mercoledì 28 settembre 2011

Etiopia/Ahmed Ela, il pozzo di Ahmed

Le novità fra i geycers di Dallol

Ritorno in Dancalia. Nella stagione 'sbagliata'. Il caldo brucia l'aria. 48 gradi al sole, segna il mio termometro. Un vento da forno arroventa l'aria. Non puoi toccarti la pelle. Perchè scotta la mano. Non c'è nessuno ad Ahmed Ela, il villaggio dei cavatori del sale e delle carovane. Nemmeno un cammello. Nemmeno un cavatore. Solo i militari. i minatori delle compagnie canadesi e indiane in cerca del potassio e una settantina di afar. 'Le compagnie non aiutano il villaggio', mi dici Abdallah. Hanno assunto quaranta persone e poi sono indifferenti alla nostra sorte. I frigoriferi dei militari non funzionano. La Allana Potash, la multinazionale canadese, ogni giorno consuma tutta la Coca-Cola. Al bar dei militari si guarda Harry Potter. Un soldato apre una birra calda con i denti. Hanno montato un'altissima antenna per telefonia mobile. Alla periferia della Dancalia. Mi piace essere in questa strana solitudine.
Vi racconto cos'è Ahmed Ela

Ahmed Ela a settembre


Le capanne di Ahmed Ela si confondono con i sassi grigi, con il sipario delle montagne, con le ombre del pomeriggio. E’ invisibile questo villaggio. Sembra sorgere dalle pietre. Ne ha lo stesso colore. Un non-colore. Grigio su grigio. Nebbia su nebbia. Le capanne di Ahmed Ela sono costruite con legni recuperati dal letto dei wadi. Sono coni scomposti e perfetti. E’ un irriconosciuto capolavoro di land-art, questo villaggio. Cercate un ecovillaggio senza compromessi? Eccolo, è qui, la vostra ricerca è finita, ci state arrivando. E’ stato tirato su con i materiali che generazioni di uomini del sale hanno trovato nella polvere, nella sabbia, nella lava. Le donne hanno intrecciato le stuoie delle burra. I bambini hanno selezionato i legni più dritti fra i rami contorti delle acacie e li hanno trasportati sulle spalle fino alla loro futura casa. Non c’è un solo albero attorno ad Ahmed Ela. Nemmeno uno stentato filo d’erba. Non si può coltivare niente di niente. Questo luogo è oltre l’aridità. Ma gli afar hanno spostato massi su massi. Hanno perfino tracciato una parvenza di urbanistica. Nel loro vagabondare, hanno trovato corde, stracci, plastiche, lamiere. I wadi, dall’altopiano,hanno trascinato nella depressione detriti, rifiuti, rottami. Sono eccellenti materiali da costruzione. E, così, come un improvviso cespuglio di piante del deserto, è nato Ahmed Ela. Forse più che invisibile, questo è un luogo mimetico: nemmeno i satelliti di GoogleEarth riescono a scovarlo negli spazi vuoti fra gli ultimi canyon dell’altopiano e la Piana del Sale. Gli uomini di queste terre sanno di essere parte della natura e, allora, si camuffano da arbusto, da pietra, da sasso. 
Ha cambiato spesso geografia, questo villaggio. Ha subito la forza della natura e la violenza degli uomini. E’ stato sempre un impossibile rifugio, Ahmed Ela. Nesbitt, esploratore italiano degli anni '20 del secolo scorso, qui, non trovò che pochi, provvisori ripari e nessuno osò dirgli che avevano un nome. Ahmed era sicuramente nomade e il suo villaggio (Ahmed Ela, il pozzo di Ahmed) non poteva che essere mobile. Ma, forse, ora è cresciuto troppo per un nuovo trasferimento: Ahmed, dagli anni ’80, anni terribili in queste terre, è diventato sedentario e qui si trova bene. Questo è il suo pozzo. Un pozzo generoso. La sua acqua è perenne, non conosce disseccamenti. Merito del Saba river.  Ahmed Ela è nato sulla sponda di una conca dove le acque di questo fiume carsico si raccolgono in un grande deposito sotterraneo. Assurdo per assurdo, questo è un paese rivierasco.

Ahmed Ela, 19 settembre

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