa a pie

Il cancello dominicano sul ponte

Il ponte vibra a ogni passo. Il peso di un camion sembra un terremoto: il ponte oscilla. Eppure è un ponte senza glorie: cinquanta metri di lunghezza, non di più; spallette che vengono giù a pezzi; pozzanghere di piogge obbligano a camminare con cautela. Questa è davvero la Frontiera. Dajabon, il più importante luogo di passaggio fra Haiti e Dominicana. Qui circola denaro e uomini. Un doppio cancello sbarra il ponte. Non è vero: il cancello haitianon è spalancato. Il cancello dominicano è controllato da tre persone. Un militare giovane con addosso una giacchetta che annuncia che ‘el sueno comienza’ e due tipi dall’aria da capobastone. Sono loro a decidere chi passa e chi no. Nessuno esibisce documenti. Ci si conosce qui sul ponte. C’è aria di mance che scivolano di mano in mano. C’è aria di violenza nascosta. Qualche spinta, qualche stupida arroganza, accenni di ferocia. E’ un gioco crudele. Ed è un teatro. Muove soldi, la frontiera. E’ una finzione, la frontiera. Una finzione vera.

El rio Masacre se pasa a pie


Un fiume divide i due paesi. Il fiume Masacre. Nome di sangue: qui, in un autunno tropicale, più di settanta anni fa, vennero massacrati migliaia e migliaia di haitiani, colpevoli della loro pelle nera. Il fiume Masacre se pasa a piè. Nei giorni del massacro perché era colmo di corpi. Oggi perché le sue acque non arrivano al ginocchio e allora, dieci metri, sotto il ponte ragazzi, uomini e donne passano il confine camminando con tranquillità. Alcuni, damerini, non vogliono nemmeno bagnarsi i mocassini di plastica lucidati con la cera nera e allora affittano le spalle di un caballo, un ragazzo che ti prende in groppa e ti fa passare il fiume.

Il cancello


Tutto è irreale. Questa frontiera dovrebbe essere sorvegliata per fermare l’ìmmigrazione clandestina haitiana. In realtà, la frontiera non esiste. E, allo stesso, tempo è ben disegnata. Chi passa il Masacre a piedi, trova una ‘seconda frontiera’. Soldati o buscones haitiani, mediatori di qualsiasi sporco affare, sull’altra sponda. A loro bisogna pagare il pedaggio di aver passato la frontiera. Dopo sarà un gioco a guardie e ladri. Nessun haitiano illegale ha documenti. Il passaporto è un lusso. Un atto di nascita è un lusso.

La frontiera


Ragazzini nudi sguazzano nel fiume. Scatto delle foto e loro si arrampicano sulla sponda dominicana. Si abbarbicano a inutili barriere di metallo. E’ tutto finto: ci sono fili spinati nuovi di zecca che sigillano spallette di un nuovo ponte. Ma lasciano aperto il sentiero che scende al fiume dove un uomo sta passando con sulle spalle una liquidara. Un piccolo contrabbando. Ma il vero contrabbando è l’appalto Unione Europea per quel filo spinato.

Sulla frontiera si vive arrabilando. Senza regole. La frontiera sta lì perché muove davvero denaro. I militari dominicani sono malpagati e integrano il loro salario taglieggiando gli haitiani che premono sul confine. In Dominicana c’è lavoro, ad Haiti c’è solo la fame.

La frontiera


Nei dieci metri di terra di nessuno, sul ponte, ci sono quattro soldati Onu uruguaiani. Parliamo di Furlan, campione del calcio. Stanno lì. Statue a ricordare che dovrebbe essere una legalità internazionale. Sotto i loro occhi avviene di tutto.  E tutto è spietato e tranquillo. Anche noi, in mezzo a questo luogo da matti, siamo irreali. Stiamo lì, fra due cancelli, a scattare fotografie e a chiederci chi è il regista. Decine di donne, dai due lati del fiume, lavano i panni nelle acque di fango e rifiuti del fiume Masacre.
Sull’isola, 21 agosto

domenica 21 agosto 2011

Dominicana, Haiti/ Deviazione per l'Africa


El Corte


El Corte. Haiti. Nativity Village. Operacion Star Fish. E' tutto scritto nel grande cartello davanti alla prima casa. 'Dar da mangiare ai più poveri', questa è l'operazione Star Fish. Attorno una frotta di bambini dal volto incupito e gli occhi che fuggono. Molti nudi. Si aggruppano, ma non provano ad accerchiarci, si fermano a pochi metri di distanza e stanno lì. A guradarci. E noi a guardare loro. Poche donne. Molte incinte. Nessun uomo. Forse migranti in Dominicana. Forse al lavoro nei campi. Benvenuti in Africa. Benvenuti ad Haiti. Benvenuti in un villaggio solitario che ha lo stesso nome con il quale è conosciuto el masacre, il massacro di ventimila neri haitiani del 1937. 

Il bambino magico del Corte

La Carrettiera Internacional è una mulattiera di confine. Un ponte malsicuro attraversa il fiume Artibonito e siamo ad Haiti. Senza esserci veramente. Non c’è posto di frontiera, non un solo militare o poliziotto haitiano. Nessun controllo sulla frontiera. Solo due soldati dominicani, giovani e infelici di essere lì, che ci dicono di stare attenti e ci convincono a prendere un loro collega con noi. 'Per sicurezza. Di là è Haiti'. In realtà, il soldato aveva bisogno solo di un passaggio.

Il rio Artibonito, frontiera fra Dominicana e Haiti. Il soldato Mateo.

Sessantacinque chilometri di pista di frontiera. Tutti dal lato haitiano. Il mondo cambia davvero. La geografia cambia. La natura cambia. Dal lato dominicano, foreste e campi coltivati, scuole e caserme, qualche grande villa nascosta fra gli alberi. Dal lato haitiano è facile essere ingannati dalla bellezza del paesaggio. Non c’è un solo albero, non un solo cespugli. Niente di niente. Arbusti provano a crescere sulle pendici scoscese di montagne ripide tagliate da campi sui quali non cresce niente. E’ un deserto Haiti. Un deserto tinto di verde in questi mesi di stagione delle piogge. Altrimenti il colore è ocra disseccata. Una savana di alta quota. Hanno bruciato tutto. Ma qui attorno non ci sono abitanti. Per chilometri e chilometri viaggiamo senza incontrare nessuno. La strada è magnifica. Sfiora dirupi e precipizi, scansa frane recenti, serpeggia lungo montagne scintillanti al sole. In fondo ai valloni, mille metri più in basso, fiumi dai colori del fango.

Dominicana

Haiti

All’improvviso appare El Corte. Africa. Case fabbricate da qualche progetto di cooperazione o da qualche sovvenzione di governo. Tutte uguali. Desolate. Nemmeno un albero che le protegga dal sole. Il silenzio è il suono di fondo del Corte. Hai solo voglia di andartene da qua. Un Africa che non sa di esserlo.

La quema in un piccolo bananeto

La strada continua. Alcuni contadini si arrampicano su campi ripidissimi. Non c’è una sola pianura da queste parti. Bisogna coltivare su pendenze sulle quali è difficile perfino stare in equilibrio. Si bruciano gli arbusti per liberare spazio per i fagioli e per magri bananeti. Piccoli incendi si inseguono sulle montagne. Due ragazzi trascinano un ramo trovato chissà dove.
Alla fine appaiono alberi di mango. Un villaggio che vive della loro raccolta. Ragazzini nudi e uomini siedono ai bordi della strada, un paio di motorette. Tutti mangiano un mango e la polpa scivola sulle mani. La natura sembra ravvivarsi. Ci sono alberi, boschetti, campi di fagioli. Ecco il villaggio di Santa Maria. Parlano solo creolo. Lingua a noi sconosciuta. L’Africa ha un sobbalzo di vivacità. C'è un mercato da qualche parte. Ma c’è un’aria di tristezza irrimediabile. Oppure sono solo le mie sensazioni.

Santa Maria

Adesso le montagne sono più popolate. C’è un posto militare. Un soldatino. Sacchi di fagioli alle sue spalle. Ci dice: questo è territorio internazionale. C’è solo la bandiera dominicana. In realtà dovrebbe essere la frontiera fra Haiti e Dominicana. Poco più avanti c’è un mercato binazionale: haitiani e dominicani addossati nel caos di centinaia di bancarelle. Il business di sopravvivenza (e non solo: qui passano uomini e narcotraffico) è più forte della follia di questo confine. La frontiera è irreale: ora dalla parte dominicana c’è una foresta di pini caraibici, dal lato haitiano qualche albero prova a sopravvivere. File di uomini e donne percorrono sentieri scoscesi per tornare alle proprie baracche. Ore di cammino. Dicono che si cammina con le scarpe in mano, per non consumarle.

Altro chequeo militare. Ci ritirano il permesso che ci avevano dato per percorrere la carrettera. Ora siamo in Dominicana e la natura riprende il sopravvento tropicale di alta quota. Di nuovo, ville di legno sorprendenti. L’Africa è tornata lontana.
Sull’isola, 20 agosto





sabato 20 agosto 2011

Dominicana/Adios a Neyba


La piazza de arriba di Neyba


Ecco, i giorni di Neyba stanno per finire. Ne sono già passati venti. Domani andremo verso Nord. Lungo la frontiera. Mi rendo conto di non aver raccontato di questa città. Di non averne fotografie. Se non di qualcuno dei suoi abitanti.

So ben poco di Neyba.

Non sono stato attento. Avevo altro per la testa. So che alla sua banca c’è sempre una coda che dura ore. E nessuno ha capito come si smuove, però c’è l’aria condizionata e le poltroncine sono comode. So che ci sono i succhi di lechosa di Palin dolci di sei cucchiaiate di zucchero: valgono la pena e il vecchio indossa sempre una canottiera bianca. Ha nostalgia di Trujillo. Davanti al supermercato c’è anche l’uomo con gli occhiali gialli che prepara empanada fritte stirando la pasta con una bottiglia. All'angola, la signora del caffé nel thermos.

L'uomo delle empanada


Neyba ha poco meno di 30mila abitanti. Non è nemmeno citata nella Lonely Planet. Non ho visto un solo turista passeggiarvi. E’ uno dei capoluoghi del Sur Profondo dell’isola lontana dal mare. A un’ora dalla frontiera con Haiti. Mi raccontano che è una città conservatrice, ‘perché qui la gente non vuole cambiare’.

I ragazzi aspettano il finesettimana per la discoteca. Non c’è lavoro a Neyba. I dominicani si impigriscono e vivono con le rimesse dei parenti migrati negli Stati Uniti. Altri fanno botella, hanno un qualche impiego pubblico, uno stipendio senza lavorare, dicono le malelingue, che qui non mancano.

I ragazzi passano ore in compulsavi sms. Stanno parlando con te e continuano a mandare sms. Bevono molta birra. A sera si va al centro ricreativo Allà. Fracasso di amplificatore , un inquietante tipo con gli occhiali dalle stanghette rosse e birra Presidente. Nessuno va al bar Retorno. Il suo proprietario deve essere arrabbiato: è sempre vuoto e lui scaraventa nell’aria decibel che fanno vibrare le case di legno.

Il narcotraffico è sottotraccia, ma un ragazzo mi indica le case costruite con i soldi della droga. Che arriva dalla Colombia e transita per qui. I mula, i contrabbandieri della droga, vivono nei paesi dei dintorni.

Mi piace il fatto che un gruppetto di ragazzi sogna un cinema all’aperto e che lo vuole chiamare espacio de ocio.

Nella loma per sfuggire al caldo


Neyba sorge in una piana dal caldo soffocante. Le montagne, le due lomas che chiudono gli orizzonti della piana, sbiadiscono nel caldo. Ma appena ti arrampichi l’aria si fa più fresca e tersa.

L’acqua non è potabile, l’acqua è grande business a Neyba e nell’isola. Viene venduta in bottiglioni a stantuffo. L’elettricità manca ogni giorno per ore. Tutti abbiamo inversores in casa. Ma si inceppano i frigoriferi e i ventilatori. Si bloccano le pompe dell’acqua. Non funzionano le lavatrici. A notte, le strade sono buie come la pece. Non ci sono molte macchine. Qualche Suv dei potenti e una foresta di motorette e motoconchos, mototaxi. Si va in tre in moto. In quattro, per pagare meno e perchè è più divertente. Sono piccole Yamaha o Suzuki truccati. Privi di parafanghi. Quando piove si mettono sistemano foglie di neem sulla ruota posteriore a proteggersi dagli schizzi. I motorini sembrano avere la coda.

Il negozio delle acque sacre


C’è un’infinità di saloni di bellezza. Le donne si sfiniscono nello stirarsi i capelli. Il supermercato è pieno di creme sbiancanti. Una donna ha fatto una 'diversificazione' (ha detto proprio così) e invece di fare il solito colmado, il negozio che vende un po' di tutto, ha messo una bottega di acqua e filtri per le consultas dei brujos. Ho comprato acqua per amore, negocios e acqua florida, non so a cosa serva, ma ha un bel nome.

Ogni negozio ha un suo amplificatore. Bisogna fare fracasso sull'isola. Cosa avrebbero fatto i dominicani senza gli amplificatori.  Per la festa patronale è arrivato un camion-muraglia: tre metri per sette di casse acustiche, se ti avvicini vieni scaraventato dieci metri indietro.

Terra della plastica. La mia amica Marinella fuggirebbe con spavento da questa isola. Si mangia in piatti di plastica con posate di plastica, si beve in bicchieri di plastica, per ogni cosa che compra al mercato ti danno una busta di plastica e non c’è verso di fargli fare altrimenti. Quando arrivano i cicloni disperdono la plastica per ogni strada. Poi, come per miracolo, scompare. Viene nascosta.

Le donne di Botero


La domenica si va fare il bagno nelle acque fredde dello stagno delle Marias. Il mercato è al sabato e al mercoledì. Mercato immutabile. Trovi le stesse donne di Botero agli stessi posti.

A Neyba, ma credo in tutta l’isola, vince l’inseguridad. Si vive nell’ossessione dei ladri, dei violenti, dei tigres. Che, in genere, per voce popolare, sono neri e haitiani. Sono i neri a rubare, a dar retta a tutti quelli con i quali parliamo. I dominicani non mi sembrano bianchi. Si vive asserragliati in case-zoo. Sbarrate da inferriate. Dicono che ti rubano i panni stesi e non puoi avere un orto perché ti portano via i pomodori. L’insicurezza assedia i dominicani e fa marcire la loro anima. Il guardiano dell’ufficio non voleva lasciarci andar via una sera che avevamo fatto tardi e dovevano fare mezzo chilometro al buio.
La nostra casa ha le finestre negate da alte mura. Si vive male con l’insicurezza fra i piedi.

Si sta in veranda. O ai bordi della strada. Seduti su sedie di plastica bianche. Seduti e attenti a non far arrabbiare il caldo. Si sta immobili. A guardare strade dove passa qualche motoconcho. Da cinque giorni passo davanti a un tipo: non l’ho mai visto in altre posizione che seduto con i piedi stesi sulla sella del suo motorino. Immobilità totale. Ci salutiamo con un sorriso leggero. E il solo movimento che gli ho visto fare.
Sull’isola, 19 agosto




Dominicana/Frammenti di un mondo nel quale mi sono smarrito


Le mani del picador de cana

Ci dice il responsabile delle risorse umane del Consorzio, la multinazionale delle zucchero del Sur Profondo dell'isola lontana dal mare: ‘Non ci sono più migranti illegali nelle piantagioni. Abbiamo contratti con i braceros che ci servono. Vengono tutti con un carnet. A fine raccolta, vengono riportati ad Haiti’.
In giro per il Bateye Nueve, bateye malmesso. Alcune stanze del barracone sono diventate case. Ci si infilano dentro famiglie. Devono essere state autorizzate da qualcuno. Il barracone appartiene al Consorzio. Alcune porte sono chiuse da lucchetti. ‘Le chiavi le hanno le guardie. Qui dormono i Kongose quando vengono da Haiti. Dodici per stanza’. Vengono ancora? ‘Arrivano a dicembre con la raccolta della canna’.

Bolivar
Ha un nome importante, il vecchio. Bolivar, si chiama. I suoi pantaloni sono intrisi di sudore e fatica. Penso ad Andrès che mi ha detto: ‘Il sudore di un uomo si rispetta’. Da quattro ore sta tagliando la mala hierba in un canneto che deve ancora crescere. ‘Lavoriamo solo mezza giornata. Cento pesos’. Meno di due euro. Puoi comprare qualche platano, difficile sfamare la tua famiglia di otto persone. Bolivar non dice altro, taglia a capo chino. Comanda una squadra di quattro braceros a giornata. Stanno piegati in due per ore. Devono finire le linee delle canne prima delle dieci. Scatto alcune foto. Hanno detto che potevo farlo, non hanno smesso di tagliare un solo secondo.   

'Il sudore di un uomo si rispetta'

Perfino le guardie, con il loro fucile a pompa tenuto con distrazione appeso alla spalla e la loro divisa pulita, si lamentano della cattiva paga.

Il direttore della scuola di Cuchilla mi assicura: ‘Le uniformi degli alunni sono gratuite. Gliele dà lo Stato’. Non sono ancora arrivate, le scuole sono deserte. Senza uniforme e senza scarpe non si può andare a scuola.
Mi dice una madre: ‘Non abbiamo i soldi per comprare le uniformi a tutti i nostri figli. Costano molto care’.

Il diserbo


Hanno dato fuoco a vecchie gomme e messo grandi pietre in mezzo alla strada. Una huelga. Un protesta degli abitanti del bateye tre. E’ il solo mondo che qui hanno di protestare. Interrompere una strada, almeno qualcuno se ne accorge. Questa volta è per l’acqua. Sono venuti con una ruspa e hanno sepolto sotto una coltre di terra un tubo rotto dal quale sgorgava acqua. La gente, senza acqua nel cortile di casa, si lavava lì. E ora dalle cannelle davanti alle baracche sbuca acqua ‘color dei rospi’. E allora si bruciano gomme e si tirano sassi sulle macchine. ‘Sono brutta gente, quelli del bateye Tre’, si affrettano a dirmi al bateye Quattro. Al bateye Nueve guardano altrove mentre spiegano: ‘Quelli del bateye Otto ci trattano come cani’.

Dopo venti giorni a camminare nella polvere e nel fango dei bateyes non ho alcun filo in mano. Solo nastri sfilacciati, pezzi di stoffa sbriciolata sotto un sole irritante. Una banda di ragazzini pesca con ami di ferro là dove il canale di irrigazione è una fogna. Nascondono i lombrichi nelle mutande.

Domani andremo a Nord. Via dal Sur Profondo. E io non ho capito né il bene, né il male. Né il giusto, né l’ingiusto. E pensare che da qui sono passati legioni di sociologi, antropologi, registi, fotografi, scrittori, cooperanti, ngo di ogni tipo. Tutti hanno scritto, alcuni si sono fermati. Qualcuno è ancora qui. Ci sono migliaia di pagine che raccontano i bateyes. Io intuisco che il mio modo di pensare è inutile fra queste baracche. Quante verità ci sono in questo angolo di una insopportabile modernità del mondo?
Sull’isola, 19 agosto


venerdì 19 agosto 2011

Dominicana/Libyan-Dominican Connection

La loma di Neyba

Coicidenze fra il Mediterraneo e i Caraibi. Il vertice del triangolo è un elegante ufficio di Washington. In M Street, 2550. Là stanno i lobbisti fra i più potenti della Terra. Uomini in maniche di camicia e la barba ben fatta. Dicono che sono fra i migliori nel sottobosco della politica americana. Sono quelli della Patton Boggs, Llp. 518 avvocati, più di mille dipendenti, nove uffici fra New York e Doha, Anchorage e Abu Dhabi. Tanto per aver chiara la geografia contemporanea del potere e dei soldi. O meglio: quella dei suoi abili e spregiudicati servitori. Che ha bisogno di contiguità fisica. Ma vale sempre la regola aurea: follow the money.

Cerco di non stupirmi, ma sono un comune mortale. Sono due i clienti della Patton Boggs a farmi pensare a come è piccolo il mondo. Non dovrei: in fondo la Patton Boggs, a leggere Wikipedia, ha altri duecento clienti dispersi in settanta paesi e il lobbista è un mestiere serio e spietato negli Stati Uniti. Gli avvocati e i poliedirici tuttofare della Patton Boggs hanno un contratto (cinquantamila dollari a settimana, a leggere cronache giornalistiche) con gli insorti libici, con il Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi. E poi un altro dei loro clienti è la famiglia Vicini, lontane origini italiane, i più potenti fra i piantatori di zucchero in Dominicana. I Vicini si infuriarono, quattro anni fa, quando apparve un film (con una voce narrante di eccezione: Paul Newman) che raccontava il dramma e l’ingiustizia della vita dei tagliatori di canna da zucchero nei villaggi dispersi fra i canneti delle piantagioni dei Vicini.

Le coincidenze sono le normalità. Questo è il lavoro di Patton Boggs. I clienti non appartengono al regno della morale. I lobbisti cercano di favorire la causa dei ribelli di Bengasi (chissà se Gheddafi ha, anche lui, qualche lobbista: che lo licenzi, se è così) e gli avvocati della stessa impresa hanno cercato di impedire, in tutto il mondo, la proiezione del film ‘Il prezzo dello zucchero’. Che, in questo caso, e sempre secondo cronache dei giornali, vale 400mila dollari. Tanto era, dicono, la parcella dei lobbisti. Tutto qui. E, davvero, non c'è bisogno di stupirsi. 
Sull’isola, 18 agosto

giovedì 18 agosto 2011

Dominicana/Primo giorno di scuola


La maestra Robertina nella scuola vuota


Non ci saranno foto di bambini con uniforme linde il primo giorno di scuola. 17 agosto, il giorno dopo la festa nazionale (ricorda l’inizio della guerra di indipendenza. Quale indipendenza?), comincia il nuovo anno scolastico, con l'orgoglio pomposo di una voce tonante alla radio e le parole retoriche di ministri e politici. Ma i bambini non vanno a scuola. Né il primo giorno, né domani. Non ci andranno per settimane. ‘Por tradicion- mi spiega Ramon, arrabbiato direttore della scuola del bateye Cuchillo – La scuola comincia, ma nessuno se ne accorge. Verranno fra una settimana, forse due. Forse tra un mese’. 'Andranno a settembre', mi spiega Jorge, il nostro autista, con tranquillità popolare. 
Per capirsi: la scuola di Cuchilla è ai confini del piccolo bateye, le baracche o le case in muratura sono a un passo, la scuola ha 215 bambini iscritti ai cinque anni della primaria. E i bambini sono lì. Davanti a noi. Giocano nel fango della tempesta di ieri sera o hanno lavori da fare. Il direttore sta seduto all’ombra della tettoia della scuola. Scrive a mano biglietti in cui richiede alle famiglie documenti su documenti sui loro figli. E si arrabbia con los padres dei ragazzini. Due maestre (su quattro) arrivano a scuola: sanno che non avranno da lavorare. C’è la donna delle pulizie, la donna della mensa (che non dovrà cucinare) e il guardiano. Tutti lì. In aule deserte. Fanno compassione le venti piantine di palma, alte una spanna, messe ad abbellire la radura della scuola. La tradicion vuole che si vada a scuola con qualche settimana di ritardo.

Robertina parla con la ragazzine


Con Robertina, brava maestra, andiamo in giro per il bateye. A cercar bambini. Un gruppetto gioca fuori dai cancelli. C’è perfino il figlio del direttore. Che promette di andare a scuola al lunedì. Gli altri non si pongono nemmeno il problema. In una casa Isabella, undici anni, deve badare al pranzo delle quattro sorelle più giovani. Non sa dire dove è andata la madre. Il padre è in cerca di lavoro: è stato appena licenziato dal Consorzio zuccheriero. Le ragazzine stanno lì, attorno alla pentola, appoggiata su carboni: aspettano il piatto di riso. Tre metri quadrati di casa. Niente latrine. Robertina toglie dei carboni dal fuoco. Va risparmiato, la bambina ubbidisce, toglie metà del carbone e ci versa sopra acqua. Non ci sono soldi per comprar carbone.

Un morso alla canna da zucchero


Altri ragazzini si fanno beffe di noi quando domandiamo perché non sono a scuola. Confesso: mi sento un po’ stupido. Non ascoltatemi, ma ho la tentazione di pensare che abbiano ragione loro. Un ragazzetto dall’aria da bullo affila con un machete una canna da zucchero e se la sgranocchia sputacchiando le schegge. Altri ragazzi giocano a domino o a carte. Manuelito deve andare a fare hierba per l'asino. Altro che andare a scuola.

Una madre ci spiega che non ha fatto in tempo a fare le treccine alle figlie. Un’altra ci dice che non ha uniformi, né scarpe per mandare le figlie a scuola. Paradosso dell’uniforme: devi indossarla per andare a scuola (camicetta azzurrina, pantaloncini color crema), lo Stato te la dà gratuitamente (così assicura il direttore Ramon, chiedo a una madre e mi dice che tocca comprarsela: 'E costa cara').  In ogni caso, l'uniforme npon  è mai arrivata in tempo per l’inizio delle lezioni da che memoria di madre ricordi. Interviene Vision Mundial, ngo americana e protestante (obbligo di due ore di teologia alla settimana per i suoi cooperanti): ci pensiamo noi, assicurano. Ma nemmeno le uniformi di Vision Mundial arrivano in tempo. Senza uniforme, niente scuola. Quella dello scorso anno è stata devastata. E non si può andare a scuola a piedi scalzi. Quanto hanno delle scarpe al bateye Cuchilla?

Alla fine convinciamo la piccola Maria ad andare a scuola nel pomeriggio. Promessa di bambina. Il direttore ci dice che ne ha recuperati ben sette. Noi lo troviamo sulla stessa sedia in cui lo avevamo lasciato a metter timbri su pezzetti di carta scritti a mano.

Ad ottobre comincerà la raccolta del caffé sulle montagne vicine. Molte famiglie saliranno fino alle piantagioni. Due mesi di lavoro. Los padres si porteranno dietro i figli. Per lavorare. Passerà così il primo semestre di scuola. Ci sarà anche la raccolta dei pomodori nella piana oltre i confini dei canneti dello zucchero. Altro lavoro, semplice e faticoso, per i ragazzini dei bateyes. Ricordo che Diego, il primo giorno che sono venuto qui, mi avvertì: ‘A scuola no me pagan’.
Sull’isola, 17 agosto

mercoledì 17 agosto 2011

Dominicana/La dolcezza del voodoo

Ilio di fronte alla casa di Crimi Nel


Torniamo da Ilio, il brujo del bateye Isabel, il brujito (è giovane) del voodoo dominicano. Ci ha promesso una consulta. Aria di pioggia. Mi muovo con tranquillità fra le strade di fango secco del bateye più malandato fra i tanti visitati. E’ un giorno di festa, i ragazzi fanno i bulli davanti ai bar. Sudati ed eccitati. E’ martedì, giorno in cui è possibile invocare i misterios. La corte del tempio è un luogo lontano dalla confusione del bateye. Ilio è seduto con il vecchio che ha chiesto il suo aiuto.

Il rito


Ilio, come sempre, è sereno. E abile. Racconta del problema: un cane ha afferrato il pipi del caprone appena ucciso per il rituale. Un bel guaio. Mi viene voglia di ridere. E’ una trattativa. Ilio ci prova. Mi dice il costo di un altro caprone. Una somma alta, cinquanta e più euro. Entriamo nella stanza di Crimi Nel per parlare lontano da orecchie troppo curiose. Una bottiglia di rum e mille pesos, meno di venti euro. ‘Un dono, un contributo’, dice Ilio. Adesso dovremo spiegare al misterio che il caprone non ci sarà. E che Ilio non potrà essere cavalcato. Lo invocheremo ugualmente. La stanza di Crimi Nel, misterio potente, è pronta. Con la farina, Ilio ha disegnato segni da cabala sulla terra battuta. Accende sette candele, sei le immerge in un piatto colmo di olio. Una è in una arancia vuota. Ha scavato una piccola buca di fronte all’altare. Vi accende un’altra candela. Dovrebbe accogliere le ossa del cibo mangiato assieme al misterio. Ilio indossa una camicia rossa. Arrivano i suoi collaboratori. Rubio, la madre e la cugina. Poi un’altra donna. La cugina veste di bianco e di blu: oggi è il giorno della Vergine di Altagracia e anche per una fedele vuduizante non si può dimenticare la Vergine. Che appare anche nel voodoo. Sfilata di santi: san Carlo Borromeo, san Antonio da Padova, un’altra Madonna, nera questa volta. I neri proteggevano i loro misterios nascondendoli sotto le spoglie dei santi del cristianesimo. Ai santi piaceva proteggere questi spiriti così diversi da loro.

Rubio



Il cielo si apre. Una tempesta arruffa l’aria. I maiali corrono a grufolarsi nel fango. La pioggia è violentissima. Si allaga la corte, il tetto di zinco vibra come un aereo pronto a decollare. E’ un altro guaio: i misterios  si paralizzano con la pioggia. Bisogna aspettare, il fango si fa pantano. Ma, nella corte, il fuoco sacro, il fuoco che non può mai spengersi, sembra acquistare forza sotto l’acqua. ‘Si spengerà solo se il misterio vorrà’, dice Ilio. E lui non vuole. I vecchi e le donne stanno in silenzio. Ilio spiega i miei doni. Loro annuiscono. Ancora silenzio. Poi è la voce di Rubio che sembra uscire dal buio della stanza. Il suo volto è appena illuminato da una candela. Il suo canto è una nenia, una poesia sussurrata, lingua crèol, una dolcezza infinita. Ilio e le donne si aggiungono in un coro da ninna-nanna. Le candele si ravvivano, Ilio suona un campanellino, le donne, a turno, prendono la candela dalle mani di Rubio. Si inginocchiano verso la buca. Il canto continua. Non so quanto tempo stia passando. So che è scesa la notte, la pioggia è un controcanto, il fuoco è ancora acceso e le bambole appese al palo sono immobili. Non mi accorgo che tutto quanto finisce. Rubio è in piedi. Un fruscio dice che il misterio ha accettato le spiegazioni del gruppo di uomini e donne. Ci sarà un’altra possibilità. Non si è arrabbiato. Guardo il sorriso di Ilio nell’oscurità del tempio di Crimi nel.
Ilio ci accompagna fino alla macchina. Ci insegna una strada per evitare il fango e le paludi che si sono formate davanti alle baracche dei bateye.
Sull’isola, 16 agosto

martedì 16 agosto 2011

Dominicana/Il cimitero di Tamayo


Le tombe dei cattolici


I dominicani stanno di qua. Gli haitiani di là dal vialetto, ingombro di foglie morte e topi, del cimitero di Tamayo. Separati anche al cimitero. Cattolici e vuduizantes. Seppelliscono qui la gente dei bateyes, i vecchi insediamenti dei tagliatori di canna. Un  haitiano vorrebbe tornare alla sua terra. Almeno da morto. Ma non ha soldi. La sua famiglia non ha soldi. E, allora, lo portano qui. E poi ci sono gli haitiani nati qui che mai sono andati al loro paese.
Croci di cemento. Cimitero mal tenuto, diremmo noi. Sporco. Fitto, non c'è spazio, i sarcofaghi sono addossati uno all'altro. I rifiuti spuntano da ogni tomba, Bisogna stare attenti a dove mettere i piedi. Così evito la tomba di Rosalinda, ma mi arrampico sul quella di Pedro e su quella di Altagracia. Sono parallelepipedi di cemento mal fatti. A volti dipinti di qualche colore tenue. Il cimitero si spinge fino al bananeto.

La tomba del Baron del Cementerio




Riconosco la prima tomba degli haitiani. Il primo sepolto in questa terra (non c’è data) è il Baron del Cimitero. Il Baron Samedi, el jefe, lo spirito che governa il panthéon voodoo. E’ lo spirito che custodirà il cimitero. Toccherà a lui autorizzare i morti ad apparire, a riunirsi, a comunicare. E’ una tomba piccola, bianca, con colature di unto e alcool, incastrata contro un albero. Ma è quella dove gli haitiani si fermano prima di proseguire verso le altre sepolture. A lui si chiede il permesso per seppellire un’altra persona. Tomba venerata: qualcuno ha lasciato pesci secchi in una ciotola, una bottiglia di gin, una di rum. Svuotate e coperte di cera bianca. Ci sono mucchietti di bottiglie di birra e una bambolina pende dall’albero.
Sull’isola, 15 agosto

Dominicana/Cristobalina va ai funerali


Cristobalina, la donna che grita


Bel nome, vecchia signora. Ci fermiamo davanti alla casa di Cristobalina a Tamayo. La sua famiglia vende auacates sull’altro lato della strada. Incontro rapido. Dice che non è vestita, che non ama i giornalisti. Si diverte a prenderci in giro. Cristobalina è la donna che piange. La donna che grida. Viene chiamata ai funerali. ‘Ho una dote innata’, si lascia sfuggire. Fin da bambina è andata nelle case dove era appena morto qualcuno. E lanciava le sue grida di disperazione. ‘Posso piangere con grida. Dimmi il tuo nome’. E comincia a dimenarsi, ondeggiare, voltare su sé stesse, le sue mani e braccia di moltiplicano. Canta il mio nome. Devo dire che mi preoccupo. Ma, a minor prezzo, Cristobalina può venire al tuo funerale ‘sin aire’. Cioè, non grida. Sta lì e piange. Per te, per la tua famiglia, si prende addosso il dolore, lo spazza via nell’aria. Cristobalina è una donna allegra. E penso ricca: mille e cinquecento pesos per un funerale ‘con aire’. Compriamo quattro auacate a un prezzo alto.
Sull’isola, 15 agosto