lunedì 30 dicembre 2013

Quarto Stato



I contadini camminano ancora verso l’altezzoso palazzo dei padroni dei campi. Li guidano due uomini dalla folta barba e una donna con un bambino in braccio. Un corteo di dignità. Hanno diritti elementari da reclamare. Il sole di un mattino d’estate illumina la loro marcia. E’ il ‘900 che si affacciava alla storia. Giuseppe Pellizza dipinse il suo quadro più celebre nel 1901: il Quarto Stato era destinato a diventare un’icona, il manifesto orgoglioso del Secolo Breve. Ha retto al tempo, non è svanito dal nostro immaginario. Non è invecchiato. Ha attualità anche nel nostro millennio.
Volpedo è un paese agricolo all’imbocco della val Curone. E’ fra i borghi più belli d’Italia. Pellizza non se ne allontanò, visse lontano dalle capitali dell’arte. La terra, per lui, figlio di contadini, era l’ispirazione di un arte superba: i suoi attrezzi erano i pennelli e non la zappa. I contadini del suo quadro erano gli abitanti del paese. La donna era Teresa, sua moglie, figlia anche lei delle campagne. Lavorò anni e anni a questo quadro. Che non ottenne alcun successo. Giuseppe Pellizza si uccise non ancora quarantenne. Una volta un contadino di Costa Vescovato, nelle valli alessandrine, a poca distanza da Volpedo, mi disse: ‘Siamo figli di Pellizza. Non so se sarei rimasto in queste campagne se, alle nostre spalle, non ci fosse stato il Quarto Stato’. 


Non ero mai andato a vedere il quadro. Mi ritaglio una mattina a Milano. Vado in piazza del Duomo. I contadini di Pellizza sono ancora in marcia all’ingresso del museo del ‘900. Mi fermo per un bel po’ davanti al quadro. Conto le donne, guardo i volti degli uomini. 
Tre anni fa, alla frontiera fra Haiti e Dominicana, quando vidi l’irruzione degli haitiani oltre i cancelli dei separava i due paesi, ho pensato al Quarto Stato del nuovo millennio.

giovedì 26 dicembre 2013

Il cammelliere







Da anni, decine di fotografi, professionisti o meno, scendono fino alla depressione della Dancalia per fotografare la fatica degli uomini del sale. I cavatori e i cammellieri, oramai, sono diventati quasi indifferenti a questa invasione. Proseguono il loro lavoro e non si curano di bianchi con le loro macchine fotografiche.
Quest'uomo, no. Quest'uomo non è stato indifferente. Ha visto la mia macchina fotografica mentre passava con la sua carovana. Si è messo a correre. E' venuto verso di me. Io non mi sono spostato. Non ho smesso di fotografare. Nemmeno quando siamo stati viso contro viso. Non ha detto una parola, non ha cambiato espressione, non ha chiesto nulla. Non so perchè abbia fatto questo e perchè io abbia continuato a fotografare. Questo attimo è rimasto nella memoria digitale e nella mia mente reale.


venerdì 20 dicembre 2013

Che Guevara a Vetulonia

L'antica via lastrica dell'antica Vetulonia

Due chiappe femminili, invadenti ed esagerate, troneggiano sulla copertina della rivista appesa appena oltre lo stipite della porta: è la prima istantanea che vedo di questo bar, ingombro di manifesti e storie. Faccio un passo indietro per guardare meglio. Poi, oltre la rassegna dei culi, c’è Ernesto Che Guevara in ogni angolo. Cartoline tinte di rosso, santini, icone, manifesti, foto celebri (quella di Renè Burri che ritrae un Guevara sfrontato con il sigaro in mano e gli occhi altezzosi): la bellezza del Che spunta da ogni parete del bar. C’è anche una rarissima foto di Fidel con Camilo Cienfuegos. Ritratti che spuntano da dietro al bancone come dalla parete della televisione. ‘Poi arriva Manuela e copre il sedere con un calendario di padre Pio’, sorride sornione Fosco. Manuela è la sua compagna.





Fosco


Manuela
Questo è un bar-edicola, minuscolo drugstore di paese. Una taverna-bazar, insomma. Si chiama ‘il Frantoio’. Sta sotto un arco, in via San Guglielmo, vicolo di Vetulonia. Appena cento e settanta abitanti se non conti la gente delle campagne. Paese della Maremma toscana, venti chilometri dal mare, celebre per le archeologie della più importante città etrusca: una gloria antica di duemila e trecento anni. Vetulonia, città del mistero, città scomparsa nel nulla per mille anni, è stata uno dei rebus più intriganti dell’archeologia ottocentesca. Oggi è un gruppo di case in cima a uno dei colli più belli della Toscana meridionale. Ed el Che contende il cuore dei vetuloniesi a Isidoro Falchi, l’erudito dalla folta barba che riportò alla luce la città etrusca. Non c’è sfida, il vecchio Isidoro può ben poco contro il fascino di Guevara. Ernesto è ovunque in questo paese. Perfino sul braccio del cubano, gestore di un altro bar di Vetulonia. Il cubano è chiamato così per il suo andirivieni con l’isola caraibica. ‘Solo che è di destra’, mi dicono in piazza. Ma l’icona di Guevara, oramai, ha travalicato ogni confine. Al rivoluzionario inquieto è toccato il destino di diventare il gadget più venduto del ‘900. Strano, inevitabile destino.

La foto di Renè Burri

Il bar del Frantoio è adatto per confondersi le idee, per scrollarsi di dosso integralismi, per passare un’ora allegra, per mangiare ottimi panini, e, in inverno, per chiacchierare con i vecchi del paese.  ‘E’ un bar’, dice Fosco. E intende: un bar è un bar. Per giocare a carte, guardare le partite, bere un caffè e godersi un bicchiere di vino a mescita. A cos'altro serve un bar? Qui, a Vetulonia, anche a contare le immagini di Ernesto. C’è anche un manifesto che raffigura Tiburzi, leggendario brigante ottocentesco della Maremma. Lo legarono a un albero dopo averlo ucciso e lo fotografarono. Volevano dileggiarlo e ne hanno fatto un’icona delle ribellioni della Maremma. Contraddizione ai nostri occhi benpensanti: una solitaria slot-machine in un angolo. Chissà cosa ne avrebbe pensato Ernesto. Mi prendo i vostri accidenti: magari avrebbe provato a giocare anche se sono certo che avrebbe preferito le carte.

Ora di pranzo al bar del Frantoio

Fosco e Manuela si alternano dietro al bancone. Io storco il naso di fronte alla maglia della Juventus. ‘E’ che qui siamo guevaristi e juventini’, mi avverte Fosco. Ma poi ammette: ‘Metà del paese è per la Fiorentina. Metà bianconera. E ci guardiamo le partite tutti assieme’. Si va anche allo stadio assieme. A vedere il Livorno. Almeno una volta al campionato. ‘E sulle bancarelle dell’Ardenza, compriamo tutti le magliette con Che Guevara e sugli spalti guardiamo sventolare le bandiere con il suo ritratto’. E quando giocano nei tornei fra bar e paesi, la maglia dei vetuloniesi è rosso fuoco con sopra stampigliato l’immagine di Alberto Korda che ha immortalato un Guevara accigliato.

Le ore del bar del Frantoio

Fosco ci tiene a farmi sapere: ‘Devi sapere che qui si fa la sola festa di Rifondazione della provincia di Grosseto. Siamo rimasti gli unici. Tre giorni a luglio’. Festa nello spiazzo davanti al bel museo archeologico. Panorama strappacuori sulla piana verso il mare, al tramonto riflessi sulle acque della palude della Diaccia Botrona. Bellezza di Maremma. Allora persino il dotto Isidoro Falchi smette di bofonchiare su quel guerrigliero che gli contende fama e memoria nella sua terra e si commuove, e se ne viene a mangiare tortelli al ragù proprio assieme a Ernesto. Se li volete burro e salvia, Fosco va a coglierla nel suo orto. Finisce che io tiro fuori il mio libretto sul Che e lo lascio sul banco del bar.

Attenzione: questo è un blog invernale. Fosco e Manuela, a Pasqua, chiudono il Frantoio e trasferiscono giornali e Che Guevara nella pizzeria quasi all'ingresso del paese.






lunedì 9 dicembre 2013

Frammenti di Dancalia


E' accaduto....


Villaggio di Dalota

Mercato di Sembete

Mercato degli animali di Bati

Bar Erta Ale. Semera

In cammino. Asayita

Le cuoche del Basha Hotel

Notte. Giocare a biliardino. Asayita

Tomba afar. Strada per Afdera

Il miglior ufficio postale del mondo. Asayita

La moschea di Asayita

La scuola di Karsawaat

Il lago di lava. Erta Ale

Vetta dell'Erta Ale

Soldato. Erta Ale

Guardare il vulcano. Erta Ale

Notte di Hamed Ela. Riposo delle carovane. 

Risveglio della carovane. Hamed Ela

Il vallone delle carovane. Hamed Ela

Il ritorno delle carovane. Piana del Sale

Notte. Preparazione del cibo. Asso Bole

I fiori del Dallol

Dallol

La sorella di Fatuma. Hamed Ela

L'amica di Medina. Hamed Ela

Lago mobile. Piana del Sale

La preghiera. Asso Bole

Il riposo dei dromedari. Saba River

Lavare i panni. Saba River

Cercatore d'oro. Saba River

Mercante di Kora

In cammino. Asayita

Mercato di Sembate

venerdì 6 dicembre 2013

Lo sceicco di Negash

Lo sceicco Ahmed

No, ho ancora un ultimo appuntamento. Un’ultima abitudine. Sto bene a Negash. Un paese lungo i saliscendi dell’Asmara Road. Altopiano, Tigray. Nord dell'Etiopia. Quando vi arrivai la prima volta, rimasi stupito dalla cupola verde della moschea. L’Islam nelle terre cristiane dell’altopiano. Poi, lentamente, ho imparato a conoscere le storie di questo villaggio. E mi sono perso. Al punto di confondere le diverse versioni che ho ascoltato nelle orazioni degli sceicchi che mi hanno accompagnato a osservare le tombe di Negash.

Sono incerto: credo che Negash sia un re axumita che, nel 613, accolse i profughi della nuova religione, l’Islam, in fuga dalle persecuzioni degli avversari di Maometto. Il re fu generoso con questi uomini dispersi. Concesse asilo e terre. Nacque così la prima comunità musulmana fuori dai deserti dell’Arabia. Oppure: Negash era uno dei compagni del Profeta e fu lui a guidare la sua gente oltre il mar Rosso. Una volta, un vecchio mi disse che qui sono sepolti cento e sedici fra i primi seguaci di Maometto. Fra di loro Rukkaya, figlia del Profeta, e due sue mogli. Non so: per me sono vere tutte le versioni di questa storia, le confondo con piacere, c’è pace a Negash. Mi sorprendo a pregare inginocchiandomi verso la Mecca. Che Allah mi perdoni.

Anche questa volta ho chiesto allo sceicco Ahmed Aden di raccontare per noi la storia di Negash. Era felice: gli avevo portato una foto e oramai mi conosce. E’ molto invecchiato Ahmed (anch’io lo sono da quando ci incontrammo la prima volta). La sua barba è sempre più rossa di hennè, il viso è pergamena di rughe. E' dimagrito. Il suo corpo ha il taglio degli ossi. Gli occhi si sono fatti di acqua. Conosce i miei riti: ci sediamo davanti alla tomba di Negash, io osservo la polvere svolazzare nell’aria e le parole dello sceicco diventano una litania, un canto sussurrato, un ritmo. Una storia di re, di accoglienza, di benevolenze, di compassione. ‘Noi siamo uguali – dice – Dio è solo uno per tutti noi. Non c’è differenza. Bianchi e neri siamo uomini. Gli ospiti devono essere rispettati. Tutti noi viviamo sulla stessa Terra’. Vengo qui perché trovo riconciliazione. Cullo illusioni. 

I viaggiatori, spesso, non capiscono le ragioni per fermarsi a Negash. La moschea, la prima moschea di Africa, è dimessa, spoglia, priva di interessi. Il mausoleo del re (o del compagno del profeta, chissà?) è un sepolcro impolverato. Io spero che abbiano occhi per guardare i riflessi della sua cupola verde e orecchi per ascoltare il canto parlato di Ahmed.

Mi siedo nella sala della moschea. Poggio una mano per terra. Guardo l’orologio sull’ora ethiopian time, il ventilatore, accarezzo il tappeto. Mi piace perfino la polvere di questo luogo. So che devo andare, mentre vorrei stendermi per un po'. Qui volevo leggere una riga che mi porto dietro da quando è cominciato questo viaggio. Lo faccio: ‘Siamo tutti profughi senza fissa dimora nell’intrico del mondo’. Tutto qui. Mi sento scemo. E felice. Per un istante. Spero che Ahmed racconti ancora un’altra versione della storia di Negash.





giovedì 5 dicembre 2013

Il guardiano di Debre Tsion

Abraha

‘Per quanto tempo rimarrai qua?’. L’uomo ci ha seguito in silenzio. Fino alla porta della chiesa. Poi si è appoggiato al bastone. Il gomito sul legno, la mano a sorreggere il viso che scivola fino alla fronte. Nelle campagne di Etiopia gli uomini assomigliano a trampolieri. Incrociano le gambe, stanno in piedi un po’ inclinati piantando bene il bastone per terra. Sono immobili. 
Ha 56 anni, Abraha. Questa volta il suo volto mostra la sua età. Faceva il contadino. Nella piana di Gheralta ha lasciato una capanna, una moglie, alcuni figli, i campi da lavorare. Quattro anni fa ha deciso di salire fino alla chiesa di Debre Tsion. E’ una delle più belle chiese rupestri del Tigray, regione del Nord dell’Etiopia. Ci si arrampica per un’ora (passi da occidentale) prima di raggiunge il balcone di roccia dove è stato scavata la chiesa. Abraha ne è il guardiano. Ha scelto di essere il guardiano. 'E' volontario', mi dicono, ma sospetto che questa non sia la parola in tigrino. 

Non so perché Abraha, a un certo punto della sua vita, abbia fatto questa scelta. Non chiedo. ‘Ho deciso che fosse così’, mi traducono. Non ha un salario. Come cibo solo la ‘njera, la focaccia acida di questi altopiani, con sopra un po’ salsa. Nessuno, da queste parti, ne farebbe a meno. Dorme in loculo in muratura, un pagliericcio sopra un rialzo del pavimento in terra. Una donna, una monaca, forse la vedova di un prete, macina le granaglie che i fedeli portano fino alla chiesa e prepara l'impasto. Il prete sale solo alla domenica o quando ci sono turisti da accompagnare. ‘Solo Dio sa quanto resterò qui’. E poi, senza che io chieda, aggiunge: ‘Non sto cercando niente, ho deciso senza alcuna ragione. Se cerchi qualcosa sei sulla strada sbagliata’. Vorrei essere sorpreso, mi domando perchè non mi stupisco di queste parole. Abraha, a volte, scende fino al paese. Va a trovare moglie e figli. Poi risale.

Vorrei parlare la tua lingua. Non esiste possibilità di un vero scambio di parole. Rimarrebbero comunque senza un sapere. Come ti dobbiamo sembrare noi, stranieri, che saliamo qua per il piacere di farlo e paghiamo per visitare la tua chiesa, paghiamo una guida, un autista, un prete e chi ci sorveglia le scarpe? Non ti sei mosso di un metro da quando siamo arrivati.
Ti fotografo. Alla fine, come sempre, ce ne andiamo. Allora sposti la mano, cambi il peso sul bastone, allunghi un poco le dita. Fai il gesto del denaro. Non lascio un solo birr. E mi porto dietro un rimorso.