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lunedì 9 dicembre 2013

Frammenti di Dancalia


E' accaduto....


Villaggio di Dalota

Mercato di Sembete

Mercato degli animali di Bati

Bar Erta Ale. Semera

In cammino. Asayita

Le cuoche del Basha Hotel

Notte. Giocare a biliardino. Asayita

Tomba afar. Strada per Afdera

Il miglior ufficio postale del mondo. Asayita

La moschea di Asayita

La scuola di Karsawaat

Il lago di lava. Erta Ale

Vetta dell'Erta Ale

Soldato. Erta Ale

Guardare il vulcano. Erta Ale

Notte di Hamed Ela. Riposo delle carovane. 

Risveglio della carovane. Hamed Ela

Il vallone delle carovane. Hamed Ela

Il ritorno delle carovane. Piana del Sale

Notte. Preparazione del cibo. Asso Bole

I fiori del Dallol

Dallol

La sorella di Fatuma. Hamed Ela

L'amica di Medina. Hamed Ela

Lago mobile. Piana del Sale

La preghiera. Asso Bole

Il riposo dei dromedari. Saba River

Lavare i panni. Saba River

Cercatore d'oro. Saba River

Mercante di Kora

In cammino. Asayita

Mercato di Sembate

martedì 19 novembre 2013

La benedizione di Ahmed

Ahmed

Mi accorgo di avvicinarmi sempre di più ai vecchi. Ahmed dorme sul pavimento di cemento del patio della moschea di Asayita. Si sveglia quando sono a due passi. Salamaleikun. Ha più di ottanta anni. Dice: ‘Ho i miei anni e allora vivo qui’. Cuscini attorno a lui, due bottiglie di acqua, il leggio per il corano. Cos’altro serve? Ha avuto tre mogli. Diciassette figli sono vivi. Otto se ne sono andati. Ha fatto il contadino, Ahmed. E’ haji, ha fatto il pellegrinaggio alla Mecca. E’ stato ad Addis Abeba, ha visto il mare, ha viaggiato in Kenya. Negli anni d’orrore di Menghistu, ha vissuto a Mogadiscio. Le sue mani sono cartavelina. Le sue gambe pergamena ossuta. La bolla sulla fronte è un callo bianco.
Ha visto gli uomini che hanno costruito la moschea. Non so se crederci. Ad Asayita gli italiani hanno lasciato un buon ricordo: furono loro a tirare su questo minareto che assomiglia a un faro. ‘Colonello Rauti’, Ahmed rammento perfino il nome del comandante di questo territorio. Doveva essere l 1937. Come è possibile?

Il vecchio recita una benedizione per noi. Voce lenta, salmodiante, inudibile. Ci augura buona sorte. Gli uomini attorno a lui alzano le palme delle mani verso l’alto. Un ragazzo nasconde il viso in una sciarpa della Finlandia.

sabato 8 dicembre 2012

Dancalia/3.Notte sull'Erta Ale: 'Inducimi in tentazione'


L'Erta Ale

Gli animali hanno conquistato la caldera del vulcano. Scoiattoli dalla grande coda si aggirano fra lava e igloo di pietra. Scendono nel precipizio dell’Erta Ale. Lo risalgono annusando l’aria, afferrando il vento. Cercano cibo. I turisti hanno cambiato il paesaggio del vulcano. Gli afar non sarebbero mai saliti sul vulcano. Per secoli non si sono mai arrampicati, guardavano da lontano quelle fiamme che, a notte, accendevano un cielo scurissimo. Perché venire fin quassù dove c’è solo il fuoco e i cammelli non hanno pascoli? I tempi cambiano e ora i diversi clan hanno costruito rifugi precari per gli strani occidentali innamorati della lava. Business del turismo, accumulazione primaria istintiva. Se ai bianchi piace la lava, diamogli la lava, hanno pensato e si sono detti nelle interminabili riunioni al buio delle capanne.
Nemmeno gli scoiattoli erano mai saliti fin sul vulcano. Ora sono a decine attorno alle capanne del precario villaggio in vetta all’Erta Ale. Sono arrivati attratti dal cibo, dagli odori, dai rifiuti. Un tam-tam animale. Lo scorso anno, sul bordo del vulcano, un topolino apparve all’improvviso e venne a mangiarsi una barretta di cioccolato sciolta sopra il mio zaino. L’uomo bianco, homo turisticus, ha creato una nuova ecologia: afar e animali arrivano al suo seguito e colonizzano a modo loro.


Alba sul vulcano

Notte sul vulcano

Guardando il vulcano


Sacrifico un calzino al dono di un’acqua fresca. Bottiglia di Highland avvolta nel calzino bagnato e messa al vento sul bordo della caldera. Niente di più dissetante. Un brindisi al fuoco.

Il bordo della caldera

Le praterie metalliche dell'Erta Ale

Praterie di 'capelli di Pele' sul vulcano


Gran movimento sul bordo della caldera, turisti notturni che, scioccamente, se ne vanno all’alba, cammellieri che ridiscendono i sentieri di lava. Rimaniamo ‘soli’. Con soldati, scout, guide….Yussuf, militare afar di Asayta, mi porta davanti alle due capanne di pietra dell’eccidio di gennaio. Allora vennero uccisi cinque turisti da un gruppo di banditi di frontiera. Storia mai chiarita.
Nessuno, questa notte, ha occupato i due rifugi di quella tragedia. E’ un caso, credo. Riconosco le capanne: sono le prime che vennero costruite quattro anni fa. Ho dormito molte volte qui dentro. Yussuf mi dice che gli aggressori sono arrivati alle due del mattino. Mi traducono così le sue parole: ‘Erano pirati, volevano solo rubare, erano afar, venivano dall’Eritrea’. Volevano sequestrare i turisti. Contavano sul riscatto. I turisti delle due capanne si ribellarono, gridarono, accennarono una reazione. Poi il colpo che parte. Nessuno può giurare chi abbia sparato per primo: uno scout della scorta o i banditi? Sono maldestri con le armi da queste parti. Sono colmi di chat, gli uomini di queste violenze in terra di frontiera. Si fa presto a uccidere cinque uomini. Mi guardo attorno. Penso, come sempre, che qualcuno dovrebbe pur ricordare chi morì quella notte. Il vulcano è indifferente.

Il vulcano reclama attenzione

Il gorgo della lava

Il lago è tranquillo

Prove di composizione

Stelle cadenti di lava

Arte contemporanea sul vulcano


Poi è il vulcano che afferra la scena del nostro giorno. Ha le sue abitudini, l’Erta Ale. Centellina le esplosioni. Sono certo che ci sia un ritmo. Yussuf mi conferma: ‘Alle undici, ogni notte, esplode’. In realtà c'è una scansione che si misura nelle ore. Il lago di lava racconta della grandiosità della terra. Illumina i volti, le pietre, il cielo. Disegna i suoi fiumi. L’acqua lavica si apre, diventa marea, inghiotte sé stessa. Si rigenera. Si ferisce. Si ricuce. Finge di solidificarsi. Lascia cicatrici. Che subito si risanano. La lava cerca di essere oceano, mare, onda. Scava grotte con improvvisa violenza. Si intestardisce contro la roccia fino a quando non le trasforma in materiale liquido. Ruggisce, il lago. Lancia sua impotente potenza verso il cielo. Stelle filanti di fuoco. Ipnotizza, l’Erta Ale.

Il piccolo Erta Ale

Il piccolo cono e la sua lava nera


Io amo the small Erta Ale. Il secondo cratere. E’ più grande del pit crater, non ha la sua magnificenza, ma una tranquilla ostinazione. Ho visto nascere questo vulcano, ho ascoltato, anni fa, i suoi primi vagiti. Ora è un piccolo cono al centro di una grande fossa ovale. E’ nero di lava, the small Erta Ale. Si dà da fare, il piccoletto. Dal suo cuore esce un magma nerissimo, una colata lenta, quasi solida, avvolgente, insinuante. Viene voglia di toccarla. Una sorta di schiuma vischiosa che viene avanti a velocità impercettibile. Sta trasformando la geografia della caldera, il piccolo vulcano. Sta cercando un suo mondo adulto. Vuole riempire sé stesso. Vuole seppellirsi sotto un coltre nera. Avvertendo, però, che la sua pancia è di fuoco: la colata si lacera e lascia intravedere la sua potenza, un occhio di fiamma lancia il suo sguardo verso il cielo.

Ipnosi


Il vulcano annichilisce, eccita, costringe al silenzio. E' una prova l'Erta Ale. Della nostra fragilità. Un soldato si genuflette sul bordo della caldera: allah akhbar. Ricordo Deder Eto che pregava, a notte, nella lava. Sentivo il brontolio della sua voce. Le sue parole incomprensibili scavarono nel mio cuore.  Bruck, il cuoco (di lui devo scrivere), prepara thermos di acqua di cardamommo: prendo una tazza e mi siedo sul confine del vulcano. Mi lascio scuotere dal vento. Nessun pensiero. Sento le ondate della lava contro le sponde del lago. Mi viene in mente: ‘Inducimi in tentazione’. Dove l’ho letto? ‘Lasciare fare la bellezza o l’avversità del mondo, fino alla reazione-limite del riso o delle lacrime’. Ci vorrebbe una preghiera a un dio particolare: ‘Inducimi in tentazione’. Questo è il senso che trovo stanotte di fronte alla quieta e violenta indifferenza del vulcano. Vorrei donarvi il rumore delle onde di fuoco che diventano ninna-nanna e l’inevitabilità, immutata e immutabile, della luna.
Erta Ale, 30 novembre



giovedì 6 dicembre 2012

Ancora Dancalia/1. La strada per Afdera


Sorry, sbalzo di tempo. Solo gli afar, gente della Dancalia, sono capaci di arrampicarsi su rocce e acacie e afferrare 'il campo', una brezza di rete che vaga per l'aria rovente di questo deserto. A me non riesce. Loro vanno in giro tenendo ben alzato il cellulare e prendono al volo un refolo di frequenza. E allora parlano, parlano. La famiglia è tutto per un afar e il cellulare consente chiacchiere sempre uguali ogni giorno. Così, oggi, viaggiano le 'dagu', le notizie, in Dancalia. Io non ci ho nemmeno provato. Non ho la loro pazienza. Non sono andato in cerca di connessioni. E così il diario di questo viaggio si è fermato nel blog. Scusatemi.
Ora, in altopiano, riprende un racconto di un tempo che è già passato. Quasi lontano. Quando accadeva quello che scrivo qui sotto? Un mese fa? Un anno fa? Non è mai accaduto?

Mahamuda Haji Hussein, il venditore di chiodi ad Asayita

 Mahamuda Haj Hussein ha la barba tinta di hennè e la bolla della preghiera sulla fronte. Vende attrezzi da fabbro o da muratore al mercato di Asayita. Vende chiodi bellissimi. La loro capoccia si attorciglia su se stessa e diventano un capolavoro di arte contemporanea. Haj Hussein è il ferramenta del mercato. Mi riconosce. E' invecchiato, sono invecchiato. Quanti anni sono passati? Una volta scattai una sua foto. Ripassammo di qui l’anno dopo e gliela diedi. Ora mi riconosce: Andreas…..e c’è emozione nella sua voce. Spalla contro spalla. Mano sul cuore. Ci guardiamo con occhi felici.
I miei amici comprano chiodi, falcetti, un vecchio forcone, anelli con antiche monete. Haj Hussein mi fa un grande sconto sui miei chiodi e mi regala un bracciale di ottone. Mi indica la sua casa e mi fa capire: ‘La prossima volta prendiamo il tè da me’. Insh'allah.

La casa che avremmo dovuto comprare anni fa

Il vecchio minareto di Asayita

Il mio letto sulla terrazza de Basha Hotel.


Il paesaggio dalla mia terrazza. Quest'anno le piogge sono state generose, l'Awash è ancora in piena

 La nostra casa di Asayita è crollata. E’ venuta giù una parete. ‘Accident’, mi dice Anfray. E poi tace. Io guardo il muro sventrato. Avevamo davvero desiderato questa casa.
Anche il Basha hotel è cambiato, Asfe ha abbattuto l’ingresso, adesso la corte si apre come un grande spazio sulla strada. Sì, forse è più bello. La nostra terrazza è sul punto di crollare, ma Asfe mi concede di dormirci da solo: ‘A bed of a king’. Ancora una volta dormo sospeso sul fiume Awash.

Il mercato di Asayita, le stuoie

Le spezie

Scambi

Il banchetto delle 'medicine'

Il ragazzo della fonderia

Arriviamo sempre al martedì ad Asayita. Giorno di mercato. Il più bello dell'Etiopia. So che così non è, ma è bello davvero. Qui ho la prova che il mondo dei nomadi, a volte, è sedentario. Nessuno ha cambiato il suo posto in questi anni. Trovo la ragazza delle arance, il bar del tè, la donna della 'njera, il cammelliere che arriva da Gibuti, il contrabbandiere con occhi da falco che sta sullo spigolo di una baracca, la vecchia che mi sembra vendere sempre la stessa stuoia. Riconosco i volti, i gesti, le contrattazioni. L'Africa ama la conservazione. So dove sedermi per guardare il mercato. Afferro uno sgabello. E potrei giurare che sono gli stessi bambini che mi si mettono davanti per non perdersi lo spettacolo di un bianco che beve il tè. Ma no, questo non è vero. Lascio ad alcuni di loro le foto scattate negli anni passati. Forse troveranno i loro fratelli diventati grandi.

La vecchia piazza di Asayita

I condomini di Asayita


Cambia, Asayita. E' già cambiata. Sono quasi finiti i nuovi 'condomini', abitazioni già in degrado (un tempesta ne ha sollevato i tetti), costruiti da indiani. Dicono che la città raddoppierà gli abitanti. Gli indiani girano con il volto ingrugnito. Braccianti dell'altopiano caleranno in questa terra desolata per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. L'Awash qui si impantana, non raggiunge il mare e rende fertile un piana sterminata. Vi si è coltivato cotone per decenni. Ora il governo ha l'ossessione della autosufficienza energetica. Ha sbarrato il fiume con una diga, creato un grande lago. La canna da zucchero servirà per il bio-fuel. Cambia la geografia, la società, gli equilibri. Asayita era la capitale del sultanato afar. Anfray Alì Mirah è il 'giovane' sultano. Non riuscirò mai a capire i suoi reali poteri. Per i vecchi di Asayita e per gli afar della pastorizia è lui il vero capo. Quello che amministra giustizia e dirime le controversie. Ma la nuova Asayita minerà il potere tradizionale. E un giovane afar cosa pensa? C'è chi ancora si cosparge i capelli di burro di capra e va in cerca di una ragazza e chi, invece, sogna di vivere a Semera, polverosa, nuova capitale della regione Afar. 

Il minareto di legno di Airo Lafo

La capanna del capo villaggio di Airo Lafo

Il minareto in legno di Airo Lafa è ancora in piedi. E’ un luogo desolato, questo, ma in Dancalia, come in Sahara, ci si difende con l'ironia. Il suo nome, mi traducono, significa: ‘qui c’è il sole e non c’è un solo albero’. Eppure un clan afar, duemila persone, vive qui da almeno due generazioni. ‘Dal tempo del sultano che ha preceduto l’ultimo signore degli afar’, mi spiegano. Cerco di capire: almeno da settanta anni fa, se non sbaglio genealogie nobiliari afar. 
Sono pastori sedentari, gli agar di Airo Lafa. Allevano dromedari e capre. Durante la stagione delle piogge lasciano la loro capanna e si trasferiscono in terre asciutte. Poi tornano qui. Mangiano solo latte e pane. A volte la carne di un vitello ucciso. La vacca, così, continuerà a dare latte per gli uomini e le donne.
Anni fa vidi sorgere uno sbilenco minareto di legno. Capolavoro di land-art. Ci avvicinammo, parlammo un po', e, alla fine, ci chiesero se potevamo contribuire alla costruzione di una moschea in muratura. Non lo abbiamo fatto. E’ stato Habib Mohamed sceik Mussa a donare il denaro per la piccola, nuova moschea. Sceick Mussa è un ricco mercante di dromedari. Sceick ha una sola moglie e dieci figli. La donna, Hirrig, ha un’aria affranta e pallida.
Non manca molto a terminare il nuovo minareto. Ma il vecchio, bellissima costruzione arcuata in legno, è ancora in piedi. Con ostinazione.
So che un giorno cadrà al suolo e la sua legna servirà per alcune settimane di fuoco.

Il bar di Sixties. La cassetta delle elemosine per una chiesa nel Wollo

Il vecchio e i suoi sandali

Gli amhara, gente dell’altopiano, hanno tolto dignità al villaggio di Guiah. Lo hanno chiamato Sixties. Sta a sessanta chilometri dall’incrocio con la grande strada per Gibuti.
I bar di Sixties e di Afdera sono gestiti tutti da tigrini. Si ascolta musica tigrina in terra afar. Si beve birra Saint George e si raccolgono elemosine per chiese cristiane dell’altopiano. Qui siamo in terra afar.
Un vecchio si avvicina al nostra tavolo fra le capanne di Sixties- Guiah. Sta in equilibrio sulle suo ossa di cartavelina e le sue gambe senza più pelle. Si siede in silenzio. Mostra una coppia di sandali a strati, fatti con pelle di dromedario. Sta lì con occhi di acqua. I sandali pendono dalle sue dita. Non dice niente. Alla fine, qualcuno compra. E lui non sorride. Vorrebbe vendere altro. Perfino la sua borsa. Quando ce ne andiamo, se ne va anche lui. Trascina i piedi, non ha forza per alzarti. Vorrei seguirti. Vorrei passare del tempo con te. Anche se tu, a naso, un bianco proprio non lo sopporti.

Le saline del lago Afdera

Il lago Afdera


Cosa avrà visto chi scrisse, ottanta anni fa, che il lago Afdera è ‘plumbeo e tristissimo’. Galleggio nella sua acqua salata, afferro correnti di acqua calda, la luna riflette i mie movimenti lentissimi. Felicità pura.

La vecchia architettura del sistema di pompaggio dell'acqua per le saline

Campo sulle sponde del lago Afdera

L'uomo che raccoglie la duma

A notte, un uomo scivola fra le nostre tende. Sale, senza incertezze, su una palma. Lo guardo e non posso credere ai miei occhi. Sale come un gatto. Va a raccogliere il recipiente in cui durante il giorno è colata la duma, linfa alcolica della palma dum. Si arrabbia perché cerco di scattare una foto al buio. Scende e mi punta il dito contro. Fa due passi sdegnati. Poi ci ripensa. Mi offre un sorso di duma. Ha il sapore del legno.
Afdera, 27 novembre