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martedì 21 gennaio 2014

Hamangi, il cimitero di Tripoli/Un normale finesettimana in Libia

La musica e la danza a Sabratha


Da molto tempo non scrivo più attorno alla Libia. Non vi sono mai più tornato. E non voglio spulciare ogni notizia che appare nel web per riprendere a scriverne copiando storie impossibili da verificare.
Non riesco a immaginare né Tripoli, né Bengasi. Ho imparato che quanto si scrive, quanto si legge su un giornale o su un blog è solo una piccola parte della realtà. E’ la realtà di chi scrive. Ognuno di noi, vuole vedere cosa vuol vedere.
Oggi faccio un’eccezione al mio silenzio. Tra le tante brutte notizie (arrivano solo brutte notizie dalla Libia, nessuno che ci racconti qualche quotidianità) me ne colpisce una: il nuovo assalto al cimitero ‘italiano’ di Hammangi. Eppure a scorrere qualche sito e le pagine del Lybia Herald appena al di là del Mediterraneo l’ultimo finesettimana è stato drammatico.

Una vecchia festa di Mawled, anniversario della nascita del Profeta

La deriva della Libia (ma anche dell’Egitto e del Libano, la ferocia della guerra in Siria, la violenza in Iraq e, poi, a scendere verso l’Africa si scivola verso una linea degli orrori: in Centrafrica, in Sud Sudan, in Somalia, in Congo, nel Nord della Nigeria, in Mali….) non appare quasi più sui giornali.
Si scopre che vi sono italiani al lavoro in Cirenaica, regione secessionista della Libia, solo quando due operai calabresi, Francesco Scalise e Luciano Grillo, vengono sequestrati fra Derna e Tobruk (e io penso: come mi era apparsa dolce Derna. Non potevo immaginare questa città come luogo del fondamentalismo radicale dell’Islam). Ci si allarma per la nostra dipendenza dal gas libico solo quando viene interrotto da milizie berbere il terminale del gasdotto che arriva in Italia. I pozzi petroliferi sono affidati alla protezione e al ricatto di milizie claniche.

Questa era la mia Tripoli

Metto assieme, con poche fonti e senza controlli, gli ultimi giorni di Libia (copio da internet, insomma). Ecco quanto è accaduto: a Tripoli viene sequestrato Han Seok Woo, responsabile dell’agenzia commerciale sudcoreana; a Janzour, cittadina-sobborgo a ovest di Tripoli, infuria una battaglia fra clan di paesi rivali (undici morti e sequestri incrociati di due leader); guerra aperta a colpi di mortaio a Sebha, nel Sud del paese, fra i tebu, popolo sahariano dalla pelle nera, e clan arabi; milizie pro-gheddafiane si impossessano della base aerea di Sebha e milizie di Misurata che scendono dal Nord per aiutare l’esercito (regolare?) a riprenderne il controllo; uccisi, a Bengasi, quattro esperti artificieri attirati in una trappola. Tutto questo accade appena oltre il Mediterraneo. La Libia, come mille altri luoghi, è solo un rumore di fondo nell’oceano dell’informazione.

L'ingresso al cimitero di Hamangi

E io, come due anni fa, davvero senza una vera ragione rispetto alla gravità di quanto accade ogni giorno in Libia, rimango colpito da un articolo che leggo con la solita distrazione, ma si ferma nella mia testa. In pochi giorni, fra venerdì e lunedì, uomini armati, con le bandiere verdi dei gheddafiani, hanno fatto irruzione due volte nel vecchio cimitero ‘italiano’ di Tripoli. Non è lontano dal centro della città. E’ conosciuto come Hammangi. Una volta qualcuno mi spiegò che si poteva tradurre con ‘Bagno Turco’. Non ne sono stato mai sicuro, c’è assonanza, è vero, ma non mi torna, non può essere. Anche durante la guerra civile (perché adesso non è la stessa guerra con continua?) i fedeli del rais assalirono il cimitero.

Bruno davanti alla lapide di Italo Balbo


Non so che fine abbia fatto Bruno. Oggi dovrebbe avere quasi 80 anni. Un vecchio italiano. So che non se andò quando, due anni fa, gli italiani vennero evacuati. Era il custode del cimitero, è l’uomo che aveva saputo salvarlo e ‘ricostruirlo’ dopo decenni di abbandono. I giornalisti italiani, nei giorni di stanca, andavano da lui per scrivere il loro articolo quotidiano.
Hammangi, luogo di sepolture, era la sua vita. So che, nelle prime settimane della guerra, Bruno era riuscito a portare a casa l’archivio degli oltre seimila uomini e donne sepolti in quel cimitero. Lui lo aveva ricomposto in venti anni di lavoro meticoloso.
Hammangi era l’ultima dimora terrena non solo dei coloniali italiani (qui venne sepolto anche il più irrituale dei gerarchi fascisti, Italo Balbo, caduto con il suo aereo nel primo giorno della seconda guerra mondiale) o dei cristiani di Libia. Negli ultimi anni, questo cimitero aveva accolto i corpi dei migranti, di chi era annegato nel tentativo di raggiungere l’Italia, di chi non era di religione islamica. Come se qualcuno avesse mai chiesto la religione ai senegalesi, ai cinesi o ai nigeriani sepolti qua?

Il cimitero di Hamangi


Sono entrato la prima volta al cimitero di Hammangi molti anni fa. Allora era in rovina. I sepolcri erano spezzati, lapidi in frantumi, ossa disperse. Era stato abbandonato dopo che gli italiani, nel 1970, erano stati cacciati, da un giovane Gheddafi, dalla nuova Libia rivoluzionaria. I miei passi furono di malinconia.

La mia Tripoli


Molti anni dopo un amico mi convinse a tornare ad Hammangi. Aveva appena scritto un racconto sul cimitero e sull’impresa compiuta, in solitudine, da Bruno e da sua moglie Nura. Il cimitero adesso era custodito. Grandi restauri erano stati compiuti grazie a finanziamenti del governo italiano e al consenso della Libia. Era stata restituita dignità a questo luogo. E il merito era tutto di Bruno e di sua moglie. Che avevano ricostruito le storie di tutti gli italiani che lì sono sepolti. Avevano consentito ai parenti di rintracciarli. Avevano dato pace alle loro ossa. Bruno parlava con questi morti. Era come se, e non sembri assurdo, avesse salvato la vita oltre la morte. Aveva donato una memoria a chi era stato dimenticato. Quando assieme entrammo in un lungo corridoio di tombe, Bruno mi annunciò alle ossa: ‘Ragazzi, abbiamo visite’, disse a voce alta.

Il vecchio guardiano di Leptis Magna


Ora leggo che per due volte, in pochi giorni, le bande gheddaffiane (ma siamo sicuri che le definizioni abbiano qualche valore in questa follia libica? E’ stato aperto un vaso di Pandora e la guerra è di tutti contro tutti) hanno assalito il cimitero. Non so se il custode libico si sia salvato. Leggo della sua casa devastata, della sua auto incendiata. Non so niente di Bruno.

La mia Tripoli

Posso solo riprendere in mano il libro che Luca Cosentino (‘Da Tripoli al Messak’, edito quattro anni fa da Terre di Mezzo). C’è un bel racconto dedicato a Bruno e al cimitero di Hammangi. Tutto quello che posso fare è riprendere il racconto di Luca. Eccone alcune righe:

‘…..Bruno mi attende seduto su una vecchia panchina, accanto alla moglie. Sarà lui ad accompagnarmi in questa visita ed a raccontarmi le vicende di questo cimitero e delle persone qui sepolte. Bruno infatti lavora qui da quasi 20 anni ed è grazie a lui che è stato possibile portare a termine questo progetto di risistemazione, apparentemente un normale progetto di edilizia civile che però ha avuto in questo caso dei risvolti davvero fuori dal comune. Si doveva lavorare infatti su un terreno devastato, dove i corpi affioravano tra gli sterpi e i riferimenti erano del tutto smarriti. Occorreva ricostruire la geometria originale del cimitero, ritrovare le file e le tombe, riconoscere i corpi, risistemare le spoglie in nuove cassette, provvedere alla classificazione e all'inumazione nei nuovi ossari. Mentre beviamo un thè verde all'ombra dei grandi eucalipti dell'ingresso, Bruno racconta come la parte più complessa sia stata proprio quella di dare un nome a tutti i corpi ritrovati sopra e sotto terra. Un lavoro durato anni e realizzato a partire da deboli tracce, una croce ancora in piedi, una bara con un nome, dei vecchi registri nell'ufficio amministrativo. Un incrocio di dati e informazioni da far coincidere, come un'interminabile sciarada.


Il cimitero di Tripoli

Bruno ha svolto questo compito immane con incredibile tenacia, aiutato solo dalla moglie e da un pugno di operai egiziani pagati alla giornata dall'ambasciata italiana. Per quasi vent'anni ha consacrato tutto il suo tempo libero a questo progetto, senza che gli fosse stato richiesto e senza essere pagato. Quando gli si chiede perché abbia fatto tutto questo, lui risponde con disarmante semplicità che è solo compassione per quei poveri corpi di italiani morti lontano dal suolo natio e dalle proprie radici. Compassione per chi, come lui, non ha vissuto mai in Italia ma è italiano e deve aver diritto ad un fazzoletto di patria attorno alle proprie spoglie. Parole che esprimono un'idea comune eppure toccante, un concetto che suona nobile anche a chi, come me, è abituato a diffidare della retorica che sempre si associa al concetto di patria…’.

Firenze, 22 gennaio 2014





giovedì 12 luglio 2012

Qualcosa è accaduto a Matera

Come spesso mi capita, questo non è un post. Contravvengo alla regola 'giornalistica' che mi ero dato per questo blog. Questa è una piccolissima storia personale di un gruppo di amici. Lo è anche se le parole che leggerete sono state lette nella più bella piazza di Matera. Chiedo scusa a chi non capirà, ancor oggi non riesco a spiegarla, basti sapere che qualcosa è davvero è accaduto a Matera.

Un gruppo di amici ha dimostrato che 'si può fare'. Senza riunioni, senza sponsor, senza permessi, senza patrocini, senza strategie di comunicazione. In fondo è stata davvero una storia di 'semplicità'. 'Che è difficile a farsi'. Per otto sere abbiamo occupato terrazze, angoli di piazza, stanzoni di ex-asili. Ci siamo portati dietro sedie, microfoni, chitarre, violini, tamburelli. Alla fine è apparso persino un contrabbasso. Amici e amiche hanno letto, cucinato, dato una mano, suonato, raccontato. Ci hanno seguito in una peregrinazione. In un viaggio strampalato. E' stato un gran bel gioco. Sono apparsi i cevapicic alla serata bosniaca, l'humus in terra di Palestina, formaggi a Pomarico. Ho visto una famiglia mettere le sedie in strada per ascoltare meglio. Ho visto chitarre, violini e tamburelli accordarsi in qualcosa di strano e fuggevole.
Otto presentazioni di libri. Allora, è vero: i libri possono uscire per strada e far parlare di sè.

Lascio dietro a me nostalgie che non conoscono rimedio, una foto dello 'strappo' del Carro (anche questo: scusatemi voi che di Matera non siete e io che non ho voglia di spiegare tutto) a Palazzo Lanfranchi (fini al 31 luglio, mostra dei 'pezzi' strappati al Carro) e dieci foto, fino ad agosto, nella preziosa Osteria Malatesta. Non è poco. Non è poco per me. Ed è senza trucchi. Come senza trucchi, scende il sipario. Ogni cosa ha una sua fine. Ci si prende per mano, si sospira, si sente l'emozione diventare sorriso, pianto, felicità. Il cuore finalmente rallenta. E allora, inchino di gratitudine. Un inchino per Matera.


Franco e i suoi Sassi

 Questo è stato il saluto di Adele. In piazza San Rocco. 

Ci sono esperienze che, semplicemente, meravigliosamente o inaspettatamente, ci capitano. Ci trovano ad accoglierle confusi, curiosi, a volte impauriti. Quello che può succedere da lì in poi sta a loro: sono loro che ci hanno sedotto, loro che ci sono cadute addosso, noi non le avevamo mica messe nei piani.

I ragazzi in attesa del Carro della Bruna
Con l’iniziativa I LIBRI SEMPLICI è successo così: ha fatto tutto da sola, ha preso e mi ha cercata. Confusa, curiosa, un po’ impaurita (fondamentalmente di togliere tempo e disponibilità totale alla cura di mia figlia Sonia) ho detto ma si, proviamo.

Tutto è iniziato quando ho invitato Andrea a mostrare una foto per Malatesta Art Project. Era ottobre quando mi scriveva: “Culliamo l’idea possibile-impossibile di passare un paio di mesi a Matera fra maggio e giugno. Si, facciamo questa mostra al Malatesta…facciamo due foto 70x100”. E poi: “Potremmo raccogliere strumenti semplici: scacciapensieri, cupacupa, guira…potremmo scrivere le storie…potremmo…intanto facciamo questa mostra…troviamo alibi e scuse”. E continuando: “Per la mostra penso a una foto grande e a quattro piccole per storia. Due storie. Dobbiamo solo decidere se le storie sono tutte lucane: Bruna e Maggio di Accettura? Oppure Bruna e Mawled di Tripoli? Oppure Bruna e…”. 




Piazza san Rocco
La terrazza di Franco e Mariella



La mia risposta: “Bruna e Mawled di Tripoli, il compleanno di Maometto e i boccoli della Santissima. Maometto e Bruna, belli insieme, già me li immagino”. E ancora Andrea: “Provo…dammi tempo…a confondere i suoni del Mawled con i boccoli della Bruna…poi però invitiamo le donne che vestono la Madonna…ci verranno al Malatesta? Si, ci vengono”.





Piazzetta San Pietro Caveoso
Il cortile del laboratorio di Beppino

Passano tre mesi, nel frattempo, nei giorni del Natale, ci siamo incontrati in Toscana e durante una cena nella sua casa a San Casciano abbiamo parlato “seriamente” della possibilità di presentare i suoi libri a Matera e dintorni, l’idea era nata la notte di Capodanno all’Aia Santa di Vicchio.



Le Fucine dell'Eco, l'ex-asilo dei Sassi
Il circolo degli scacchi di Pomarico



Ecco la email datata 20 gennaio:”Settimana della vanità. Qui dovrai perdonarmi senza perdonarmi. Ma se davvero organizzassimo una simples-week attorno alla Bruna? La mostra (la foto grande e le quattro piccole) e poi una serie di presentazioni fra Matera e Modugno…che so: Kapu alla libreria, la Bosnia, visto che si parla di cibo all’osteria, la Dominicana a Bari, i Viaggiatori viaggianti a Modugno. Manca il Che (se sarà uscito) e la Palestina. Il Che ad Accettura e la Palestina al mare. Troppa fatica ma mi piace pensarlo. Poi finalmente cambio mestiere e vado a fare l’apprendista di cartapeste. Devo trovare la foto di Franco Palumbo che cammina verso i Sassi”.



Piazza della Cittadinanza Attiva

Via Ridola, di fronte alla Libreria dell'Arco


E’ così che è nata la rassegna I LIBRI SEMPLICI, Andrea non credeva possibile che traducessimo in realtà quell’idea invece…eccoci qua. Alla fine di questa esperienza posso dire tante cose, su tutte, che quel timore di sottrarre energie alla cura di Sonia si è rivelato infondato: dopo tutto questo viaggiare la mia immaginazione si è arricchita di storie, suoni e colori che ispireranno favole da raccontarle.
Matera 7 luglio 2012

sabato 30 giugno 2012

MaterTripoli/Dalla Bruna al Mawled. Dalla Civita alla Medina


Franco e i Sassi


Domani, il primo di luglio, l'anno ruota attorno alla sua metà. Comincia, con la lentezza dell'estate del Sud, il cammino verso un nuovo tempo.
Anche la piccola e strana rassegna dei Libri Semplici scavalca il mezzo del suo percorso. Ora si ferma. Per qualche giorno. Perchè queste sono le ore dell'ebbrezza, del sacro e del profano. Sono i giorni della grande Festa della Madonna della Bruna. E noi vogliamo viverli. Ieri sera sono state accese le luminarie sulle strade dalla pietre bianche che segnano i confini dei Sassi. C'è una tesa felicità nell'aria.

I ragazzi delle luminarie mi dicevano che la Libia, ai tempi del potere di Gheddafi, era uno dei loro clienti migliori. Incroci delle storie. Mawled, la celebrazione del profeta Maometto, una delle grandi feste dell'Islam, è lontano. E non è ancora tempo della pace a Tripoli. Fra pochi giorni ci sarà il primo voto della gente di Libia. Ma il cammino del paese sarà lungo e denso di pericoli.

Abbiamo pensato a Matera e a Tripoli. Abbiamo cercato il filo rosso che unisce le due sponde sorelle del Mediterraneo. Abbiamo voluto che le due città si ritrovassero in un giorno di festa. La Bruna e il Mawled. Un piccola mostra fotografica, dieci foto, niente di più, nella Osteria Malatesta, uno di quei luoghi che solo la magia di Matera può immaginare e rendere reali, è stata voluta per rendere onori a due città sorelle.

La mostra fa parte del Malatesta Project curato da Adele Caputo. Inaugurazione il primo di luglio, alle ore 19. Poi sarà la partita, la finale fra Italia e Spagna. 
Le foto rimarranno esposte all'osteria, via San Biagio, 45, fino al 4 di agosto.

I ragazzi aspettano l'arrivo del Carro


MaterTripoli

Ho trovato affinità. Quasi una complicità inconsapevole. Una somiglianza.
La Festa di Matera e la Festa di Tripoli. La Lucania e la Libia. La Madonna della Bruna e il Mawled, il ricordo di Maometto. L’ebrezza e la devozione di giorni sacri e gioiosi.

I Cavalieri della Bruna


I ragazzi della processione dei Pastori, all’alba, corrono dietro allo scoppio delle ‘caramelle’.
A Tripoli, nel giorno della Festa, quegli stessi ragazzi lanciano petardi nei vicoli stretti della Medina e corrono di angolo in angolo. Sventolano i gonfaloni verdi delle confraternite sufi, si prega cantando nelle moschee più nascoste. A Matera si innalza l’immagine della Madonna e si mostra alla città il suo volto dolcissimo. Si alzano i canti delle donne. A Tripoli come nella più bella città del Sud italiano, risuonano i tamburelli.

La Madonna della Bruna


E’ semplice dire che le due sponde dello stesso Mediterraneo sono vicine e sorelle.
E’ semplice, eppure, spesso, sembra impossibile colmare questa distanza. Qualcuno ha cercato di chiudere questo mare. Vi hanno schierato eserciti. Ma Matera e Tripoli, nord e sud del Mediterraneo, sono la stessa terra. Il sole ha lo stesso calore e la stessa antichità. Le pietre hanno gli stessi accecanti riflessi, sono state levigate dai passi di un’umanità che, in questi due luoghi, ha sempre voluto vivere. Matera e Tripoli stupiscono.
Emozionano.

Comincia il viaggio del Carro


Due uomini, qui, fra i Sassi, e là, sulle rive del Meditarraneo, un giorno, mi mostrarono la loro città. Franco e Giovanni, un laico e un vescovo. Franco mi fece scendere dei gradini costruiti per il passo degli animali. Giovanni mi portò sul lungomare. Entrambi, all’improvviso, si fermarono come stupiti. Volevano farmi vedere una bellezza che ben conoscevano, ma fu quella stessa bellezza, la perfezione di Matera e di Tripoli, a stupire ancora una volta entrambi. La Festa della Bruna nel sud dell’Italia e il Mawled sulla costa Africana sono le ore della loro felicità.

Questa piccola mostra è dedicata a Franco Palumbo e agli uomini e alle donne della Libia che stanno cercando un futuro di pace.






domenica 24 giugno 2012

Metti otto sere più una a Matera



Otto sere, otto libri di Andrea Semplici
Ogni sera un libro come alibi, la musica di Piero, di Leo, di Gregorio, la voce di Adele accompagnati dagli amici.
Tutto un po' snob e popolare, 'clandestino', ma lo sanno tutti, piccoli e tranquilli rave a cui sono invitati a partecipare nonni e nipoti.



I musicisti


Comincia questa strana settimana di Matera. Non ricordo nemmeno come questa storia abbia avuto inizio. La racconto così: una cena fra amici (ma questo sono certo che non sia mai avvenuto, forse qualche chiacchiera ogni tanto), la ricerca di una ragione per venire a stare un po' di tempo a Matera. 'Si potrebbe parlare dei libri che hai scritto'. Chi lo ha detto? E' stato detto? Forse è tutta una invenzione. Forse è solo la mia vanità. Ma poi le palline di qualcosa che nessuno ha deciso, hanno cominciato a rotolare, nessuno le ha fermate (per incoscienza, immagino), i libri sono stati poggiati su un tavolo (e qualcuno ha detto sorridendo: i libri Semplici...), poi gli amici hanno cercato case e complicità, non mancano i guai, ci saranno contrattempi (scusateci, è una prima volta e nessuno di noi fa previsioni), ma c'è una promessa: otto serate più la micromostra fotografica all'osteria Malatesta (ad affratellare Matera e Tripoli, la Festa della Bruna e il Mawled nella capitale della Libia) vengono fatte perchè vogliamo passere belle ore assieme. 

Tempo fa ho conosciuto una ragazza degli Appennini. Si chiama Elisabetta Salvatori. Andava, e credo che vada ancora, di casa in casa, di casolare in casolare, a raccontare storie. Attorno vi erano amici, la gente delle famiglie, una tavola con del vino, qualche sedia. Trovai della magia fuori tempo nell'andare di Elisabetta. Aveva il sapore dell'antico, come queste montagne desuete che sono gli Appennini. Ma i suoi viaggi avevano la bellezza di una nuova modernità. Matera ha queste stesse doti: un antichità profonda, una storia che è nata quando ancora non vi era la storia (almeno questa è la sensazione) e che mai si è interrotta e una capacità, ai miei occhi forestieri, di vivere la contemporaneità. La città, la sua gente, le sue pietre, saprà perdonarci anche la piccola follia di queste otto serate a parlare di libri



Tutto qui






‘Accade che arrivi a Matera, dopo averla sognata per molti anni. Ci vuole una rivista che ti ci mandi. Una scusa, insomma. Poi ci sono reti improbabili. Un cammino che passa da Nairobi, attraversa la Toscana per approdare ai Sassi. Non riesco a spiegarvi con chiarezza. Ma è così, senza che tu te ne renda conto, che avvengono le amicizie, le complicità. Così arrivi a Matera e subito capisci che non ne uscirai uguale. La bellezza, certo. L’accoglienza che è storia naturale. Però c’è altro. Un sentire che si impiglia. Un cammino che si muove sulle pietre bianche. Che non dà pace, ma dona serenità sconosciuta. Alla fine, dici: ‘Qui voglio essere. Qui’. In certe mattine di inverno, c’è una nebbia impalpabile che sale dalla gravina fino alla rupe dell’Idris. Tutto è a posto’.



Questo è il programma (e probabilmente ci saranno cambiamenti. Cercheremo di farli sapere: www.facebook/a.semplici)