venerdì 22 febbraio 2013

Lo specchio di Alexandrine



Una rivista di suore, sorelle comboniane, ha un nome impossibile e poco adatto al marketing: ComboniFem. Nasconde un orgoglio, questo nome. Riconoscibile solo dagli addetti ai lavori. A loro ho proposte alcune storie di donne. Donne da 'scandalo'. Donne dagli amori indicibili. Donne belle. Smarrite. Tenaci. Perdute. Donne in cerca. Donne condannate. Donne che si perderanno perchè così sta scritto. Donne che si salveranno perchè i destini, a volte, si ribaltano. Se solo fosse possibile riavvolgere le pellicole del film. 
Una sola pagina per raccontare le loro storie. Per le suore, queste donne sono 'le pioniere'. Mi hanno concesso di raccontarle nuovamente in questo spazio che non so più che cosa sia.

Alexine


 Alexine non era una viaggiatrice leggera. Non si nascondeva. Non si travestiva da uomo, come altre donne avevano fatto pur di viaggiare nei deserti dell’Africa araba. Non celava la sua ricchezza, affrontava ogni viaggio portandosi dietro un accampamento fastoso. Cavalcava il suo dromedario protetta da un baldacchino di lino. Raccontano che, nel suo ultimo viaggio, aveva con sé un grande specchio ‘capace di raffigurarla tutta’. Alexandrine Pieternella Francina Tinné aveva 33 anni quando, alla fine di gennaio del 1869, lasciò Tripoli alla testa di una grande carovana. Voleva attraversare il Sahara.

Tracce


Era ricca, Alexine: aveva ereditato uno dei più importanti patrimoni d’Olanda. Suo padre, Philip Fredrik Tinné, era un mercante: aveva già aveva già 63 anni quando nacque quella bambina; la madre, Harriet, ne aveva appena 37. Alexine rimase orfana del padre ad appena dieci anni.
Non so cosa spinse, nel 1861, Harriet, la zia Adriana e una giovane Alexine a partire per l’Africa. Per l’irraggiungibile Sudan. Volevano ridiscendere, prime donne occidentali, il Nilo Bianco. Usarono la loro ricchezza per smarrirsi in Africa. Antiche fotografie le mostrano avvolte in grandi gonne dai colori scuri. Indossano mantelle, cuffie e crinoline.

A volte, in deserto

 
Era coraggiosa e spavalda, Alexine. Viveva in un secolo che niente concedeva alle donne. Eppure lei era poliglotta, suonava il pianoforte con maestria, era una pittrice di buon talento. Avrebbe potuto felicemente sposare un giovane e brillante ufficiale tedesco. Lo amava, ma lo abbandonò pur di viaggiare. 'Una condanna all'erranza'? Con la madre vagò per l’Europa. Un passo dopo l’altro. Si spinsero in Medioriente, attraversarono il Mediterraneo. Alexine imparò l’arabo alla perfezione, divenne un’eccellente fotografa. L’Africa conquistò quelle due donne. Il Nilo le attrasse verso di sé. Madre e figlia avrebbero meritato ben altra gloria, ma erano donne in un mondo di soli uomini. Pochi le ricordano come esploratrici: le società geografiche, allora, le considerarono solo eccentriche signore olandesi che giocavano a fare le avventuriere. Disorientavano quelle tre donne: viaggiavano in terre pericolose solo per il desiderio di viaggiare. E non hanno mai scritto un libro di memorie, nessuna vanitosa cronaca delle loro avventure. Quegli esploratori boriosi che le incontravano lungo le piste dell’Africa non sapevano come classificarle. Samuel Baker, puritano esploratore inglese, ne fu scandalizzato: ‘Queste donne viaggiano sole, senza protezione. Sono matte. Avventurarsi fra i Dinka per una donna sola è una pazzia. I nativi vanno in giro completamente nudi’. Solo Livingstone ne riconobbe il grande, ingenuo coraggio: ‘Questa donna olandese ha la mia stima più grande’, annotò in una pagina del suo diario.


Alexine

Alexandrine aveva una luce negli occhi che narrava della sua tenacia. Fu lei a trascinare nuovamente la madre lungo le correnti del Nilo. Avrebbero potuto godersi le loro ricchezze, preferirono il rischio dell’ignoto. Madre, figlia e zia furono le prime donne bianche a spingersi nel cuore delle regioni meridionali del Sudan. In battello raggiunsero Gondokoro, ultimo avamposto lungo le sponde del fiume più lungo dell’Africa. Oltre, non è più navigabile. Alexine non volle sentir ragioni: la spedizione (settanta uomini di scorta, centinaia di portatori) proseguì nei territori sconosciuti del Bahr el-Ghazal, grande affluente occidentale del Nilo. Fu un viaggio tragico: le febbri uccisero la madre, le sue dame di compagnie e il botanico Steudner che le aveva accompagnate. Malattie e diserzioni decimarono la carovana. Alexine sopravvisse. Volle sopravvivere. Ma era oramai condannata alla solitudine: a Khartoum morì anche sua zia Adriana. Lei riuscì a tornare al Cairo e a spedire all’erbario di Vienna le piante che aveva raccolto durante il viaggio. Aveva quasi trent’anni, un dolore irreparabile nel cuore e la determinazione di essere oramai una figlia dell’Africa. Non sarebbe mai più tornata in Olanda. Vagò, per mesi e mesi, lungo i confini inquieti di quel continente. Alla fine approdò ad Algeri e, poi, a Tripoli. Davanti a sé aveva il Sahara. I libri di Henry Duveyrier, i primi scritti attorno ai tuareg, la appassionarono. Alexandrine Tinné, bella e ricca, è la prima donna bianca a tentare di attraversare il deserto arido più grande del mondo. Fu così che la sua carovana partì da Tripoli.


L'attesa

Alexine raggiunse la grande oasi di Muruzq, uno dei cuori del Sahara. Fu ospitata da un vecchio mercante di schiavi e da suo fratello, un mistico sufi. Conobbe i capi tuareg. Partì nuovamente, certa della loro protezione. L’agguato fu inatteso. Giovani tuareg, insofferenti dei vecchi equilibri clanici, aggredirono la carovana il primo di agosto del 1869. Alexine fu uccisa con un colpo di pistola. Il suo corpo non venne mai stato ritrovato. Il vecchio sufi di Murzuq si chiese se quella donna fosse davvero esistita oppure se fosse stata solo ‘un lanuginio’ dei suoi ultimi anni.

Il minareto di Murzuq


Alexine

Forse la storia ebbe una fine diversa. Ventisei anni dopo un tuareg raccontò a un giornalista del Daily Telegraph che Alexine era stata risparmiata. Era sopravvissuta all’eccidio della sua carovana. Aveva sposato un capo tuareg, aveva avuto tre figli, era vissuta con grande serenità fra i nomadi dell’Air. Adesso sì, non c’era più. Era stata sepolta in una piccola moschea a molti giorni di cammino da Agadez. I tuareg la conoscevano come ‘La Credente’.

Alexine, come le altre donne, non dona pace. Un regista-attore ha letto la sua (la mia) storia e ne ha fatto un piccolo spettacolo teatro. C'era un grande specchio in scena. Già, Alexine viaggiava per i deserti con uno specchio capace di 'raffigurarla tutta'. Ho un bel ricordo di quella sera. C'era un fiume che faceva fragore contro una pescaia e cenammo a tarda notte, come artisti. Dormii in macchina. Poi, qualche settimana fa è apparsa una giornalista olandese dal bel volto affilato. Voleva parlare di Alexine. Voleva sapere perché avevo scritto di lei. Ne fui sorpreso e le dissi, a istinto, che ne ero stato innamorato. Lei mi guardò dallo schermo di skype con sorpresa. Prese appunti. Ne parlò con il regista con il quale stava facendo un video su Alexine. Voleva che andassi in Olanda. Non se ne è fatto di nulla. Lei era dispiaciuta: avrebbe voluto che l'accompagnassi sulla tomba di Alexine. Voleva che lì ripetessi quando avevo detto a lei. Ma nella tomba (non sapevo che ne esistesse una) non c'è il corpo di Alexine. Se cercate nella maledizione di interent, troverete tutta la storia che ho scritto nella speranza di ritrovarla in quel deserto.
Signorina (Calenzano), 22 febbraio 


martedì 12 febbraio 2013

Satriano di Lucania.2/Mascheramento di paese



Domenica, Satriano

Le temperature azzardano l’inverno di Satriano di Lucania. Stanno lì, sotto lo zero. Il paese si congela. Antonio e Matteo, padre e figlio, sono già nel garage. Le maschere sono spirito, ma nel dietroscena vi è un lavoro che sa di edera, di fil di ferro, di forbici, di stivali da pesca, di occhi con il nerofumo. E la moglie porta il caffè.
Antonio veste il figlio Matteo da rumit. Da eremita. Da uomo albero. Il gusto del travestimento. E poi la giornata. In fondo si chiede un dono in cambio di auspicio. A fine mattina, la bisaccia di Matteo tintinna di monete. Come la sacca di Pinocchio.
La maschera avrebbe dovuto uscire dopo la prima messa. Ma Matteo ha impazienza ed è perfettamente solo quando scende per le vie scoscese e ghiacciate del paese.

La solitudine del rumit

Seguo Matteo per le strade di un paese che non vuole svegliarsi. Un vecchio lo maltratta in malo modo. Una vecchia si ingentilisce e tira fuori venti centesimi. Il rumit struscia il suo bastone di pungitopo sui campanelli. A volte, infrange le regole: e suona. Ma non può parlare. Non può rispondere al citofono. Se ne sta lì. In piedi. Oscilla un po’. Aspetta. La voce dalla casa si scoccia. Il portone rimane chiuso. A volte, però, si apre e un bambino allunga la sua mano verso la bisaccia di Matteo-albero.

Il rumit e i paesani


Cerco conferme alle parole che volevano spiegarmi: ‘Il rumit purifica. E’ solitario. Raffigura la mitezza. Porta una speranza di bella stagione. Avverte che l’inverno sta finendo. Stanno per arrivare i tempi della fecondità’. Poi, nel Carnevale, anni fa, irruppe la modernità: ‘Quarant’anni fa, il rumit divenne il contadino che non emigrava. Forse era così povero che nemmeno poteva immaginarsi di andare via dal paese. Ma forse non voleva andarsene. Non voleva recidere il legame con il bosco, con la campagna, con il paese. Il rumit, eremita solitario, diceva ai paesani che qua si poteva restare, qua si poteva vivere’.

Qualcuno apre la porta

Ascolto. Annoto. Seguo Matteo e i suoi diciassette anni. Nessun dovrebbe sapere chi è. Maschera sconosciuta. Ma così non è. L’uomo-albero sa in quale casa andare. Appaiono altri due uomini-albero. Si guardano. Non si parlano. Ma fanno la stessa strada. Cercano porte diverse. Si infilano nei bar aperti. Qualcuno è infastidito. Altri si frugano nelle tasche. Il paese è rinserrato in sé stesso. Le finestre sono appannate dai vapori. Il cielo si riapre nella neve.

Incontro con altri rumit

Abbandono i rumit. Atri mi portano a camminare nella neve. Non c'entra niente, ma mi faccio trascinare. Alcuni chilometri a piedi belli e inutili. Parole e freddo. Aggiriamo il paese dai boschi, sprofondo nel fango e nella neve, cerco un significato. Non me lo chiedo. Guardo vecchie vigne, do una mano a spostare un tronco caduto, vedo macchie d’umido nei display delle macchine fotografiche. Sento gocce di ghiaccio imprigionare i piedi. 

Maschere

Biscotti, vino e focaccia. Nella piazza del paese. Mi spiegano ancora: ‘Guarda, il bastone di pungitopo, la maschera deve avere le mani nude ed essere costruita solo con l’edera’. Matteo ha camminato a lungo: è arrivato spelacchiato.


Cammino nel bosco

Mi invita a pranzo un operaio della Fiat di Melfi (e sua moglie e sua figlia), un camionista di Melfi e un venditore matto di tessuti di Melfi. Mi offrono baccalà e formaggio arrostito con il miele. Vino aglianico del Vulture. Parliamo degli operai. Io parlo degli alberi e dei ragazzi della Lucania. Ribaltamento del Carnevale: un operaio di Melfi offre il pranzo a un giornalista inoccupato. Sul baccalà un cuoco troppo perfetto ha piantato tre spaghetti fritti. Li scansiamo.

Coppia di sposi


Il professore

La sposa


Poi è solo sfilata di maschere.
Il paese si impossessa dell’allegria. Del vino. Perfino il cielo si intenerisce e si tinge di celeste-inverno. Appare un sole imprevisto. Ecco, le altre maschere. L’orso. Arrogante, prepotente, rumoroso. Ha subito un torto l’orso. Vuole vendicarlo. Vuole una sua vendetta. Insegue le ragazze. Entra nelle case e ruba salsicce. Apre le porte dei bar e mette a soqquadro tavoli e bicchieri. Scorrazzano gli orsi. Maschere aggressive. Vestite di sintetico. Un tempo erano pelli di capra e dovevano puzzare.
L’orso era anche l’emigrato che tornava al paese. Spavaldo, arricchito, padrone del mondo. Gli orsi si divertono da matti. Eppure dovrebbero avere addosso l’antipatia della prepotenza. Ma i ragazzini suonano campanacci e si godono la scorribanda per il corso.

Il filosofo rasta

Un filosofo rasta offre, con il suo carello, vino cotto. Fuma la pipa, ha occhi sgranati ed è felice di essere qui.

Le Quaresime

E poi le vecchie Quaresime. Non hanno casa. Hanno una culla con un bambino. Hanno perso tutto. Sono la fine del Carnevale. Perdono sangue dalla bocca. Hanno il  volto bianco. E le vesti nere.

Il corteo nuziale

E il corteo nuziale. Uomini e donne che si invertono le storie e i destini. Mascheramento. Carnevale puro. Raffazzonato e bello. Le ragazzine si tinteggiano le barbe, gli uomini si arrossano labbra e mettono su grandi tette. Il professore, divinità protettrice del Carnevale, guida la sfilata. Questa volta il paese c’è. I vecchi si affacciano alla finestra. I ragazzi si rincorrono. Le coppie se ne stanno in piedi mano nella mano. Vorrebbero partecipare, ma si frenano a vicenda. Gli orsi travolgono gli incerti. I rumit scombugliano il corteo e travolgono gli uomini-albero. I due organetti e il solo tamburello sembrano orchestra. Un eremita eretico danza sulla scalinata della chiesa. Meglio allontanarlo. Questa non è festa da religione.

Irruzione di orsi nel bar

La carica degli orsi

Il balcone sul corso

Il gelo fronteggia la sfilata. Non vi è il coraggio di scendere fino alla piazza solitaria. Non vi sarà banchetto nuziale. I ragazzi non vogliono sentirsi liberi di tornarsene a casa, vogliono intrappolarsi nella gioia di una serata a meno sei e, allora, danzano davanti al comune passandosi bicchieri di vino cotto. Un solo rumit si ostina a ballare in mezzo alla piccola folla. Gli uomini-albero scompaiono. Gli orsi lasciano la loro pelle. Una quaresima partorisce l’ultimo figlio. Focaccia piena e salsicce. Già, il paese.

Mi arrendo al gelo. Ho voglia solo di una coperta addosso. Risalgo da solo il corso. Attento a non scivolare.

I vecchi del bar Vibbò


C’è un vecchio che, in questi tre giorni di Satriano, ho sempre visto al bar Vibbò. Sta lì nella luce di una finestra. Una tenda arancione lo illumina in maniera lunare. Mi siedo accanto a lui. Il vecchio mi guarda: ‘A chi appartenete voi?’.
Satriano di Lucania, 10 febbraio



lunedì 11 febbraio 2013

Satriano di Lucania.1/Cosa succede a seguire un rumit


L'orso e il rumit

L’inverno è una storia lunga su queste colline che, forse, desiderano essere montagne.
La ragazza ha l’aria sfrontata. E racconta dei mesi del freddo. Con orgoglio. Ha vissuto a Roma. Ma questo è ‘il paese’.  Qui ha ancora un significato, dire: ‘Questo è il mio paese’.
I ragazzi ballano nella neve. Incuranti del gelo. Il professore, uomo dai grandi baffi e la grande pancia, griglia carne e salsiccia. Colletta da cinque euro per una festa d’inverno. A me, come sempre accade in questo Sud, è stato un invito. Un grazie a voi. Non potete nemmeno immaginare....

Giulia a Satriano

Il gelo entra sotto i maglioni, si infila nei calzini, raggiunge la pelle. Questo è il Carnevale di Satriano di Lucania. Il freddo ne fa parte.
Rocco ha viaggiato per l’Australia e il mondo. Ma questo, anche per lui, è ‘il paese’. Qua ha creato un piccolo giornale. Qua parla di carta certificata, bicchieri riciclabili, di recupero di anidride carbonica con nuovi alberi. Mi tiene a parlare in mezzo a una piazza colma di murales. Non bada alla neve che cade fitta. E sbaffa i segni del pennarello sul taccuino.

Il rumit è solitario

Il rumit è l’eremita. Uomo verde, uomo selvatico. Uomo-albero. Anzi, non è materia, è spirito. Non vi è nessuno sotto la maschera. Come nelle savane dell’Africa Occidentale, le maschere escono e sono l’anima della natura o degli spiriti benigni. Questo è un voodoo degli Appenini Lucani.


Antonio e l'edera

Però, poi, mentre le maschere organizzate si ritrovano nelle sale desolate della scuola elementare e giocano alla magia ingenua del travestimento, io seguo, per i boschi un padre e un figlio. Antonio e Matteo. Inzuppo le mie scarpe nella neve, gli alberi scrollano su di noi il loro carico umido e bellissimo. Non mi proteggo. Camminiamo in discesa, scivolo, mi rialzo, non voglio che se ne accorgano. Loro sanno dov’è l’edera. Ogni anno, il giorno prima del Carnevale, vengono qui a tagliarla. Cresce lungo un basso muretto. Cresce come già facesse parte della maschera. I due uomini hanno un coltello da cucina. Nient’altro. Antonio taglia e ammucchia l’edera. Matteo cerca il pungitopo per abbellire il suo vestito di natura. Vorrebbe trovare le bacche rosse, ma già sono cadute. Alla fine, Antonio va in cerca nel bosco più fitto: deve trovare il ramo che farà da bastone. Siamo bagnati di neve e freddo.

Il rumit

Il rumit è maschera silente. Non parla, non chiede, non pretende. Ma tende la mano. E’ il patto fra uomo e natura. Struscia sulle porte con il suo bastone di pungitopo. Si aspetta doni e denaro. E’ maschera muscia. Muta. Cammina, se ne va con un passo strascicato. Forse incerto. Cambia spesso direzione. Esce al mattino. Arriva dai boschi. Il rumit dona un buon auspicio in cambio di un regalo. Sono finite le scorte per l’inverno. Questo è il periodo più difficile dell’anno. E’ finito il fieno per gli animali. Esaurite le riserve dell’erba per le vacche. La carne del maiale è terminata. Bisogna aspettare un risveglio. Quanto ancora? Il rumit consola. Annuncia che la buona stagione sta avvicinandosi.

Le sedie attendono l'estate

Nessuno ha più le vacche a Satriano. Per la carne c’è la macelleria che vedo sempre aperta.

Matteo e il pungitopo

Ma così raccontano il Carnevale di Satriano e così, in fondo, accade. Matteo è giovane. Si diverte. Suo padre è stato rumit per anni e anni. Adesso incoraggia il ragazzo. Matteo vuole studiare arte a Firenze. Diventerà maschera per un giorno. Lo spirito dei boschi ha l’anima di un ragazzo di Satriano. Io non dovrei essere qui. Nessuno dovrebbe sapere chi si nasconde sotto l’edera dell’eremita. Ma io lo so. Il paese lo sa. Stiamo tradendo gli spiriti della foresta? Nelle radure di Dahomey, anni fa, sotto i nostri occhi, fecero sparire l’uomo, se uomo era, sotto il covone che noi stessi avevamo animato. La maschera danzò in una sera di sangue e cielo annerito. Danzò fino allo stremo per le nostre macchine fotografiche. E poi scomparve nel nulla. Il voodoo non si rivela agli stranieri. Non c’erano tracce di uomo sotto la maschera. Ci convincemmo davvero che la maschera era immateriale. Ricordo stupore e un incanto spaventato. Ce ne andammo turbati. Finalmente qualcosa che non potevamo capire. Solo in Africa sono rimasti gli spiriti? Matteo lascia tracce nella neve. Io conosco la sua identità e il suo numero di telefono.

L'organetto e il gelo

Però a sera, a Satriano, i ragazzi, senza badare al gelo che precipita ben oltre lo zero, accendono un bidone di carbone e legna. Arriva il vino e il pane. Mi verso, a garganella, a cannetto, rivoli di vino aglianico sulla sciarpa. Sento il vino scivolare sulla mia guancia. Non mi stacco dalla canna. Vorrei essere qui sul serio. Vorrei far parte di questa comunità. Solo io e il professore siamo vecchi. Ma lui mi sembra il più giovane e matto. Io, come sempre, sono uno spettatore. Ricaccio il pensiero. Lo nascondo dietro un’assenza. Il professore è un maestro di orchestra, gli altri lo seguono. I ragazzi lo adorano. Appare l’organetto. Lo suonano con doppie mani. Il suonatore ha quattro mani e venti dita. Appaiono le ragazze. Finora c’erano solo maschi.  Le ragazze hanno finito università a Roma. Ne sono fiere. Ma ora qua stanno. Incerte nella vita che seguirà, forse. Ma che importanza ha ora? Adesso è la notte nella quale si danza nella neve. Danza la Satriano dei ragazzi. Vigilia di festa è buona ragione di fare festa. Una serata di balli è stata annullata per la neve. E allora, loro si sono presi una piazza. La più lontana, la più solitaria del paese. Là dove nessuno ha ripulito la neve. Ma questo non conta. C’è il vino, le sigarette che vengono rollate con abilità da mani che non si accorgono del freddo. C’è un ragazzo del Marocco che qua è cresciuto: ‘E’ più paesano dei paesani’, mi dicono. Un altro ragazzo mi svela i segreti del mio cellulare, mi collega al mondo da una piazza di neve. Un faro illumina un albero straordinario. Ricamo di gelo, Escher di Lucania. Mangio carne e salsiccia, bevo vino. Sto in disparte. Non vogliono che stia in disparte. La ragazza mi prende per un braccio.

Poi, alla fine, con gli occhi che danzano mi dice: ‘Ma come balli male’.
Satriano di Lucania, 9 febbraio

venerdì 8 febbraio 2013

Il mistero del pesce spada



Il mare di inverno a Ganzirri

Ho scritto un articolo sulla caccia al pesce spada. Questa storia mi ha preso con una lentezza che conosco. Non ho ‘giusta distanza’ rispetto alle storie. A nessuna storia. Tantomeno a questa. Ho scritto un articolo che deve ancora essere pubblicato. Non posso ricopiare. Credo già di infrangere le regole, pubblicando queste righe. Ma so che da oggi pomeriggio dimenticherò. Le storie durano i giorni del mio articolo. Ora mi occuperò di altro. Di alberi in Lucania. Non voglio dimenticare. Ma così accadrà.

Affresco sulla coperta della Simona, la barca degli Arena

Nessuno sa perché i pesce spada cambiano le loro abitudini nello Stretto di Messina e nei mari vicini. Non ha predatori il pesce spada. L’unico suo vero nemico è l’uomo. Che, da millenni, lo caccia.
Il pesca spada sa di essere al sicuro (non è vero: l’uomo è stato capace di affondare reti pericolose nel suo mare) nelle profondità del Mediterraneo. Solo a notte riemerge in cerca di cibo. Sa che i pescatori non amano la notte. Sa che le ore del buio, appartengono solo a lui.

Nino Arena, Imperatore dello Stretto, insegna a tirare l'arpione

Ma poi arriva la stagione degli amori. E l’amore fa cambiare i propri giorni. L’amore non rassicura. Fa correre rischi. I pesce spada perdono la testa. Lasciano la sicurezza del Tirreno e seguono le correnti che conducono nello Stretto di Messina. Là c’è cibo, là è possibile amarsi. Il maschio sfrega il ventre della femmina. Un vecchio medico mi ha detto che il suo gorgoglio è simile a quello che ascoltò, nelle foreste del Guatemala, durante i corteggiamenti degli uccelli del paradiso. Il maschio feconda le uova. In questi giorni, i pesci sono pazzi di felicità. Dimenticano regole di prudenza. Vengono a galla anche durante il giorno, afferrano correnti che li riporteranno verso il mare aperto. Sono distratti, inebriati, gioiosi. ‘Giocherellano’, mi dicono. Nuotano in cerchi, si avvicinano alla costa, a volte si azzardano a saltare fuori dall’acqua.

Nino Donato, e un frammento della sua barca demolita due anni fa

I cacciatori di Ganzirri, paese di pescatori sull’estrema punta orientale dell’isola, lo sanno. E, allora, aspettano i pesci, tendono agguati alla felicità. Questa pesca è una pazzia. Le loro barche sono assurde: chiglia quasi piatta, affilata, un traliccio alto oltre trenta metri al centro della coperta. Lassù sta la ‘vedetta’, l’’ntennere, l’uomo che, per ore e ore, scruta il mare per cercare il pesce. Questo stesso uomo guida la barca da quel cielo privo di vertigini. Una passerella allunga la prua della feluca di oltre cinquanta metri. E’ come se la barca stessa avesse una spada. In cima alla passerella sta il cacciatore con il suo arpione. Sarà lui a sferrare il colpo mortale. Sono guerrieri del mare, questi pescatori. La caccia è un’epica. Una storia di amore e morte.

La bellezza di Ganzirri

Bisogna colpire la femmina. E’ grossa almeno il doppio del maschio. L’arpioniere deve uccidere la femmina. Il maschio non può vivere senza di lei. Impazzirà di dolore. Non fuggirà. Girerà in cerchio attorno alla barca. La cerca con affanno e paura. Sa che morirà. Non vuole vivere. Offre la sua schiena all’arpione del cacciatore.
La femmina non farebbe altrettanto. Se fosse il maschio a essere colpito, lei fuggirebbe. Con tutta la velocità che ha nelle pinne. Nessuno potrebbe riprenderla. Lei non avrebbe dubbi. Scapperebbe lontano dal quel mare della sua breve felicità.

Il traliccio, la 'ntenna

I biologi marini non sanno spiegarsi questi comportamenti. Non ci sono ragioni scientifiche. Sanno che è vero: così accade. Da sempre e per sempre.

La riviera messinese. Qui il pesce si avvicina alla costa

Ma, una volta, una sola volta, Teresa, donna nata di fronte a questo mare, ha visto accadere qualcosa di straordinario. Il maschio ebbe un’incertezza. La compagna di una stagione era stata colpita, issata a bordo. Era scomparsa. Lui, sconvolto, si avvicinò la barca. L’arpioniere alzò la sua arma. Prese la mira, caricò il braccio. Il pesce scartò di lato all’improvviso. Danzò nell’acqua. Oscillò. L’uomo esitò, non tirò. Il pesce si voltò con un movimento brusco e bellissimo. Disegnò un arco di schiuma. Ruotò. Scappò via con addosso la sua bellezza e il suo dolore. Teresa ebbe un fremito di felicità.

Ho immaginato che anche l’arpioniere sia rimasto incantato da questa fuga. Il pesce infrangeva la regola. L’uomo appoggiò l’arpione alla spalla e rimase senza parole. Ci fu silenzio, per un momento, nelle acque dello Stretto di Messina. 
Matera, 7 di febbraio

L'articolo uscirà a primavera. Uno speciale del Touring Club sulla Sicilia.