martedì 20 novembre 2012

Ritorno ad Addis/6

La foresta di Managhesha


La foresta di Managhesha
Domenica a Managhesha, bella foresta di antichi ginepri a trenta chilometri da Addis Abeba. Un’ora di salita a piedi per raggiungere il monastero di Medhane Alem. Il fiato manca ai tremila metri dell’altopiano.
Un uomo mi vede camminare con fatica. Si avvicina e mi allunga una manciata di kolò, orzo tostato. Arrivano un altro gruppetto di uomini e donne. Stanno scendendo. Vogliono una foto. Una donna rimane indietro. Da sola. Vuole una foto per lei.
Un mendicante solitario è a mezza strada. Non passano molti pellegrini di qua. Ma lui sta lì. Ha messo alcune monetine sopra un fazzoletto lurido. Lasciamo tre birr. Il vecchio non crede ai suoi occhi. Meno di cinque centesimi.
La piccola chiesa di Medhane Alem venne fatta costruire da Hailé Selassiè (cosa non è stato costruito dall’ultimo Negus?) mezzo secolo fa. Oggi stanno costruendo un’altra chiesa che racchiuderà la vecchia costruzione. Una chiesa-matrioska. Anche i preti hanno frenesia di costruzioni.
La chiesa ortodossa è uno dei poteri di questo paese.


Ghebre Sadik


Il servitore di Sadik
Credevo che fosse un monaco. Era avvolto in uno shamma che aveva perso il suo colore giallo. No, Ghebre Sadik, il servitore di Sadik (nome stranissimo, ammesso che abbia ben capito. Nome musulmano per un ragazzo che vive in un monastero cristiano?), è solo un guardiano, un uomo di fatica. Ci accompagna alla grotta sotterranea degli eremiti del monte Managesha. Ha una cassetta di legno a tracolla. Deve raccogliere offerte. Accende candele di sego e si infila nel sotterraneo. Racconta: ‘Vengo dal Goggiam. Mi sono messo in cammino senza una ragione. Non avevo una famiglia, nessun legame. Sono arrivato qui quattro anni fa’. Questo monastero è solitario. Nascosto da una fitta foresta di ginepri. ‘Nessuno ha detto niente. Avevano bisogno di qualcuno per alcuni lavori. Faccio il guardiano. Vorrei diventare prete, ma non so dove studiare. Dovrei tornare al mio paese’. Non dice altro, Ghebre Sadik. Mi rimane in testa quella frase: ‘Mi sono messo in cammino senza una ragione’….


La donna che ha chiesto di essere fotografata

I ragazzi del mehabir di fronte alla nuova chiesa di Medhane Alem


Mehabir
Di fronte al monastero, all’ombra dei ginepri, un gruppo di ragazzi e ragazze, vestiti con gli shamma candidi, cantano con dolcezza. Poi parlano fra di loro divisi in piccoli gruppi. E’ un mehabir, mi spiegano. Una classe di amici, un gruppo di persone unite dal lavoro o dall’età. Organizzano piccoli viaggi. Verso luoghi sacri. Rinforzano legami. Pregano assieme.

Un 95....

Uno scambio di '95'

Il gruzzolo di un '95'


I mestieri di Addis
Alla fermate dei minibus, si aggirano ragazzi con le mani piene di monetine. Sono quasi scomparse le monete ad Addis Abeba. Riappaiono in mano ai mendicanti o a questi ragazzi. Il viaggio in minibus costa almeno un birr e settanta centesimi. Ben pochi hanno la moneta contata. I ragazzi cambiano cento birr. Danno indietro, per un biglietto, novanticinque centesimi. Il loro lavoro è conosciuto così: 95.

Altri ragazzi si riuniscono in gruppo. Un minibus parte solo se è pieno. Nessuno sale su un minibus vuoto: dovrebbe aspettare a lungo prima che si riempia. E così l’autista paga (in genere offrirà un passaggio gratuito) dei ragazzi perché fingano di riempire il suo veicolo. Quando un po’ di gente sale, loro scendono. Non sono riuscito a farmi dire se questo lavoro ha un nome.
Addis Abeba, 18 novembre

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