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domenica 28 agosto 2011

La frutta di Gerardo

Gerardo in avenida Indipendencia
Gerardo si merita la sola foto che ho scattato a Santo Domingo.
Non so come sia successo. Non ci saranno foto della capitale dell'isola. A volte, prende così. Qualcosa che invischia, non paralizza, ma impedisce. La fotografia, per me, è un mezzo di comunicazione. Un tentativo di contatto. E questo, qui, non è successo. Potrei raccontare metro per metro i miei passi. Santo Domingo ha il dono della immobilità. C'è sempre lo stesso cane steso sul marciapiede sotto l'ultimo albero della rotonda. C'è sempre lo stesso ragazzo dalle basette folte che mi grida dietro: 'Peluquero'. C'è sempre il venditore di quadri con le stesse parole: 'Buen precio'. C'è sempre la stessa, vecchia medicante. Non cambia nemmeno posa. C'è sempre la ragazza con la maglietta rosa e tette colossali: 'Mi amor...'. C'è sempre lo stesso cameriere con i baffi da film yankee sui Caraibi e la pancia che ci prova a contenersi, ma proprio non ce la fa. E il ragazzo che fa una specie di tortilla con queso, pollo che non è pollo e mais, non si è ancora stufato? Marchionne sarebbe fiero di lui, fa gli stessi movimenti almeno mille e seicento volte al giorno. E le tortilla hanno sempre le stesso sapore stupido. Ma costano 70 pesos con una Kora Kola con ghiaccio. Inutile chiedere di non metterlo.

Ma poi c'è Gerardo. Con lui si fanno chiacchiere. Ora è arrivato a offrirmi il caffè in microbicchierini di plastica (scusami, Marinella). Ogni giorno il prezzo della sua vaschetta di frutta scende. Di cinque centesimi. Mi ha fatto perfino credito sulla banana. Ha un camioncino che parcheggia all'angolo del mio albergo. Ogni mattina si sveglia alle tre e quarantacinque, domenica compresa. Va al mercato. Compra la frutta. Alle cinque è qui e si beve un caffè con un guardiano. Fa così da ventun'anni. 
'Devo avere capitale da investire per comprare la frutta. Oggi non ce l'ho fatta a comprare i mango. Troppo cari', mi spiega. Ma ha scambiato venti ananas con un commerciante che gli procurava uniforme e quaderni per le due figlie che ancora vanno a scuola. Ci vogliono seimila pesos, mi dice, per mandare a scuola le due. Quasi centoventi euro. Una somma spropositata. 'Senza quei soldi non riesco a comprare la frutta e il lavoro si ferma'. Gerardo mi spiega le regole per vivere in città, mi descrive i tigres, i delinquenti dall'aria torva, mi consiglia di entrare nei bar dove sta seduta almeno una famiglia.

Lui viene dalla loma di Neyba. Conosco quella montagna. I suoi genitori stanno all'Aguacate. Sono stato lassù. Nocca contro nocca, allora. Occhi che si illuminano. Cerca di spiegarmi dove è la loro capanna. Mi dice che ci torna una volta all'anno. Per Semana Santa. Hanno un po' di terra con il caffè. Mi viene da dirgli una bugia: che andrò presto all'Aguacate. Non so perché. E' venuta così.

Sì, ho scattato la sola foto di Santo Domingo a Gerardo.
Santo Domingo, 28 agosto

sabato 13 agosto 2011

Un aereo, il primo giorno di Ramadan

Le vere partenza meriterebbe una nave...


‘Racconto: ‘Vado a Santo Domingo’. Lo so, confondo una città con uno stato, ma non amo la precisione. Intravedo negli occhi di chi mi ascolta una sorta di sorriso complice, forse il balenio di un'invidia. Allora, con qualche senso di colpa, provo a dire altro: ‘In realtà, vado sulla frontiera. Fra Haiti e la Dominicana’. Ecco, lo sguardo si fa più cauto, quasi sorpreso. Un movimento di compassione. Una mano che sfiora la spalla. Come a incoraggiare. Mi chiedo: ma non è la stessa isola? Cosa cambia da un lato e l'altro della frontiera? E' vero: so anche questo, Di qua, il bene; di là, il male. Di qua, il Paradiso, di là l'Inferno. Questa è la mia prima domanda. Come è possibile?

Sono fuori rotta. Le mie strade vanno per latitudine. In genere scendono da Nord verso Sud. Con gli anni, le geografie si limitano. Vi è desiderio di tornare negli stessi luoghi. Il Sud è la mia terra. I miei desideri viaggiano verso Sud. Non so bene dove sia Quisqueya, ‘l’isola gentile’. Fra Cuba e Porto Rico. Ma so che andrò verso occidente.
Mi dicono che la Dominicana non è latinoamerica. Non so cosa sia. E’ che io volevo limitarmi al latinoamerica. Al continente che sta sotto l'Equatore. E se questa isola davvero non latinoamerica? Caminar preguntando, ecco, una nuova domanda. Vado lo stesso. E’ un lavoro. OxfamItalia, organizzazione non governativa, mi chiede di scrivere, di fotografare, di raccontare della frontiera. Di quella linea che divede la stessa geografia, la stessa isola, uomini dal colore della pelle diverso. E' un buon lavoro. Le frontiere mi hanno sempre affascinato. Accadono cose sulle frontiere’.

E così domattina, sarà un aereo-canguro, Firenze, Roma, Madrid, Santo Domingo, a portarci fino all’isola. Comincerò a leggere pagine di libri a lei dedicate solo sull’aereo. Parto senza preparazione. Parto con addosso la mia inutile resistenza passiva. Lascio che le palline rotolino sul piano inclinato. Parto nel giorno in cui comincia Ramadan, mese sacro dell’Islam. Quest’anno sarà impossibile rispettarne i dettami. Penso alle persone che domattina si sveglieranno prima dell’alba e piegheranno la fronte fino a terra nelle sabbie della Libia. Però un aereo mi sta portando già via. Lontano da quel deserto. Non mi condurrà fino all’altro deserto, non sarà un viaggio fino alle solitudini andine. Fuori rotta. Un altro cammino. Adios muchachos, companeros de mi vida.
Ramadan Karim. Che Ramadan ti sia generoso. Anche ai Caraibi.
San Casciano in Val di Pesa, 31 luglio