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giovedì 8 agosto 2013

Pigghialu, Pigghialu, una storia di amore e di morte

Nino 'Pedazzi' Arena mima il lancio dell'arpione

So che gli occhi di Nino hanno la velocità dello sguardo delle aquile. Non so cosa veda: a duecento metri di distanza, intuisce il movimento di un’ombra, il riflesso di una pinna, il guizzo sottomarino di una coda. Oppure un salto, il balzo improvviso del pesce, il suo gesto di felicità pura. Dura un attimo, ma il pescatore sa afferrare questo istante e guidare la feluca, la sua assurda barca, verso quel punto introvabile delle acque dello Stretto di Messina. L’euforia del pesce è stata la sua condanna.

La costa messinese dello Stretto





Nino Arena ha 69 anni. Vive in fronte al mare. A Ganzirri, paese di pescatori all’estrema punta orientale della Sicilia. Ogni giorno si sveglia e, dalla finestra, guarda le strisce scure delle correnti che allacciano il Tirreno allo Jonio. Cerca di spiegarmi: ‘Quando, nei giorni d’estate, al mattino, la luna sta per coricarsi, la corrente comincerà a risalire. I pesci verranno in superficie. Sarà una buona giornata di pesca’. Nino è conosciuto come Pedazzi, Grandi Piedi. Non so perché abbia questo soprannome. A me colpiscono le sue mani. Immense e forti come un remo. Erede di una dinastia di pescatori, altri tre fratelli sempre sulla stessa barca (la Simone, ha il nome del padre), Nino Arena è un ‘ntennere, una vedetta, un ‘avvistatore’. Si arrampica lungo il traliccio al centro della barca, sale fino a trentacinque metri e passa la sua giornata a guardare il mare. Fino a quando non scorgerà una vibrazione dell’acqua. E, allora, da lassù, girerà la prua verso il pesce. Nino è l’Imperatore dello Stretto, fra i più celebri cacciatori di pesce spada di Ganzirri. Già, perché la pesca del pesce spada, in realtà è una ‘caccia’. Non si usano esche o reti. Vi è la ritualità antica dell’appostamento, dell’avvistamento, dell’inseguimento, del colpo di arpione. Della cattura. Storia di amore e morte.

Sulla fiancata di una barca

‘Questa pesca è una pazzia’, mi dice Teresa Romeo, giovane biologa dell’Ispra, centro di ricerche marine e ambientali. Da anni studia i viaggi del pesce spada nelle acque del Mediterraneo. Questa è una storia di migrazioni: passano tutti dallo stretto di Messina, i tonni come i falchi pecchiaioli e, nei mesi del caldo, le coppie innamorate dei pesce spada, nomadi del mare. Vengono fra le rupi di Scilla e le spiagge di Cariddi, per mangiare e amarsi. ‘I pesce spada, di solito, trascorrono i loro giorni nelle profondità – racconta Teresa Romeo – ma , nello Stretto, in estate, cambiano abitudini. Stanno in superficie. Vengono a riprodursi’. Il maschio sfrega il ventre della femmina. ‘Una volta, una sola volta, sono riuscito ad ascoltarne il rumore: era simile al gorgoglio emesso dall’uccello del paradiso quando corteggia la sua compagna’, mi dice Giulio Santoro, medico e vecchio appassionato della caccia al pesce spada.

Ganzirri

Animali solitari, questi pesci. Ma nella stagione degli amori risalgono lo Stretto in coppia. E i pescatori sono impietosi. Conoscono le rotte della loro luna di miele, sanno che amano le acque di Grotta, di Iutara, di Sant’Agata, riviera del messinese. Qui aspettano a bordo delle loro barche dalla chiglia affilata. Una passerella allunga la prua di almeno cinquanta metri, l’arpioniere è in piedi sulla punta di questo cammino di metallo sospeso sul pelo dell’acqua. L’’ntennere, a sua volta, è lassù, in un cielo privo di vertigini. Ha i comandi del timone. L’ora migliore della caccia è attorno al mezzogiorno. L’ora del seccagno, quando il sole non inganna la vista. Aspettano, i pescatori….

L'antenna della barca

La femmina è almeno il doppio del maschio. I pescatori sanno di dover colpire lei per prima. Inseguono la coppia. L’arpioniere tende i muscoli. La barca arriva sopra i due pesci. Scatta la spalla dell’uomo, il polso ha una torsione, le gambe puntellano un equilibrio impossibile. La femmina è colpita, schizza via, ma non ha speranze. Muore con ancora negli occhi la felicità di un amore. E il maschio non avrà pace. Non sa vivere senza la sua compagna di una stagione. Non fuggirà. Gira a cerchi attorno alla barca. Sa di essere condannato, non cerca scampo. Si offre all’arpione. Lei, al contrario, non lo farebbe. Se il maschio fosse stato colpito, lei, con rabbia e follia, fuggirebbe via, verso una possibile salvezza. Questa è davvero una storia di amore e morte. Pigghialu, pigghialu, cantava, con voce rotta, Domenico Modugno, che aveva sposato Franca Gandolfi, donna di Messina. Quando il pesce è steso sulla coperta della barca, il pescatore striscia con forza le sue unghie sotto l’occhio dell’animale. Lascia il suo segno, il suo marchio, la cardata da cruci.

Franco Arena sulla passerella della sua barca

‘Questo mestiere strugge’, sussurra Nino Arena, di fronte a un bicchiere di Jack Daniel’s. Occhi di malinconia. Franco, il più giovane dei fratelli Arena, ha sessantacinque anni. Il più vecchio, Pasquale, ne ha settantaquattro. I figli non faranno i pescatori di pesce spada. Non c’è economia in questo lavoro. I nove gruppi di pescatori di Ganzirri, non si amano. Alle spalle decenni di rivalità. Diffidano uno dell’altro. ‘In dieci anni tutto sarà finito’, mi dice Teresa Romeo. ‘Fine di una storia bellissima che risale almeno al IV secolo avanti Cristo’, conferma Rocco Sisci, autore di un’appassionata storia di questa caccia. I pescatori di Ganzirri sono una nobiltà del mare. Il fiocinatore era addestrato fin da bambino a centrare bucce di arancia che galleggiavano in mare. L’ntennere ha cominciato a scalare il cielo a dieci anni. Nino Donato, 63 anni, è uomo magro, dai piccoli baffi. Anche lui pescatore di fama a Ganzirri. Ha demolito la sua barca due anni fa. Ne conserva un frammento, il graffito di un occhio di legno. Lo ha appeso nel salone di ingresso della sua casa. ‘Ho smesso con dolore. E’ stato come perdere una donna amata’, mi racconta con un sorriso di nostalgia.

Nino Donato con un frammento della sua vecchia barca






Strana e strappaemozioni, questa storia. Fai il tifo per il pesce: che riesca a scappare agli arpioni del cacciatore. Allo stesso tempo, scrivi: che questo mestiere non finisca. Che i nipoti dei pescatori possano continuare ad andare a caccia. Teresa Romeo vive su questa frontiera fra sentimento e ragione: ‘Nel 2007 furono catturati 950 spada. Un’annata formidabile. Ci fu ricchezza a Ganzirri’. L’anno dopo le prede furono solo 327, anno nero. I pesce spada sono anche indicatori di anomalie climatiche. Teresa vorrebbe la sopravvivenza della caccia e, poi, si lascia sfuggire un racconto: ‘La femmina era stata catturata, il maschio era disperato. Nuotava in tondo, scuoteva la coda. Era bellissimo. L’arpioniere lo aveva a tiro. Lui scartò di lato. L’uomo esitò. Non lanciò. Quella volta, il maschio fuggì. Lo vidi andar via. Con il suo dolore e la sua bellezza. Volevo applaudire il suo coraggio’. Il fiociniere ritrasse la sua arma, l’appoggiò alla spalla e guardò l’orizzonte chiuso dalla costa dove, nei tempi della mitologia, si nascondeva Cariddi.






Testo e foto di Andrea Semplici


Questo articolo è apparso su Qui Touring

venerdì 8 febbraio 2013

Il mistero del pesce spada



Il mare di inverno a Ganzirri

Ho scritto un articolo sulla caccia al pesce spada. Questa storia mi ha preso con una lentezza che conosco. Non ho ‘giusta distanza’ rispetto alle storie. A nessuna storia. Tantomeno a questa. Ho scritto un articolo che deve ancora essere pubblicato. Non posso ricopiare. Credo già di infrangere le regole, pubblicando queste righe. Ma so che da oggi pomeriggio dimenticherò. Le storie durano i giorni del mio articolo. Ora mi occuperò di altro. Di alberi in Lucania. Non voglio dimenticare. Ma così accadrà.

Affresco sulla coperta della Simona, la barca degli Arena

Nessuno sa perché i pesce spada cambiano le loro abitudini nello Stretto di Messina e nei mari vicini. Non ha predatori il pesce spada. L’unico suo vero nemico è l’uomo. Che, da millenni, lo caccia.
Il pesca spada sa di essere al sicuro (non è vero: l’uomo è stato capace di affondare reti pericolose nel suo mare) nelle profondità del Mediterraneo. Solo a notte riemerge in cerca di cibo. Sa che i pescatori non amano la notte. Sa che le ore del buio, appartengono solo a lui.

Nino Arena, Imperatore dello Stretto, insegna a tirare l'arpione

Ma poi arriva la stagione degli amori. E l’amore fa cambiare i propri giorni. L’amore non rassicura. Fa correre rischi. I pesce spada perdono la testa. Lasciano la sicurezza del Tirreno e seguono le correnti che conducono nello Stretto di Messina. Là c’è cibo, là è possibile amarsi. Il maschio sfrega il ventre della femmina. Un vecchio medico mi ha detto che il suo gorgoglio è simile a quello che ascoltò, nelle foreste del Guatemala, durante i corteggiamenti degli uccelli del paradiso. Il maschio feconda le uova. In questi giorni, i pesci sono pazzi di felicità. Dimenticano regole di prudenza. Vengono a galla anche durante il giorno, afferrano correnti che li riporteranno verso il mare aperto. Sono distratti, inebriati, gioiosi. ‘Giocherellano’, mi dicono. Nuotano in cerchi, si avvicinano alla costa, a volte si azzardano a saltare fuori dall’acqua.

Nino Donato, e un frammento della sua barca demolita due anni fa

I cacciatori di Ganzirri, paese di pescatori sull’estrema punta orientale dell’isola, lo sanno. E, allora, aspettano i pesci, tendono agguati alla felicità. Questa pesca è una pazzia. Le loro barche sono assurde: chiglia quasi piatta, affilata, un traliccio alto oltre trenta metri al centro della coperta. Lassù sta la ‘vedetta’, l’’ntennere, l’uomo che, per ore e ore, scruta il mare per cercare il pesce. Questo stesso uomo guida la barca da quel cielo privo di vertigini. Una passerella allunga la prua della feluca di oltre cinquanta metri. E’ come se la barca stessa avesse una spada. In cima alla passerella sta il cacciatore con il suo arpione. Sarà lui a sferrare il colpo mortale. Sono guerrieri del mare, questi pescatori. La caccia è un’epica. Una storia di amore e morte.

La bellezza di Ganzirri

Bisogna colpire la femmina. E’ grossa almeno il doppio del maschio. L’arpioniere deve uccidere la femmina. Il maschio non può vivere senza di lei. Impazzirà di dolore. Non fuggirà. Girerà in cerchio attorno alla barca. La cerca con affanno e paura. Sa che morirà. Non vuole vivere. Offre la sua schiena all’arpione del cacciatore.
La femmina non farebbe altrettanto. Se fosse il maschio a essere colpito, lei fuggirebbe. Con tutta la velocità che ha nelle pinne. Nessuno potrebbe riprenderla. Lei non avrebbe dubbi. Scapperebbe lontano dal quel mare della sua breve felicità.

Il traliccio, la 'ntenna

I biologi marini non sanno spiegarsi questi comportamenti. Non ci sono ragioni scientifiche. Sanno che è vero: così accade. Da sempre e per sempre.

La riviera messinese. Qui il pesce si avvicina alla costa

Ma, una volta, una sola volta, Teresa, donna nata di fronte a questo mare, ha visto accadere qualcosa di straordinario. Il maschio ebbe un’incertezza. La compagna di una stagione era stata colpita, issata a bordo. Era scomparsa. Lui, sconvolto, si avvicinò la barca. L’arpioniere alzò la sua arma. Prese la mira, caricò il braccio. Il pesce scartò di lato all’improvviso. Danzò nell’acqua. Oscillò. L’uomo esitò, non tirò. Il pesce si voltò con un movimento brusco e bellissimo. Disegnò un arco di schiuma. Ruotò. Scappò via con addosso la sua bellezza e il suo dolore. Teresa ebbe un fremito di felicità.

Ho immaginato che anche l’arpioniere sia rimasto incantato da questa fuga. Il pesce infrangeva la regola. L’uomo appoggiò l’arpione alla spalla e rimase senza parole. Ci fu silenzio, per un momento, nelle acque dello Stretto di Messina. 
Matera, 7 di febbraio

L'articolo uscirà a primavera. Uno speciale del Touring Club sulla Sicilia.