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domenica 20 aprile 2014

Cronache da Gerusalemme.15/Venerdì, Città Vecchia

Porta di Damasco
Yerushalaim. Gerusalemme. Città della Pace? Città della Pace, un corno.
Certamente non al venerdì, giorno sacro dell’Islam.

Fin dalle prime ore del mattino, gli uomini e le donne della Sicurezza e dell’Esercito israeliano occupano la via Dolorosa, sbarrano tutti gli accessi alla Spianata delle Moschee. Un dispiegamento di forza massiccio. Decine e decine di soldati. Pesantemente armati. 


Via Dolorosa

I fedeli, oggi, possono entrare solo da un ingresso. Possono entrare le donne e gli uomini con più di cinquant’anni. Gli altri vengono spintonati via. I ragazzi, anche coloro che non sono osservanti, escono ugualmente di casa, hanno il tappetino della preghiera su una spalla e si dirigono all’ingresso ad al-Aqsa. Sanno che verranno respinti. Ma provano lo stesso ad entrare. 


L'ingresso dalla porta dei Mercanti di Cotone

E’ un rituale di sfida. Accade ogni venerdì. Un confronto a muso duro. Nella strettoia dei vicoli della Città Vecchia. Di fronte alla galleria dei Mercanti di Cotone. Soldati e fedeli si conoscono. Si spingono, volano urla, si accendono discussioni. Le donne, a incudine, entrano. Qualcuno si aggrappa. Un uomo cerca di far passare un vecchio in carrozzella. Parapiglia. I turisti cercano una via di fuga. Una donna ebrea ortodossa cerca di attraversare la folla con un bambino in carrozzina. Arretra. 

Una spinta di troppo verso i soldati. Accorrono uomini dalla divisa nera. Uno di loro tira fuori lo spray al peperoncino e lo spara in faccia alla gente della prima fila. Io sono a cinque metri e mi manca il fiato, gli occhi bruciano. Cerco aria. La folla si disperde fra i vicoli del quartiere musulmano. Si apre un vuoto davanti ai soldati. Ora una donna velata e dal lungo spolverino avanza da sola. Riconquista la posizione. Impugna un cellulare come un’arma potente. Fotografa i militari.

La preghiera

E’ mezzogiorno. La preghiera sta per cominciare. Gli uomini e i ragazzi si muovono in fretta. Conoscono passaggi quasi invisibili, sembrano entrare in una casa. In realtà è un altro vicolo. Li seguo.  In un angolo si cerca di attenuare il dolore di chi è stato preso in pieno dallo spray. Gli altri raggiungono un vicolo cieco. E' chiuso dal muro della Spianata delle Moschee.  Da qui si ascolta la voce dell’imam. I ragazzi stendono i loro tappetini per terra. Si tolgono le scarpe. Portano le mani sul petto. I volti sono seri. La preghiera. Le cinque posizioni della preghiera. Ci si inginocchia, si prostra il capo a terra. Tutto appare intenso. Sacro. C’è solo una ragazza. Il padre non le ha permesso di entrare nel grande piazzale delle moschee. L’ha voluta con sé. Stanno in disparte. Di fronte a me. Non mi nascondo. Fotografo. Avverto un’emozione profonda. L’iman guida la preghiera. La sua voce arriva dall’alto.

La preghiera

Brusio al termine della preghiera. Ci si alza con lentezza. Ci si dà la mano. Si riprende il tappetino. Il ragazzo con gli occhi colpiti dal peperoncino è accasciato a terra. Gli altri lo toccano, lo rincuorano. La ragazza mi sorride chinando leggermente il capo. Andiamo via per ultimi. Un ragazzo mi saluta: ‘Dicono di essere democratici, raccontalo alla tua gente: questa è la loro democrazia’.
Venerdì di Gerusalemme. Città della Pace, un corno.

Gerusalemme, 28 febbraio




giovedì 27 marzo 2014

Cronache da Gerusalemme.8/I venditori di fragole



Alla Porta di Damasco
I venditori di fragole (fragole più grandi delle noci) gridano più di ogni altro. Alla Porta di Damasco un uomo corpulento mette il suo banchetto in equilibrio sui gradini e cura, come se fosse un designer, la geometria delle fragole. E si mette a urlare: faraula, faraula. Con il passare delle ore il suo volto si arrossa. Lo incontro ogni giorno. Da mattina a notte. Fino a quando non ha venduto tutte le fragole. 15 shekel per un chilo. A volte il prezzo scende a 10 shekel.

A Mahane Yehuda

Forse conviene risalire la Jaffa Road, Gerusalemme Ovest, al mercato di Mahane Yehuda. Venditori israeliani. Molti con kippah in testa. Mi appare lo stesso venditore di fragole. Lo stesso banco. Le stesse fragole. La stessa geometria  di esposizione. Leggermente più economiche. L’uomo è corpulento. Grida come l’altro. E' vero: i venditori di fragole gridano. Potrei scambiare i due venditori, forse sono fratelli, invertire il loro posto ai mercati e non mi accorgerei chi è l’israeliano e chi il palestinese.
E’ un paese di matti, questo.

Gerusalemme, 26 febbraio


lunedì 24 febbraio 2014

1. Viaggio verso Gerusalemme

La danza dei cristiani

Attraverso mille mondi in poche ore.
Tassi per l’aeroporto di Firenze. L’autista è una ragazzina bionda dai capelli decolorati. Unghie color verde pisello e l’aria di chi ha fatto tardi la notte. Chiodo sotto il labbro. Voce inesistente. Parla a sussurri. Non esista a chiedermi 25 euro.
Aereo per Roma. Viaggio dentro il mondo arabo e cinese. Hanno voli in connessione a Fiumicino. Famiglie arabe che tornano a casa per una vacanza. Donne con il velo. Uomini sovrappeso. I figli più grandi che parlano con accento fiorentino. Scarpe da ginnastica con i brillantini e pantaloni attillati sotto gli spolverini. Gli arabi sono eccitati da ritorno, gli uomini guidano le donne con fare da macho. I cinesi sono sfingi silenziose.
Aeroporto di Fiumicino. Un ebreo dalla pancia enorme indossa i filatteri e prega mormorando versetti della Torah. Muove le labbra e cammina ondeggiando. Un giovane accanto a lui dondola con occhi commossi. Pregano e poi aprono il computer e si mettono a frugare nelle mail bevendo coca-cola. Molti uomini indossano la kippà. Alcuni preti cattolici silenziosi con la croce di Tau sopra il maglione.
Aeroporto di Tel Aviv. In fondo alla scaletta, una ragazza falasha di seconda generazione. I genitori devono essere emigrati dall’Etiopia quasi trent’anni fa. L’architettura da superbia dell’aeroporto. Arrivi sempre con apprensione. Ci si mette anche il pilota: ‘Le autorità militari israeliane chiedono di non fotografare dall’aereo….’. Temi i controlli israeliani. La loro insistenza. Trovi la normalità. Tre domande in croce: perché sei qui, dove dormi, chi è con te. E hai la entry card blu che puoi tenere fuori dal passaporto. Tutto semplice. Solo l’autista del taxi collettivo per Gerusalemme è brusco e scortese. Viaggio con due ragazzi svedesi senza soldi, con un haredim pallido, con un americano stravolto da un viaggio dall’Alaska, con un ebreo brasiliano dalle grandi occhiaie.

Preghiera al Kotel

Salita agli ottocento metri di Gerusalemme. Torrette qua e là. Alcuni reticolati. Il
muro, vicino alla città, chiude l’orizzonte della strada. Periferie in costruzione. Gru e palazzi che salgono verso l’alto in una città-formicaio. In giro solo haredi, un alveare nero di cappelli, pastrani, camicie bianche, bambini dai lunghi riccioli. Non ne non conosco le diverse appartenenze, so che sono il 37% degli abitanti di Gerusalemme. E’ cambiata la composizione della città. Al solito camminano in fretta.

Lo shuttle mi molla Jaffa Gate. Devo attraversare tutta la Città Vecchia. Le ruotine del mio zaino fanno un bel fracasso sulle pietre bianche di Gerusalemme. Nessuno nei vicoli. Mi sento un po’ assurdo. Mi perdo. Dei ragazzi con l’aria da bullo mi rimettono in strada, ci scambiamo battute. Mi chiedono a che stazione è il mio ostello. E intendono le stazioni della Via Crucis. Vanno di moda i capelli rasati alla mohicano. Alla fine, un ragazzo mi accompagna fin davanti alla porta dell’ostello. Mi saluta: ‘Questa è Palestina. Benvenuto. Non è Israele’. E alza il pollice con l’aria serissima’. L’ostello è a due passi dalla porta di Damasco. Ti fanno pagare dove sei, per il resto non vale i soldi che chiedono. Ma l’uomo all’ingresso è simpatico. Scrive a penna il mio nome e parla lentamente.

La moschea di al-Aqsa


Cammino verso la porta di Damasco. Operai palestinesi stanno rifacendo la pavimentazione della strada. Pietre bianche. Se la prendono mentre scatto una foto. Un uomo si avvicina, mi chiede di dove sono: ‘Viva l’Italia, viva la Palestina. Benvenuto’.  Soldati israeliani passeggiano pigramente (divise mimetiche, divise blu scuro) con i loro fucili. Un ragazzo si ostina a vendere frutta sui primi scalini della Porta di Damasco. Fuori, nella piazza, il mio ristorante preferito. Casa. Maxi-schermo con l’Atletico Madrid, gruppetti di ragazzi, una microcoppia di ragazzi giapponesi tutti presi dai loro strumenti musicali. L’humus, al solito, è colmo d’olio. Intingo, con piacere silenzioso, la pita. E guardo la partita.