mercoledì 30 aprile 2014

Alessandria del Carretto/Il viaggio dell'albero. Giù dalla montagna

 
Gli uomini, al mattino

Alla fine mi siedo, appoggio la schiena a un albero e aspetto. La giornata del trasporto dell’albero giù dalla montagna è fatica, fango, lividi sul petto, sulle spalle, sulle braccia da esibire  con orgoglio la mattina dopo. Guardo passare questo gruppo di uomini (e donne che irrompono nella tradizione: Isabella è  quasi sempre in testa a tirare) che dalle radure di Spinazzeto, lassù sul crinale, hanno fatto scendere la pita, quaranta quintali di legno, abete bianco di trenta metri, fino allo scivolo di pietra dei vicoli del paese. Alessandria del Carretto, ultima domenica di aprile, con qualsiasi tempo, è il giorno in cui l’albero compie il grande viaggio. E’ il giorno della festa, del vino, della forza, della tenacia. Della comunità. E’ una piccola storia che lascia addosso il senso della meraviglia. Ed è una storia che non può essere raccontata. E’ eccessiva. E bellissima. Solo una cantastorie calabrese potrebbe essere capace di dirla.




Il lavori del mattino

Al mattino salto sul cassone di un furgone a quattro ruote motrici. Uomini pigiati uno sull’altro. Cielo di cristallo. Dopo giorni di pioggia a tempesta, anche il sole sembra inchinarsi alla gente che comincia a salire verso la montagna. Regala cielo azzurro e aria da inverno che non vuole finire. Quasi un delusione: è ricordo da narrare ai nipoti quando si tira l’albero sotto la neve o la tempesta. E’ gloria della memoria il fiato che si gela nell’aria o le gambe che affondano nella melma. Diciamo che è fortuna che almeno il fango non manca nemmeno oggi. La pioggia verrà dopo. 


I lavori del mattino

Alla radura di Spinazzeto, mille e cinquecento metri di quota, gli uomini sono già al lavoro. Nessuno dà ordini. Un fuoco per scaldare i rami del prugnolo selvatico che si attorciglia nelle torte. Qui non si usano corde o catene. Le tire, grossi bastoni di pero selvatico, sono allacciate all’albero da questi rami contorti. ‘Non si romperanno mai’, mi assicurano. Vanno scaldati e poi annodati su loro stessi. Lavoro di forza. Colpi di scure per arrotondare l’albero e bisogna togliere sbalzi alle tire. Lisciare il tronco, che scivoli bene. Lavoro da falegnami dei boschi. Si va con bella lentezza. La gente sale a piedi. Passa il vino, il prosciutto con il grasso, la frittata, le cicorie, le uova sode, i baccelli grandi. Arrivano i fotografi, i ragazzi della musica, la  zampogna, i tamburelli. Passano le ore. Lavoro con destrezza. Sette ganci di ferro vengono ben piantati nel tronco. ‘Un altro’, dice l'uomo, dopo tre colpi di mazza. Poi si annodano le torte, si saggia l’equilibro delle tire. Altre due tire vanno davanti al tronco, come traino. Gli uomini esperti stanno al timone, che serve anche da freno.

La partenza


La partenza

Il fango

Il fango


Questa festa ha i suoi vangeli: non ci sono venditori (anzi, si è infastiditi se qualcuno viene a vendere bicchieretti di legno), il prete rimane in paese e non si benedice nessun albero, soprattutto non ci sono buoi a faticare per gli uomini. Sono i corpi a tirar giù l’albero. Le zampogne sono compagne di viaggio. Ragazzi da fuori paese vengono a dare una mano. Bisogna essere in sessanta a tirare. Incontro paesani che arrivano da Genova o dal Garda per faticare su questa montagna. Mille e seicento chilometri di auto per venire a trainare un albero. Hanno il posto nelle tire in eredità dal padre. Che l’ha avuta dal nonno. Zi’ Gatto, Franco Gatto, guida il timone dell’albero dal 1975. Il ragazzo appena dietro ha avuto il suo ruolo dal padre. E’ lui che è arrivato da Genova. Beppino, il caporale, che, in piedi sul tronco,  guida il corteo, sta lì dal 1985. E’ una marcia trionfale, questa.

La prima fatica


Si parte alle undici. Senza squilli. Qui tutto appare normale. Non c’è spettacolo. Non si fa teatro. Il fischio di Beppino, cappello nero in testa e due dita in bocca, è il solo segnale che mette in cammino gli uomini. E subito dopo il gesto che ripeterà di continuo: la mano lanciata in avanti e poi rivolta all’indietro: ‘Spingete, tirate’. Beppino ha i movimenti del pendolo. Per tutto il viaggio starà in piedi sulla plancia del tronco.
Scarponi nel fango, schizzi di terra sulla lente dell’obiettivo, slabbrate di melma in fronte, sbandamento di gente, disequilibri, inciampi, urla, il bosco si anima, perfino gli altri alberi sembrano partecipare al viaggio del loro fratello, braccia che si arrossano, adrenalina addosso, il collo che si tende, ginocchia che si alzano nello sforzo, piedi che scivolano. Danza di tiratori. Bisogna uscire dalla melma. Il viaggio è ancora festoso e spavaldo. Tutti sanno che si fermerà dopo duecento metri. Bella radura, alberi a proteggere, cielo rannuvolato, arriva un pioggia veloce, ha importanza? Tempo del cibo. Ci si divide in comunità. Arrivano suonatori dai paesi albanesi, amici rasta da Reggio Calabria, un uomo di Cardeto con zampogna e formaggio e mi dice: ‘Non siamo nemmeno sulla carta geografica’. Arrivano ragazzi su ragazzi. Vino nei bicchieri piccoli. Un sorso e un altro sorso. Musica. Tarantelle sul prato. Formaggi stagionati immersi nel miele. Misciaruhi con le uova. Peperoni con salsiccia. Si taglia il pane appoggiandolo al petto e usando un coltello a serramanico. ‘Quelli con il manico bianco sono i migliori’. Il gesto lento di versare il vino tenendo il bottiglione sotto l’ascella. Gli uomini diventano fontana. ‘La pita la porta giù il vino’.

La danza e il cibo

Nessuno avverte quando si ricomincia. Ma c’è un movimento collettivo. Davvero questa è comunità. Comunità provvisoria che dimostra che l’impossibile, almeno un giorno all’anno, è possibile. Bisogna ripartire. Non so da cosa si capisca, ma i ragazzi riprendono in mano le tire. Via la stanchezza. Ora il viaggio comincia davvero. Il fischio di Beppino. E non c’è più niente da raccontare. Sono le due del pomeriggio, c’è mezza giornata di discesa davanti a noi. ‘Raccontala questa vanvera’, mi grida un uomo. Isabella mi parla dell’Altro Jonio Possibile. Della comunità. Del paese che muore. Dell’ipocrisia, delle troppe chiacchiere, del Sud. Degli scoraggiatori. Dei ragazzi che vorrebbero un altro paese. La loro ribellione. La loro impotenza. La loro forza. Ritrovo Isabella a tirare davanti a tutti. Balla con i grandi. Come qui chiamano i vecchi. I passi di tarantella degli anziani (solo uomini) sono un incanto. Danza di vecchi orsi leggeri. Qui i balzi di generazione sembrano non contare. C’è affetto su questi prati.

Partenza

Il vino


Giù per le discese. C’è la scivolatura. Cento metri ripidi come un precipizio. I sassi scricchiolano sotto i piedi. Un tempo qui mollavano l’albero. Che se ne andasse da solo. Ora lo trattengono, ruzzolano pietre, si puntano i piedi. La pita si incastra, si inchioda, sbanda, viene recuperata, rimessa in strada. Davanti ci sono i ragazzi che tireranno fino all’ultimo minuto. Dietro, sulle ultime tire, è sarabanda. Si va avanti a strappi, soste, vino, scroscioni di pioggia, nebbia gelida che accerchia questo irreale corteo. So che sta accadendo qualcosa di bello. Ci vorrebbe Salgado da queste parti. Oppure Gabriel Garcia Marquez. Queste sono Ande d’Italia. Latinoamerica del Sud. Gente sale dal paese e si ferma sui prati a godersi lo spettacolo.







Appare la cima. Abete giovane. Segreto della festa. Da dove arriva questo nuovo albero che dovrà essere innestato sulla pita? Tutti lo sanno, non può essere detto. Le mani fanno un gesto di eloquenza. Gli uomini addobbano l’albero, ne legano i rami (che non si rovinino nella discesa), lo sollevano, se lo mettono in spalla. Adesso precederà i passi del grande albero. I gruppi si incontrano. I due alberi si annusano. Applausi.

La zampogna

Zi' Giovanni
Veniva da Cordeto


‘C’è meno gente dello scorso anno’, mi avvertono. C’è stata una perdita in paese. Un lutto di quelli che lasciano ferite. Molta gente non è salita. Sono ancora mesi del nero. Dureranno a lungo. Alcuni sono andati via dal paese per stare lontani dalla festa. Troppo forte il dolore.

La discesa

Comunità
La discesa
L'apparizione della cima

La strada della montagna

 L’albero scende. Ha il suo ritmo. La stanchezza è oltre il corpo. Ci si siede, ci si passa la mano sul viso, ancora un bicchiere di vino. Gli occhi hanno lampi. Ci si tocca per darsi forza. I timonieri non hanno toccato un goccio. Loro hanno in mano la velocità del tronco. Non è gioco per distratti, questo. Sanno che a loro tocca essere saggi per tutti quanti. Li ho visti addomesticare il tronco, domare l’albero quando voleva imbizzarrirsi, lasciare sciolte le sue briglie quando si incastrava. In fondo, s’intravede il paese. L’ostello Ambrosia. Ultima fatica. Ancora una discesa. Siamo arrivati. Ricomincia a piovere. Saltano fuori cerate e organetti. Si balla uno addosso all’altro. Sotto ripari che fanno scivolare l’acqua dentro il collo. Festa immediata, continua. L’abete se ne sta in pace per un po’. Animale abbandonato nella strada. Anche lui ha l’aria della fatica.
‘Scrivi di questo paese. Qui parlano parlano, ma poi non ci sono frutti’. E mi dice di mettere il nome: Passino. Un vecchio mi prende da parte, incavo della mano, sussurro nell'orecchio. Mi chiede se gli trovo una donna. Me me indica una e si porta le mani al petto. Guardo la sua solitudine. Attorno i ragazzi ballano. Si grigliano salsicce sotto la pioggia. E’ tempo di birra.

Ingresso in paese

Il ballo

Arrivo in paese

Arriva la notte. I lampioni regalano colori di arancio agli alberi. Fa freddo. Insiste a piovere. Ci si raduna a urla. Ultima adrenalina. La più tosta. Si fatica a ripartire. Si libera il tronco da sacchetti di baccelli e lardo. Bisogna andare, non è più tempo di mangiare. Il gioco si fa ancora più serio. Il paese è uno scivolo umido. I vicoli sono stretti. Le pietre sono trappole. Le tire non gireranno nelle strettoie, si incastreranno negli angoli delle case. Questo è il momento dell’emozione. Via, via. I ragazzi hanno eccitazione addosso. Sembrano atleti al via della corsa per la vita. Appare il sindaco, Isabella è ancora lì, in testa al corteo scomposto e fremente. Ora ci  sono i comandi, ci vuole attenzione e sapere. Questo lavoro non è uno scherzo. Il vigile mi confessa: ‘Queste case le hanno tirate su negli anni ’60 senza pensare alla festa. Da qui è sempre passato l’albero e, invece, hanno fatto una strettoia’. Sorprendente questa storia di urbanistica di paese e festa. Qualcun aveva avvisato i geometri? La discesa è un ruzzolone tempestoso. L’abete si inchioda negli spigoli, spezza mattonelle, minaccia terrazze, fa tremare cancellate, minaccia le finestre.


Tumulto in paese


 Le tire si inarcano, scivolano, si stroncano. Vengono sostituite. Ragazzi rimangono con i piedi impigliati nel legno. Ci si spinge, si urla, ci si fa coraggio. Si balza da una parte all’altra del tronco. Si acchiappa al volo chi scivola. Un ragazzo mi grida: ’Vai avanti, sali sul terrazzino’. Gli do retta. Salto legni di traverso. Spingo anch’io. Salgo su una sorta di soppalco stradale. Benedico il non-finito calabro. Questa volta mi salva. Un ragazzino protesta, ho preso il suo posto, gli ho tolto la prima fila. Arriva l’abete, le tire cercano di falciare i nostri piedi, un grido finale, scroscio di pioggia, acquazzone improvviso. Eccitazione. Sovraeccitazione. Intrico di gambe, mani, corpi, urla, stanchezza, bellezza, braccia, fatica, orgoglio. Tutto nell’ultimo precipizio del paese. Un balzo rabbioso, l’abete si arena nello slargo che avrebbe voluto essere piazza. Piove a dirotto, i ragazzi salgono sul tronco disteso per terra, si prendono  e si danno applausi. Organetti, zampogne, tarantelle. Senza una difesa per la pioggia. Anche lei vuole partecipare alla festa. La pita è in paese. Cerca il suo riposo. Accerchiata dalla gente bagnata e in festa.

Matera, 30 aprile

sabato 26 aprile 2014

Alessandria del Carretto/Il primo giorno della pita






‘La festa si deve fare. Facciamola’. Paolo non ha dubbi.
Nessuno, al paese, ne ha. Non chiedo perché fanno tutta questa fatica. ‘Si deve fare’.

La salita al bosco di Spinazzeto

La festa si è sempre fatta. Avrò modo di studiare, leggere, ascoltare le parole dotte degli antropologi. Ora è tempo di andare a tagliare l’albero. L’abete bianco. La pita. Sta in alto, oltre il crinale della montagna. Nel pendio che scivola verso le terre di Terranova del Pollino. Là è Lucania. Alleanza di paesi e regioni per la festa. Sul versante che guarda al mare non ci sono più questi grandi abeti. Il monte scende a pascoli. Credo che abbia nostalgia dei suoi alberi. Sono terre fragili, queste. In movimento. Frane fanno slittare costoni di rocce. La Calabria si sgretola. I pendii sono crepati da rivoli d’acqua. Le fiumare trasportano ciottoli verso il mare. Si sono aperte grandi valli come strade per precipitare in cerca di una spiaggia. La fiumara Saraceno è un colpo di rasoio attraverso le ultime montagne del Pollino.


L'arrampicata all'albero


L’albero è stato scelto in inverno. Uomini esperti lo hanno scelto. Chiedo, ma non riesco a capire chi davvero lo abbia indicato. Mentre saliamo questi stessi uomini guardano altre piante: già pensano all’anno prossimo. Nessuno mi dice della cima. So che sarà presa in un altro posto, ma non posso saperlo. Apparirà durante il viaggio dell’albero.  

Il taglio

Primo atto della Festa dell’Abete. Alessandria del Carretto, paese sul confine fra Calabria e Lucania. Da sempre, fra la fine di aprile e i primi di maggio, qui si taglia l'albero, poi con la forza delle sole braccia lo si trasporta fino in paese e lo si alza in uno slargo dei vicoli che vorrebbe essere piazza. Una cima, la punta di un altro abete, sarà innestata sul tronco. La festa è fatica, maestria di boscaioli, adrenalina di un giorno. Oggi dobbiamo salire in montagna. C’è da raggiungere il pendio di Spinazzeto. Là dove gli alberi ci provano a volare verso il cielo.

Si tira l'albero


Di fronte all’ostello Ambrosia, passano i pick-up. Il tempo di un caffè. Motoseghe e corde, tiranti e accette nei cassoni. E il cibo per la giornata. Alessandro ci fa salire. Oggi possiamo andare su in auto. Fino alla fontana. La primavera prova a essere tale con fiori che punteggiano i prati. Gli alberi, invece, ancora esitano con le loro foglie. Il sole promette di rendere più facile il lavoro. Soppressa e formaggi, vino in un solo bicchiere e baccelli prima di salire. Il fiato manca subito. Gli alberi non crescono in pianura. Salita ripida, gli uomini si appoggiano sul manico dell’accetta per riprendere fiato. Io mi aggrappo agli alberi per tirarmi su. Qui i ragazzi chiamano zi’ gli uomini più grandi. ‘In segno di rispetto’.


I lavori


Alla fine arriviamo. Ci si siede, si guarda l’albero. Appare altissimo. Arriva il vigile di Terranova. La forestale. Ci sono le regole. Stanno lì un po’, poi se ne vanno.
‘Vado’, dice un uomo. Ma lui non va via. Come il Barone Rampante, si arrampica sull’albero. Porta con un sé una corda. Strano, tutto è normale. Avviene secondo un ritmo di cui nessuno dà il tempo. Non c’è spettacolo. Qui si fa. L’uomo sale come un gatto, lega la corda al tronco poi la cala giù grazie al peso di una scure. A monte la corda viene agganciata a un martinetto, si usa un altro albero come gancio di sicurezza. Poi entrano in azione gli uomini con la motosega. L’albero deve cadere verso la salita. Non deve danneggiare l’altro abete. Deve cadere con lentezza. Il taglio appare come un lavoro di precisione. La pita non si oppone, non si ribella, non prova a resistere. Cade in silenzio. Senza fare fracasso. Azzardo: c’è un’aria da fiaba di montagna in questa caduta.

Beppino, il caporale

La pita è a terra e gli uomini le sono già addosso. Le accette tagliano via i rami più piccoli, le motoseghe sono rapide, gesti sicuri, i ragazzi ci provano, i vecchi hanno nostalgia e si danno da fare con la corteccia e i nodi. L’albero è spogliato della sua bellezza. Ne prende un’altra. Si trasforma. Suda resina. Le mani rimangono appiccicate. Le mie dita si incollano al bottone di scatto della macchina fotografica. Volano cortecce e segature. Ecco, zi’ Gatto che è fra i più esperti. Zi’ Antonio, zi’ Pasquale, zi’ Ciccio. Confondo i nomi. So che ognuno di loro ha la sua esperienza. In meno di un’ora l’albero è un tronco nudo. Risplende nel paesaggio della montagna.

La discesa

Sale un trattore. L’uomo ha abilità, sguardo del sapere, e una bandana a nascondere i capelli. I suoi cingoli slittano, saltano sul fango, aggrediscono il pendio. Il trattore ha una danza pesante. Toccherà a lui tirar giù l’albero. Comincio a conoscere gli uomini: ecco il sindaco, ecco Beppino, fa il caporale della pita dal 1985, porta sempre lo stesso cappello nero, sarà lui a guidare la discesa dell’albero verso il paese. Intanto il trattore fa il suo lavoro. Prudenze: la pita è pesante, bisogna dribblare altri alberi. Gli uomini hanno attenzione. Sono arrivati i ragazzi con la zampogna e i tamburelli. ‘C’è il suono’. Scendiamo. Sono stanchissimo.


Si preparano le tire

L’albero arriva alla radura dei lavori. Questo giornata è senza comandi. Sembra che nessuno diriga il lavoro. Gli uomini sanno quello che devono fare. Si preparano i fuochi, le braci, le griglie. Qui si mangerà. Ma intanto gli uomini squadrano il tronco, ancora pulizia. Via i nodi, gli attorcigliamenti del legno, i monconi dei rami. Lavoro quasi di fino. Automatismi della festa. Si preparano con pazienza le tire. Sono di pero selvatico o di cerro. Le spalle e le mani dovranno appoggiare la loro forza su questi bastoni. Ci saranno sette tire, mi spiegano. Più due davanti. Sarà fatica vera. Qualcuno ha già attorcigliato rami di prugnolo: saranno le corde che allacceranno il tronco alle tire. Scaldate sul fuoco, non si romperanno mai.

Il gancio

La musica

Il cibo

Si mangia. Novellame ‘illegale’ e buonissimo, sangue cotto, salami, formaggi freschi, frittate con i funghi, con i nuovi asparagi, baccelli, arrosti di agnello, peperoni, pasta al forno, olive. Un bendiddio. Vino asprigno e buono. Passo di tovaglia in tovaglia. Ogni foto, un dazio felice di offerta di cibo. Davvero, questa festa ha l’aria di casa. Gli uomini riprendono a lavorare. Con metodo. Con gesti attenti. Un filo di corda per segnare il punto in cui segare. Corta passata nel gesso, uno snap con la mano e rimane la linea. Trucchi da manovale. 

La pita

L’albero non potrà essere più lungo di diciotto metri altrimenti non gira in paese. I ragazzi provano con le motoseghe. Hanno capelli alla mohicana e piercing nelle guance. Provano il lavoro. Sperimentano le loro mani. I vecchi osservano. Imparerò che qui non si dice che sei vecchio, ma che sei grande. Gli uomini danno consigli. Sanno che il futuro della festa è nelle mani di questi ragazzi. Un colpo di coltello e ancora una costola di agnello. Si griglia di nuovo. Fino a quando il cielo non si fa di cobalto. Gli uomini caricano le macchine. Qualcuno scende a piedi. Un ultimo bicchiere di vino che passa di mano in mano. L’albero è lucido. Una creatura sdraiata sul prato. Cerca un riposo nelle ore del buio. Aspetta il giorno della festa. Sa che sarà il protagonista di una storia degli uomini di questa montagna.

venerdì 25 aprile 2014

Cronache da Gerusalemme.16/Il rosario di Bethlehem

To exist is to resist

Al venerdì pomeriggio lascio Gerusalemme per Bethlehem. Vado a Betlemme, la ‘Città del Pane’. Mi incammino quando il sole comincia a calare sul cielo della Palestina. Ma già so che non potrò godere del tramonto. Dove sto andando l’orizzonte è chiuso dal Muro. Ho un appuntamento con un piccolo gruppo di uomini e donne. Mi aspettano poco oltre il check-point numero 300. Cammineremo assieme per cento metri. Per un rosario. I nostri passi sfioreranno la barriera di cemento armato alta otto metri che divide Bethlehem, terra di Palestina, dal resto del mondo. Oltre sessantamila palestinesi (dati della municipalità) non possono, se non a prezzo di fatica e batticuore, uscirne. Sono rinchiusi dietro un cerchio di lastre di cemento.

Suor Donatella

Alle cinque del pomeriggio passo il check-point 300. Gli israeliani lo chiamano ‘terminal’. Io sono straniero e non ho problemi. Ho fatto l’abitudine (e mi maledico per questo) ai fucili, ai cancelli, alle strettoie delle inferriate. Nella gabbia spuntano perfino venditori di souvenir e chewigum.
Tella mi aspetta al di là del check-point. Suor Donatella Lessio, 52 anni, sorella elisabettina, piccola, tosta, veneta, mi guida fino al piccolo gruppo di persone in attesa. Dieci anni fa, primo marzo del 2004, cominciò la costruzione del Muro (perché tutti ci ostiniamo a scriverlo con la maiuscola?) a Bethlehem. E da dieci anni, ogni venerdì, giorno santo dell’Islam, questa gente (pochi uomini e donne. A volte si unisce qualche musulmano) cammina e prega lungo il Muro. ‘Qualcosa dovevamo pur fare’, ricordano.
Camminano per cento metri. Dal varco del check-point fino a uno spigolo sbarrato dal filo spinato. I soldati oramai hanno fatto l’abitudine a questa piccola cerimonia: ora imbracciano il mitra e sembrano disinteressarsi di noi. Il Muro chiude il cielo di un convento di altre suore, accerchia una casa, incombe sul Baby Caritas Hospital (lì lavora suor Tella). In un angolo, sul cemento, un artista inglese ha disegnato una Madonna in attesa di un figlio. E’ una grande icona.  Tella mi spiega che quando il bambino nascerà il Muro crollerà. Siamo in attesa del Principe della Pace.

Il rosario
Il check point numero 300


La piccola processione di uomini e donne cammina sussurrando il rosario. Un ragazzo ha abiti eleganti e uno stemma della Palestina nel risvolto della giacca. Un grande murale ci fa compagnia: raffigura kefiah e mais, questa terra allacciata al Chiapas del sud-est messicano. Vi hanno scritto: ‘To exist is to resist’. Ho visto Tella indossare una maglietta con la stessa scritta. L’ho ascoltato più volte nei giorni di Palestina: ‘Stiamo qui. Questa è la nostra resistenza’.
Il Muro e la suora

Già, il tè invece della guerra

Le suore hanno contato le loro preghiere: ‘ In dieci anni abbiamo detto almeno 27mila AveMaria. E’ la nostra maniera di ribellarci, di lottare. E’ la sola arma che abbiamo. Vogliamo provare a stancare il Padreterno, vorremo che ci aiuti a ritrovare la pace nella città dove è nato suo figlio’.  I turisti e i pellegrini che passano, a volte senza nemmeno accorgersene, il check-point numero 300, dovrebbero dire il loro rosario davanti a questo Muro, dopo essersi inginocchiati nella chiesa della Natività.

La preghiera di fronte all'icona della Madonna in attesa


Un cammino lento. Si va avanti e indietro. Ci si stringe. Quasi un conforto. Alla fine ci si ferma davanti alla Madonna in attesa di un bambino. L’ultima preghiera. Poi il silenzio, un sorriso, darsi la mano, due parole. Un saluto. Il senso di una resistenza leggera e profonda. Capace di aprire una crepa nel Muro.

Tella ci invita per il tè.

Questa preghiera ostinata e sommessa è il sacro di Bethlehem.
Bethlehem, 28 febbraio