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martedì 10 aprile 2012

Incontri in Maremma/Cerbone



Cerbone (da webdiocesi.it)




In Maremma non mi stupisco più di niente. Persino un vescovo si è scomodato nel raccontarmi la sua storia. E’ un vescovo santo. Uno sciamano. Un san Francesco dell’antichità. Non è nemmeno certo che sia esistito veramente, ma anche lui aveva un carattere tosto. A lui si deve un piccolo miracolo contemporaneo. Che non so quanto sia vero: certo è che pagherei pur di vedere papa Ratzinger alzarsi in piedi in segno di omaggio al vescovo di Massa Marittima, successore del vecchio Cerbone che sta accompagnandomi in visita alla sua cattedrale. Così vuole la tradizione.

Visse nel VI secolo, Cerbone. Era nato in Africa, fu discepolo di san Regolo. Spesso le loro mitologie si confondono. Fuggirono assieme dalle scorrerie dei Vandali. Attraversarono il Mediterraneo. Trovarono rifugio sulle coste di Populonia. Regolo non sfuggì al martirio.

La cattedrale di Massa Marittima


Cerbone sopravvisse e divenne un predicatore dei boschi. Gli uomini di quella solitudine lo vollero come vescovo. Mal gliene incolse: Cerbone celebrava la messa all’alba e i boscaioli di Populonia, a quell’ora, avevano già il loro daffare. Riuscirono a lamentarsene perfino con il papa. Che convocò a Roma il vescovo insonne. Dovette essere un viaggio meraviglioso: Cerbone convinse due cerve a dissetare con il loro latte le guardie papali, guarì tre uomini colpiti dalla malaria e infine arruolò come scorta regale un folto drappello di oche. Forse fu per stupore che papa Virgilio si alzò dal suo scranno quando vide arrivare quel vescovo e il suo seguito di animali. Il vescovo disse messa e, al momento dell’eucarestia, angeli celesti intonarono un coro potente e magnifico. Il papa non poteva impedire a Cerbone di dire messa al mattino.
Anche il re dei Goti, Totila, dovette arrendersi. Avrebbe voluto che un orso selvaggio sbranasse quel vescovo rompiscatole. Cerbone ammansì l’animale che si inchinò fino a leccare i piedi del santo.

I 'rilievi neri' di Massa Marittima


Non era così potente da compiere il miracolo della pace, Cerbone. L’invasione dei Longobardi lo costrinse a fuggire all’isola d’Elba. Morì nel 575 e chiese di essere sepolto sulla spiaggia del golfo di Baratti. La barca che ne trasportò il corpo fu protetta da una tempesta da una luce divina.

Le spoglie del santo furono poi traslate nella nuova diocesi di Massa Marittima. Vennero persino smarrite. Furono cercata affannosamente nel 1531, ma solo sessanta anni più tardi vennero ritrovare nella muratura dell’altare maggiore della cattedrale dedicata al misterioso santo maremmano.
San Casciano in Val di Pesa, 10 luglio






martedì 27 marzo 2012

Incontri in Maremma/Isidoro Falchi

Isidoro Falchi (da wikipedia.it)


Per qualche settimana ho viaggiato per la Maremma. Terra di Toscana. Per un libro da scrivere.
Si fanno incontri in Maremma. Gente solitaria, sopra le righe, brusca a volte. Con tratti che, a noi, a volte, paiono ambigui. Di Luciano Bianciardi, il mio accompagnatore prediletto, già sapete. Ma quanti altre amicizie ho stretto in questo viaggio. Alcune sorprendenti. Adesso che il lavoro sta finendo, vorrei ricordarle.

Isidoro Falchi, per esempio. L’ho incontrato sulle spiagge di Baratti. Stava lisciandosi la folta barba nera. Lo notai per quello. Mi piacque subito. Se ne capiva la tenacia, l’ardore, la forza polemica. Mi piacciono gli uomini ai margini. Elegante come poteva esserlo un medico di campagna a fine ‘800. Gli occhi sfavillanti. Nel 1889 quest’uomo (politico di paese a Campiglia Marittima, un passato di ribelle per l’indipendenza italiana, massone, volontario con Garibaldi nel 1860) era già qualcosa di più di un archeologo dilettante. Aveva già una discussa fama nel mondo degli etruscologi. In quell’anno accorse sulla spiaggia di Baratti perché durante i lavori di sterro di una strada poderale era apparsa una lastra di arenaria. Lui sapeva già di cosa si trattava. Era la copertura di una tomba a cassone. Era riapparsa la prima traccia della città etrusca di Populonia, l’unica città etrusca sul mare. Isodoro Falchi aveva un destino da Schliemann toscano. Pochi anni prima aveva ritrovato Vetulonia, la città scomparsa dell’antichità.

Vetulonia



Aveva già quasi cinquant’anni, quando nel suo studio di medico, un amico mise sul suo tavolo tre monete d’oro. Isidoro si accorse subito delle quattro lettere incise sul metallo: vi era scritto Vatl. Era molto più che un indizio. Quelle monete provenivano dalla zecca di Vetulonia, la città del mistero, la città cercata da sempre da una moltitudine di cercatori di tesori. Vetulonia era l’enigma archeologico dell’800 italiano. Eruditi e sapienti delle università si stavano accapigliando sulle differenti ubicazioni della città svanita nel nulla. Vetulonia era già ‘riapparsa’ in ben otto diverse località. Falchi ingaggiò un duello all'ultimo sangue con Dotto De Dauli. Questo poliedrico deputato, massone pure lui, diviso fra Garibaldi e Mazzini e aspirante a una rielezione nel seggio di Grosseto, sosteneva che Vetulonia fossa a Massa Marittima. Ci volle una commissione regia per metter fine alla disputa e dar ragione a Isidoro. Avrei voluto raccontare le battaglie fra Dotto e Isidoro. 

La strada basolata di Vetulonia
Isidoro Falchi, penultimo di diciassette figli, originario di Montopoli in Valdarno, laurea in medicina a venti anni, autodidatta dell’archeologia, precedette gli accademici del tempo. Il 27 maggio del 1880, giorno di Corpus Domini, montò i cavalli alle stanghe del suo calesse e si diresse verso le colline di Colonna di Buriano. Là il suo amico aveva trovato le monete di Vatl. Forse bastò davvero uno sguardo a Isidoro Falchi per convincersi di aver trovato la pista giusta. Dall’alto del paese si dominavano le piane prosciugate di quella che era stato il grande lago Prile. Vetulonia era una città di mare. Isidoro sfiorò con una mano pietre colossali. Il paese medioevale era nato su impressionanti rovine etrusche. Vetulonia era riapparsa.

Dall’alto del vecchio paese si dominavano gli acquitrini superstiti del grande lago marino di Prile: un tempo era una baia, un golfo ben riparato, luogo perfetto per il porto di una potente città. Isidoro passeggiò, con stupore, fra le case umide di Colonna e sfiorò con una mano pietre colossali: il paese medioevale sembrava nascere da impressionanti rovine etrusche.
San Casciano in Val di Pesa, 27 marzo