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venerdì 1 febbraio 2013

Vuelvo al Sur



Una cronaca banale. Accadono cose nella banalità?
Ha importanza che questo viaggio sia verso Sud?

La ricerca di un lavoro a San Casciano


Ore 12.05.
Piazza della Stazione di San Casciano.
Pensilina della corriera.
Un ragazzo nero. Forse nigeriano. Con il suo fagotto e le sue ore passate a cercare di vendere a chi parcheggia in questa piazza. Sale assieme a me. Si rifugia in un Ipod.

Autobus Sita per Firenze


Sul bus, alcuni ragazzi. Altri giovani neri. Tutti con le cuffie. Tutti in silenzio. Non mi accorgo del viaggio.
Fa caldo. Sono troppo vestito.
(prezzo del biglietto: euro 2,80. Quaranta minuti)

Stazione di Firenze. Le due famiglie


Ore 13
Treno per Pisa.
Antropologia della stazione. Conosco i mendicanti, le donne rom che giocano a guardie e ladri con gli azzimati controllori delle Frecce. Conosco chi cerca di vendermi una copia di 'Fuori binario'. Mi accorgo che la stazione di Firenze è povera di luce. 
So che non c’è più una sala d’attesa. Solo chi ha il privilegio di far parte di un club ha diritto a sedersi al caldo. Gli altri vagano.
La stazioni sono il popolo.

Il passeggero solitario del treno per Pisa


Nel mio vagone, il primo del treno per Pisa, c’è un solo passeggero. E’ un treno diretto. Non fa fermate. Il pavimento è bagnato di straccio maldato. L’uomo ha l’aria del professore o, forse, del creativo. Legge Repubblica. Mi accorgo di non aver sentito almeno due telefonate. Non ricordo il paesaggio. Nemmeno una parola in questo viaggio. No, forse il controllore è passato.
(prezzo: euro 7.80. Un’ora)


Gli ippopotami all'aeroporto di Pisa


Ore 14.
Aeroporto di Pisa.
Adesso devo aspettare. Cambia l’antropologia del popolo in un aeroporto. Nonostante i voli low-cost, qui sei in un altro universo. C’è eleganza, qui. Ci sono ragazze che cercano di venderti contratti telefonici, altre che vogliono proteggerti la valigia. La gente è più bella. Più gentile. Manda buoni odori. C’è la pubblicità. Ci sono i negozi. Il cibo di plastica a caro prezzo, ma dall’aria che attira. Ci sono i precari che stanno a fare i venditori. Le ragazze con i tacchi e un cartellino plastificato appeso al collo.
Scatto una foto agli ippopotami di pietra che stanno fuori dell’aerostazione. Mi piacciono questi ippopotami.
Ascolto Elena, ragazza dei telefoni, che confessa: ‘Non sono motivata, non riesco a vendere’. Appare sconsolata. Torna al suo posto dietro al banco luccicante di display.
Quanto guadagni all'ora, Elena?

Attesa a Pisa

Passo i controlli con il mio eccesso di peso nascosto nelle tasche del gilet.

E all’improvviso un nuovo cambio di antropologie. Dopo il check-in, appare il Sud. Le donne di mezza età dall’aria disorientata, l’aereo, anche se è la millesima volta che lo prendono, non è terra loro. Le coppie con bambino che già fa di tutto per rendersi insopportabile. Il loro matrimonio è già segnato dal senso di quella che a me (solo a me, per carità) appare noia, abitudine, decoro e senso comune. Ci sono gli uomini corpulenti. Gli uomini dell’Est con computer. Manager di second’ordine che trattano metalli e pesce fin al momento di salire sull’aereo. C’è perfino una turista con l’aria da turista. Operai in trasferta. Pendolari dell’aereo. La ragazza che ha un’emergenza e deve correre a casa e ha pagato 271 euro questo volo e sa che io ho pagato 63 euro. I professori di università che si fanno una gavetta a Catania. Gli uomini con il naso da bevitori di vino.

Sulla scaletta mi chiama G.. ‘Sto per salire in aereo’. ‘Vai in Messico?’. Perché dici ‘Messico’? Cosa sai tu del Messico?

A bordo dormo, leggo di Tina, poi c’è il tramonto che solo dal cielo può essere visto. Il bambino continua a essere degno di Erode. La madre non riuscirà mai a domarlo. Il padre è massiccio e incapace. Cerco di immaginarmi questi due a letto. Cerco di immaginarmeli al tempo del corteggiamento di paese. Ho pensieri ingiusti.

L’aereo è veloce. Arriva con forte anticipo.
(prezzo: euro 63,55. Un ora e cinque minuti di volo)

Attesa a Catania

Geometrie involontarie

Diversità. I suoi fuseaux, le sue mani


Aeroporto di Catania
Altra attesa.
Siamo in due, bassi, accanto a  una Cucinotta siciliana. Alta, bella, troppo sfarzosa, giovane. Fuseaux neri, attilati, mettono in mostra la forza delle sue gambe. Parla al telefono e dice: ‘Se penso a lui, penso a quanto mi fa schifo’. Ma le sua labbra hanno un sorriso. Io sono alla sua sinistra, il ragazzo alla sua destra. Entrambi facciamo finta di non guardarla. Di non esserne affascinati.
Scappa via con la sua valigia celeste. E un uomo come si deve (ha l’aria dell’uomo come si deve) l’attende là fuori. Si sfiorano le guance.

‘Hai una sigaretta’, è la prima parola che sento. Ma risponde l’uomo accanto a me. Risponde con una rabbia inutile: ‘Non ce le ho più’. Il ragazzo rom se ne va. Le mani nelle tasche del suo giubbotto sporco.

Non riesco a fotografare gli altri che aspettano


Aspetto il bus della Sais.
Ci sono i fuochi di artificio. Se ne sentono i botti.
‘Qualcuno va a Caltagirone?’, chiede un uomo dall’aria da pubblicitario. Nessuno risponde.
Un uomo basso è appena tornato da oltreoceano. E’ un anno che non viene. E ora non sa cosa fare. Passa il suo tempo al telefono. Ha una voce chioccia. Telefona a una ragazza. ‘Ti sei fidanzata?’. Poi la invita a vedere Milan-Inter. ‘Ti faccio conoscere El-Sharawy’. No, lei non accetta l’invito. L’uomo telefona ancora. Cerca appigli, ragioni per essere qua. Ha atteso per mesi questo momento e ora, ora che è qui, vorrebbe non essere mai venuto. Mi pare preso da panico e adrenalina assieme. Si sente solo. Parla, parla con velocità. E poi riattacca e si guarda attorno con desolazione. Chiede: ‘Ma un tempo il bus non fermava dall’altra parte?’. Non so cosa rispondere. Sto in silenzio. Un uomo grasso dice: 'Sì, hanno cambiato'.
Salgo sull’autobus per Messina.

Una donna di lingua slava parla per tutto il viaggio al cellulare. E’ la sola voce di questo viaggio nella notte della Sicilia.
Dopo un po’ vedo le luci della Calabria. So che questo paesaggio è bello. Cerco di leggere Tina nel buio della corriera.
Noto che gli uomini davanti a me hanno tutti la testa rasata e i colli potenti.

(prezzo: euro 9,80. Un'ora e venti minuti)

Sole dell'inverno sui laghi di Ganzirri e sullo stretto


Ecco, fermata di Boccetta. Le strade dritte e in discesa di Messina. Scendo. Ringrazio il giovane autista. Ecco, finito. Ciccio è qui. Dimentico. Un abbraccio. Indulgenza per il nostro passato. Non avrei mai scommesso che l’avrei rivisto.

In macchina, verso Ganzirri, ci raccontiamo la nostra vita in dieci frasi. Non ci diciamo tutta  la verità.
Ganzirri, primo giorno di febbraio




mercoledì 4 gennaio 2012

L'uomo che vive

Orizzonti


Lorenzo è saltato giù dalla finestra. Non era poi nemmeno così difficile. Un balzo e via. La giacca a vento bianca per il freddo, le mani in tasca, il capo chino. Poi c’e’ da scavalcare la recinzione, il filo spinato dei campi. Là non ci sono le mucche. Ha paura delle mucche, Lorenzo. E’ ancora ragazzo, undici anni. Ma chi lo tiene? Non certo la madre: lei ha 27 anni e non ha più fiato. Non sa come si fa. Solo il vecchio, l’uomo che muore, potrebbe trattenerlo. Potrebbero giocare ancora agli inganni: lui gioca a fare il bravo e il vecchio lo sa e sta al trucco.
Lorenzo ha spalmato di grasso di gradini della chiesa la notte della festa del santo patrono. Invece di ridere a crepapelle, lo hanno preso a schiaffi. Bisogna stare attenti a Lorenzo: lui ruba. Dalle borse, nelle case, nei bar, alla casa del popolo. Oggi lo hanno sopreso a fumare con una ragazzina. Aveva fatto il verso dell’accendino alla bionda slavata della terza media. Lui sta ancora in prima. A lei, ovviamente, quel delinquente piace. Non sanno fare, la sigaretta di salvia è venuta uno schifo, ma si accendeva e si poteva aspirare fumaccio profumato. Tanto basta per sognare un po’ di non essere obbligati a dar retta a nessuno. 

Orizzonti

La donna aveva sorpreso i ragazzi. Che fai quando hai 50 anni e ti senti presa in giro dai ragazzi?
Niente. Lorenzo lo spedisci in camera, le ragazze le inchiodi davanti alla televisione. Lorenzo non ci sta. La camera è solo al primo piano. Un appiglio e sei a terra. Puoi provare a scappare anche se non hai la più pallida idea di dove andare. A undici anni, non sai del tempo, per fortuna. Né del destino. Intanto vai e quei momenti, confusi fra la rabbia e la libertà, l’emozione e la paura delle mucche, mica te li prende nessuno. Sono tuoi anche se non sai goderteli fino in fondo. Intanto vai. Sei un puntino bianco fra le stoppie dell’autunno, cammini le mani in tasca, il capo chino. La testa ha pensieri che non afferri. La strada doveva essere di là. Magari in paese ci arrivi. Il vecchio ha mosso la tendina della sua finestra. Ha guardato verso il campo delle mucche. Non ha pensieri nemmeno lui. Solo un sorriso, un sorriso spossato. Occhi liquidi, quasi di serenità. Un tocco frettoloso alla porta, una donna che vuole avvertire. Il vecchio torna verso il letto e vede Lorenzo oltre il boschetto delle querci. La donna non ha atteso una risposta. E’ entrata con l’allarme addosso. Il vecchio, l’uomo che muore, non l’ascolta.
Non è vero che questo racconto-non racconto è stato scritto a San Casciano in Val di Pesa. Non oggi.