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domenica 9 febbraio 2014

Luoghi di resistenza (in)consapevole/On the road, libri di viaggio a Firenze

Martina davanti alla sua libreria

Jack Kerouac incrocia una Kawasaki. Una Zzr, una bella moto da strada. La guarda mentre viene parcheggiata in una Firenze che non è centro, ma non è nemmeno periferia. Piazza Giorgini, se la guardi dalla Fortezza da Basso, sta in uno di quei quartieri cresciuti, nel dopoguerra, al di là della ferrovia.
Jack ti sorprende sempre. Ha seguito una ragazza che guida, con orgogliosa lentezza, la Kawasaki. Lei incastra la moto davanti alla sua libreria, appena aperta in quella piazza. Martina ha scelto, come nome, On the road, il titolo del libro più celebre fra quanti scritti dai vagabondi della Beat Generation. Ha preteso che nel logo ci fosse una moto. Prima smentita: ‘E’ vero, quel libro è un inno al viaggio. Ma io ho deciso di chiamare così la libreria perché essere sulla strada vuol dire essere pronti a qualsiasi imprevisto. Significa essere capaci di cambiare se qualcosa non va come avevi programmato’.  E’ Jack, questa volta, a essere stupito. Ripone la sua vanità. Io cerco una contraddizione nei sogni di Martina: scenografa, motociclista, sognatrice di viaggi, libraia. Ce n’è a sufficienza per convincermi a entrare in questa piccola bottega di piazza Giorgini. Perché, ne sono quasi certo, questo luogo, in realtà, è una bottega. Penso:  ‘Qui bisogna venire apposta, non passerò mai per caso davanti a questi libri, qui devo scegliere di venirci’.  Martina mi smentisce un’altra volta e mi parla della gente del quartiere che guarda incuriosita a questa giovane libraia.

Libreria On the Road


Martina Castagnoli, 32 anni, ha aperto la libreria ‘On the road’ lo scorso 31 di novembre. Inverno alle porte. Natale alle porte. Ci sono storie in comune per i ‘nuovi’ librai: hanno voglia di cambiare vita, hanno un coraggio sventato, cercano di non ascoltare i saggi avvertimenti di chi consiglia di lasciar perdere. Credo di aver capito: si apre una libreria perché si asseconda un desiderio, una passione. Per mesi e mesi ci si è interrogati: cosa voglio fare? Cosa mi dà piacere? ‘Viaggiare e leggere’, ha pensato Martina. E, come conseguenza, ha deciso, con determinazione, di aprire una libreria di viaggi. Senza farsi dissuadere da ostacoli e difficoltà.

Scaffali


La mappa dei racconti dei librai di viaggio, cartografia di luoghi di resistenza che stiamo cercando di disegnare, si arricchisce così della storia fiorentina di Martina. Ama anche il cinema, questa ragazza. Soprattutto il cinema. Studia all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Vuole fare la scenografa. A 23 anni va a Roma. Gira per case di produzione, fa la cameriera, lascia curriculum in giro. ‘Il cinema ti permette di viaggiare con la fantasia. Viaggi nella storia, nel tempo, nello spazio’. Un’occasione, prima o poi, capita. Martina si presenta a Giantito Burchiellaro, famoso scenografo (Sostiene Pereira, Prendimi l’anima). E lui le presta ascolto: ‘Puoi venire a imparare’. E Martina, per mesi, si ritrova a disegnare camini del ‘600 per le scenografie del Caravaggio. A sera corre a servire clienti in un ristorante di largo Argentina.

Martina fa la scenografa per sette anni. Lavora per Fandango. Con lo scenografo Alessandro Vannucci. Anni belli, intensi, ma anche anni incerti. Lei dice di sé: ‘Sono un tecnico, il mio è un mestiere. Non sono un’artista. Amavo e amo il cinema, ma mal sopportavo essere costretta di continuo a tenere quelle che si chiamano pubbliche relazioni’. Il lavoro nel cinema è attesa. Mesi per essere chiamata per un film. E Martina non sa aspettare. E’ una ‘pentola a pressione’ di impazienza. Zimba l’aiuta a cambiare vita.

Martina e la carte


Zimba è uno spinone di trentacinque chili. Appare nella vita di Martina, fa parte di una cucciolata quasi nata sul set del suo ultimo film. Lei, da anni, voleva un cane e ora è arrivato. Quindi è tempo di lasciare il cinema e tornare a Firenze. Accadeva poco meno di due anni fa: Martina ha quasi trent’anni. Ha deciso di fare la libraia. Libraia specializzata. In viaggi. Coincidenza dopo coincidenza: sta per chiudere La Stella Alpina, storica libreria dei viaggiatori fiorentini. E’ un cambio di generazione fra librai. Vi è un piccolo spazio di mercato. Coincidenze come talismani: Martina passeggia per Verona e si imbatte in due altri librai, Luigi e Giorgio, loro sono la libreria di viaggi Gulliver. Amore a prima vista: stage estivo in Veneto, dunque; i due librai veronesi le insegnano a muoversi fra scrittori, case editrici, scaffali, distributori e magazzini.
Poi, tutto diventa veloce. Ecco, la piccola bottega di piazza Giorgini, seicento euro di affitto, un buon prezzo. Si può fare. L’inaugurazione. E, qualche mese, dopo Martina è ancora energia. Anche se scopre che per un bel po’ di tempo non potrà viaggiare. E’ sola nella sua libreria. Magazzino ridotto al minimo. Sugli scaffali solo i libri che lei vuole leggere. Poi le guide e i mappamondi. Ma anche molta narrativa: ‘Ho scoperto libri meravigliosi’. Viaggia davvero con la mente, Martina. Gli arredamenti sono degni del suo vecchio mestiere. ‘On the road’ è una bottega colorata, piena di oggetti. Valigia in vetrina. Ci sono statue e maschere africane: il suo compagno è un italiano nato in Malawi. La libreria è anche Punto Touring.

Maschere africane


Lascio parlare lei: ‘Fremo per non poter viaggiare, ma la fantasia mi aiuta. Qui entrano persone che hanno dei sogni e io cerco di aiutarle per un pezzo della loro strada. Do una mano a realizzare quello che desiderano. Si affidano a me per capire cosa scoprire in un paese’. Quasi una missione.
Facciamo un gioco, allora. ‘Io dico Iran, e tu?’. ‘Effendi. Di Freya Stark’. ‘New York?’ ‘Paul Auster. O la Pastorale americana’. ‘Messico?’. ‘Pino Cacucci’. ‘Parigi?’. ‘Zazie nel metrò’. Non sono molti a chiedere di Afriche, confessa Martina. Peccato, è una sua terra. Guai? La grande distribuzione non ha attenzioni per le piccole librerie. Pretende fidejussioni e grandi ordini. E allora Martina, nella pausa del pranzo, va a comprare i suoi libri dai grossisti della periferia. Quante ore lavori? Quanto guadagni? ‘Ancora non riesco a darmi uno stipendio. Mi riconoscono sconti ridicoli sui libri’. E-book? ‘Mai. I libri sono carta e non scompariranno mai. Il kindle è una moda. Passerà’. Grandi librerie? ‘Non sono capaci di avere attenzione per i lettori. Per loro sono clienti, non persone. Non sanno consigliare e aiutare’. Promozione? ‘Sono dovuta andare su facebook, ma credo di più nel passaparola’. E l’impazienza? ‘I libri mi tranquillizzano’.

Libreria On the road


Anche Jack Kerouac adesso è tranquillo. Non l’ho mai visto così quieto e soddisfatto. Si mette a curiosare fra i libri. Cerca le sue pagine, immagino. Se ne sta lì di fronte agli scaffali del NordAmerica e sembra sfogliare una guida della Highway 66. Come se volesse riprendere il cammino. Poi si siede sulla sedia a dondolo che sta al centro della libreria. Accetta un tè, senza pretendere una birra. Le piccole librerie davvero sorprendono. Soprattutto quelle On the road.

Firenze, 9 febbraio 2014




giovedì 15 marzo 2012

Sala d'attesa




E’ vero, non prendo un treno da un po’. Quindi non so quando sia accaduto.

Scopro solo oggi che alla stazione di Firenze non c’è più la sala d’aspetto. Certo, non potevano togliere la scritta voluta da Giovanni Michelucci come decoro di una delle più belle stazioni fiorentine. E quindi accade che chi ha ancora tempo prima della partenza si diriga verso la vetrata sotto quella scritta che indica il luogo dove poter attendere seduti il treno.

Niente da fare. Non si entra. Ingresso sbarrato. La vetrata si apre solo a chi, a esempio, possiede una preziosa Carta Freccia Oro. Agli altri è negato perfino la possibilità di chiedere informazioni. In quella sala non si entra, se non si fa parte di un club. Peccato che dietro quella vetrata si trovasse la vecchia sala d’aspetto.

Dunque, alla stazione di Firenze hanno tolto la sala d’attesa. Un buon modo per accogliere i turisti. Alla stazione non ci si può sedere. Hanno un buon spirito di accoglienza i dirigenti delle Fs. Hanno a cuore i viaggiatori. Immagino un giorno di inverno e i viaggiatori ospiti di Firenze che gelano al freddo e non sanno dove aspettare il treno.




Trovo la maniera di entrare seguendo un socio di quel club. Dribblo la porta a vetri. Provo a chiedere. Da dietro il bancone, una elegante ferroviera è infastidita, ma si giustifica: ‘Non è colpa mia. Scelta aziendale’. Lei indossa una divisa di quella azienda. Mi spiega le regole, seccata dal fatto che io sia entrato e non ne abbia il diritto. Mi dice che le informazioni si chiedono al binario Cinque (peccato che nessun cartello lo spieghi). ‘La Carta Oro si ottiene quando, in un anno, si spendono tremila euro in biglietti di treno’. Saletta Vip, dunque. Caffè, wi-fi e poltroncine rosse solo per i soci di un club riservato.

Per dieci minuti sto fermo davanti alla vetrata. Otto persone cercano di entrare nella sala. Senza riuscirvi. Non fanno parte del club. E non possono nemmeno chiedere informazioni. Domando perché alla ferroviera e lei ripete: 'Scelta aziendale'. Accade questo: mi avvicina un socio del club (uno dei viaggiatori privilegiati) e mi dà la sua risposta secca: ‘Così noi perderemmo il nostro diritto a starcene in pace’.


A Firenze, città di turisti e viaggiatori, si privilegia i possessori della Carta Oro rispetto a chi viene in visita alla città e dovrebbe essere trattato come un ospite ben voluto.

Ho un altro sospetto (ideologico, lo ammetto): così si mettono alla porta anche i fastidiosi rom e senza-casa che, a volte, trovavano rifugio nella vecchia sala d’attesa inondandola dei loro odori. La soluzione più semplice, in fondo, non è guardare in faccia il problema, ma chiudere una porta a vetro.
Piccola conferma: mentre salgo su treno, c’è una invisibile caccia all’uomo. Controllori inseguono, in un gioco a rimpiattino, donne rom che cercano di salire sui vagoni di un Frecciargento (43 euro per andare fino a Venezia da Firenze) per lasciare un bigliettino bilingue: ’Sono povera con due bambini….I’m poor with two children homeless….’

Altro pensiero (altrettanto ideologico): ci vuole una colonna sonora a questo piccolo sopruso. Affidata al macchinista-ferroviere e alla chitarra di Francesco Guccini. 
San Casciano in Val di Pesa, 14 marzo



martedì 10 gennaio 2012

Metti, se capiti, non per sbaglio, a Pitti Uomo.


Salone dei Cinquecento



Le grandi foto di Aldo Fallai nella Sale d’Arme di Palazzo Vecchio. Primo atto della nuova edizione di Pitti Uomo. Evento Mondadori. Buffet a finger food nel Salone dei Cinquecento. I milanesi sono all’oscuro delle polemiche che avvolgono la ricerca dell’affresco scomparso di Leonardo da Vinci. Gli uomini-serata proiettano le foto di Aldo sulla parete di fondo del grande salone: strano effetto da Orwell 1984. 
Chi farà il casting delle guardie del corpo? Privi di senso dell’ironia. Quasi tutti a testa calva (muscoli arrotolati sul collo da tori), auricolare bianco nelle orecchie, strizzati in giacche eleganti come una divisa, occhi senza espressione e mani intrecciate all’altezza del ventre. Un uomo, dimesso e nervoso, controlla con qualche apprensione che tutto vada bene: deve essere il responsabile del buffet. I camerieri roteano fra gli invitati (Aldo, fotografa i camerieri, è un ottimo servizio). Nessuno ascolta la povera cantante jazz, fuori posto in un salone disattento. Tutto preso nella propria autorapresentazione.


Le foto di Aldo Fallai


Poca gente passeggia fra le immagini (belle, grande lavoro in post-produzione) di Fallai. C’è anche Cesare Prandelli fra le persone fotografate. Gli invitati preferiscono le delizie del buffet. Passa in fretta un direttore generale della Mondadori, so che trent’anni fa dirigeva Radio Popolare.


Foto ricordo

Chiacchiere fra gli invitati. Si parla, con rabbia contenuta, dei controlli della finanza. Afferro frammenti di conversazione sui laboratori dei cinesi (faccio una scelta selettiva e colma di pregiudizi, lo ammetto). E’ il mondo della moda, questo. Poi ascolto con qualche preoccupato interesse: ‘Ho messo i soldi, una parte dei soldi, in una cassetta di sicurezza. Qui salta tutto. Non ci sono più soldi. La banca non voleva rendermi i miei soldi. Ci sono piani per chiudere le frontiere della Germania quando alcuni paesi torneranno alle loro monete. La Grecia, a giugno, userà le dracme. La piramide finanziaria non riesce più a stare in piedi’. Panico nel mondo della moda?
E questa gente attorno a me, tirata a lucido, che si gode una finzione quasi gaudente e afferra con gesto rapido la fettina di cinta cinese arrotolata su un dattero? ‘In molti qua dentro sanno che non c’è più molto tempo. Vogliono solo durare. Tirare più a lungo possibile. Ogni giorno sono soldi. In tre mesi guadagnano denaro a sufficienza per comprarsi una casa’. Come dire: vogliono arrivare in gran forma al finale. ‘Se hai bene solidi, te la cavi. E loro vogliono cavarsela’.

Vado al buffet a rifornirmi di panini tartufati.

Intervista


Poi, a notte, rileggo le parole che John Berger, grande vecchio della scrittura, consegna, di malavoglia, a un bravo giornalista che lo intervista. La domanda è: ‘Chi sono i nuovi tiranni?’. Risposta: ‘Sono anonimi. Operano attraverso il capitalismo finanziario. I loro occhi esaminano tutto e non  contemplano nulla. Sono incapaci di ascoltare e la fiducia in se stessi è pari alla loro ignoranza. Profittatori. Non sanno niente. Conoscono solo i loro racket. Da qui la paranoia, e, generata da questa, la loro energia ripetitiva. Il loro reiterato articolo di fede è: non c’è alternativa’.

E’ che non mi piace fare il moralista.
Firenze, 10 gennaio

martedì 1 febbraio 2011

Addio. Nel primo giorno dell'anno

Ho atteso. Non ero certo di volere mettere questa pagina in questo spazio così aperto e così incomprensibile per chi è nato nell'epoca della carta. E' passato un mese da un addio. Oggi, non so bene perché, ho deciso di affidarlo a questo luogo che non conosco. Forse perché non voglio dimenticare. Forse perché che non voglio che si dimentichi. In questi mesi ho scritto dei molti istanti, dei molti addii che hanno segnato i miei giorni. Ognuno ha la sua forza. Il suo essere unico. Ognuno dovrebbe essere raccontato. Perché l'uomo, qualsiasi uomo, deve lasciare tracce. Questo addio è stato dato il primo giorno dell'anno. Di quest'anno. 



Venezia


Vi è del sacro nella cerimonia che non è tale. Sono arrivati da lontano. Dalla Francia. Dalla Norvegia. Per un addio. Non è laicismo, è vita. La vita è fatta di cibo, sorrisi, lacrime, dolore, gioia. Intensa, in un giorno. Intensa e calda, in un giorno di freddo che congela la punta dei piedi. Al mattino, la nebbia era in equilibrio con il sole. Non si sfidavano. Convivevano. Sono andato fino alla grande agave. Da là il panorama si apre sulla valle. Il gioco dura un attimo. In tempo per vedere la strana forma della radura sulla collina di fronte.
Un giorno per l’addio. La casa è piena di ragazzi. Dagli occhi seri, dagli occhi rossi. Gli amici dei figli. In due gruppi. I più piccoli. I più grandi. Non si staccano. Si sfiorano le mani, gli abbracci, i baci che vorrebbero darsi. La casa è una biblioteca. Libri dovunque, Nel piccolo dedalo delle stanze che si intrecciano una sull’altra. Libri sulle scale, libri sotto il cuscino del divano. Il grande ritratto di lei, in abito bianco. Un quadro solare. Quante cose ci si lascia dietro. Quanto ingombro, quanta bellezza, quanta storia che pesa come un macigno, che è leggera come il tempo che passa. Si mangia, pentola sul tavolo, un buon vino, come se fosse una festa, come se fosse il primo di gennaio, come se i parenti fossero venuti per un incontro di gioia. Si parlano molte lingue. Lei è di là. Nella stanza piccola. Un corpo.
La grande carta della Grecia. Una mappa geografica di altri tempi. Ricorda gli anni della nostra scuola lontana. La casa è davvero troppo piena. Ma ogni oggetto non è figlio di un caso. Ma di una memoria. Una memoria che voleva essere conforto per gli occhi. Adesso cos’è?
La foto grande. Ha i toni bluastri di una foto scattata all’ombra. E’ una foto o un dipinto? Giardino di Boboli, ne sono quasi certo. Cosa significa questa foto? Perché è così grande? La statua raffigura un cane e osserva, con curiosità immobile,  una parete di cieli azzurri, di nuvole in fuga, di tramonti esuberanti, di giochi di vento con cumulonembi che diventano figure alate. E’ la bellezza. Un cane di pietra che osserva la bellezza. E il tuo corpo è quasi decentrato da questi sfondi. Forse perché non ho il coraggio di guardare. Mi appoggio allo stipite della porta.
Si muore l’ultimo dell’anno. Non si è più forti della morte l’ultimo dell’anno. Giorno-simbolo. Giorni che si mettono nella memoria. Io fatico a ricordare il giorno della morte di mio padre. Delle ultime ore di mia madre non ricordo nemmeno il mese. Faceva caldo, questo lo rammento. Nient’altro. Ero un ragazzo quando morì mio padre. Ero come questi ragazzi che stanno sul divano e non vogliono staccarsi uno dall’altro? Ricordo il padre di Fiammetta che venne fino a me e mi lasciò sua figlia davanti e le disse: ‘Stagli vicino’. Io avevo le mani in tasca. Faceva freddo, almeno credo di ricordarlo.  
Ora sto in piedi nella stanza piccola. Mi sono staccato dalla porta. Ma non faccio un passo. Forse penso a tutti gli anni nei quali non ci siamo visti. Penso a un vecchio viaggio a Milano fatto assieme in cerca di un lavoro improbabile. Penso a un capodanno che aveva un forte valore: il duemila, la notte del millennio. Ricordo l’orgoglio della tua pancia di donna di quarant’anni nelle vie del quartiere: ‘Sono brava, no?’.
Ancora un addio. Nel primo giorno dell’anno.
Rino ha molti anni e l’aria del vecchio professore. Una giacca di velluto a costoni larghi. Altri tempi. Chiede di leggere una pagina. Di poeti e di parole che aiutano a non credere alla morte. ‘Vieni’, finisce così il suo dire. Il figlio si avvicina al padre. Che si sfiora gli occhi per negarsi il pianto. Anch’io stringo la mano a mia figlia. Ci sono momenti in cui i gesti vengono fuori. La normalità che dovrebbe essere.
E’ l’ora. Il carro ingombra la piccola strada selciata. Vicolo della città popolare. La cassa non può salire, deve scendere il corpo. Avvolto nel lenzuolo azzurro. Ci vorranno giorni perché tutto diventi davvero cenere. Oramai ci sono file di fronte ai forni della cremazione. Allora bisogna sigillare, dicono gli uomini dalle facce ceree e l’aria inconfondibile di coloro per i quali la morte è un lavoro. I quattro uomini sono abituati al dolore. E non cambiano espressione. Sanno come non avere pensieri. Sembrano fuori posto. Sistemano i fiori senza nessuna cura. La macchina parte.
Non ci sono posti vuoti alle Cappelle del Commiato. Fa freddo. Dentro e fuori. Si muore davvero anche il primo gennaio. C’è molta gente. Andirivieni di un dolore che non grida. E’ quasi imbarazzo. Non c’è nessuna sacralità in queste ore dopo la morte. Ogni sentimento è schiacciato dai luoghi e dalle regole della burocrazia. Dalle abitudini di gente che ne ha viste troppe per sentirsi parte di qualcosa di sacro. Il custode ha una voglia di vino su metà della faccia. E’ efficiente e brusco. Dà consigli furbi ai dolenti. Le cappelle sembrano stanzette riservate. Su ognuna il nome, scritto a penna. Non fanno portare fiori. Rimangono fuori. Nel piazzale. Intravedo le casse degli altri (nessuno usa il termine bara), un velo sul corpo, la targhetta fuori scritta a mano, i parenti seduti su sedie di plastica verde. Nella ‘nostra’ stanza’, l’ultima, il fratello legge una poesia. Il lutto prende forma. I ragazzi non lasciano un solo secondo i figli. Qualcuno sfiora con una mano il legno della cassa. Un saluto.
Si torna nella casa del piccolo vicolo. Il giovane ragazzo migrante spolvera i libri con inutile meticolosità. Qualcosa deve pur fare. La cucina si riaffolla. Si prepara burro e salmone, si racconta di vecchi viaggi. Per vedere la Rivoluzione del Portogallo. 1975. Quanti anni sono passati? Quanto tempo? Sono belli i ricordi. Si apre un barattolo di crema di formaggio di capra. Hanno preparato uno strudel, un dolce all’arancio. Un vecchio ha portato un sacchetto di noci. Si apre un vinsanto e un Franciacorta. Si parla. Andirivieni di gente. Arriva anche il pittore che ha dipinto il suo quadro. Scambio telefoni, porto in giro il vassoio con il pane con burro e salmone. I ragazzi giocano in cerchio occupando l’ingresso. Andiamo via. Sfioro le mani della figlia. Prometto. Il figlio è andato a fare un giro per la città stremata dalla fine dell’anno. Firenze, oggi, non è bella. Ha un’aria stanca. Fuori fa freddo. A gennaio, l’inverno si fa livido sul serio.
Vorrei che anche il mio addio avesse la strana bellezza di queste ore appena passate. Questa strana normalità. Di un addio che non appare tale. I momenti della solitudine sono nella notte che verrà. Riappariranno di continuo. Il gatto color di un’arancia si aggira per la casa. Ci saranno momenti di tranquillità. Momenti in cui le lacrime si intrecceranno con i sorrisi. Nello stesso equilibro di una mattino di nebbia e sole. La vita si è incrociata con il suo mistero nel primo giorno dell’anno.
Addio. 
Firenze, due gennaio

domenica 19 dicembre 2010

Le arance del camionista


Livorno è una meraviglia in un’alba di ghiaccio
Incerto. Un’ora per uscire da Livorno.  Tornare indietro? Vago per una Toscana gelata. Chiusa la superstrada, dirottato su Cascina, una strada lungo un canale, dritto per Altopascio. A dieci all’ora. Il paesaggio di una bellezza irrimediabile. Il sole è magnifico. Code di camion a ogni svincolo. Ingorghi che si aggrovigliano attorno alle rotonde. Arroganza dei Suv.
Una mano si allunga fuori dal finestrino di un camion. Da quante ore cerchi una via di uscita? Un uomo con i baffi senza dire una sola parola. Uno sbuffo del respiro che si congela nell’aria. L’uomo ha un’arancia in mano e la porge a un altro camionista. Un lampo di colore nel bianco e nero del paesaggio. Scambio di gentilezza a mezz’aria. Fra due pachidermi.

A metà pomeriggio arrivo a Firenze. Come se fosse stata bombardata. Almeno nella periferia. Camioncini sbandati, auto in bilico sul bordo della strada, vesponi abbandonati sulle salite del Ponte all’Indiano, pezzi di parafanghi disseminati sull’asfalto, scheletri di catene saltate. Eppure, la città sgangherata sembra percorsa da un soprassalto di vitalità. La gente si incontra, ha cercato rifugio, ospitalità, riscoperte vecchie amicizie. Si è regalata tempo. Ha dormito in altre case, ha ritrovato la dimensione di una solidarietà. Uno dice: ‘Sono tornato a casa a piedi e incontrato persone che non vedevo da dieci anni. Mi ero dimenticato che vivevano a due passi da me’.
Lo scorso anno, in questi stessi giorni, un’altra nevicata inchiodò l’Italia. Allora ero in treno e impiegai mille ore per raggiungere Roma da Firenze. La neve, questa poca neve di ieri, venerdì 17 dicembre, potrebbe ricordarci che non tutto ci è concesso. Che ci sono dei limiti alla nostra potenza sulla natura.
Firenze, 18 dicembre