venerdì 16 novembre 2012

Ritorno ad Addis/3

Mausoleo di Menelik


Il mausoleo di Menelik II°
Ho una strana passione per questo luogo. Vengo qui perché c’è un pezzo della storia del ‘900 d’Etiopia. Forse vengo qui per le tartarughe che vedo sempre immobili nel prato davanti al mausoleo. E’ un luogo tranquillo. Non riesce a essere imponente. Scivolo davanti alla corte dei mendicanti. C’è sempre un vecchio prete che apre la porta della chiesa e poi solleva la lastra di metallo, invisibile sotto i tappeti, che nasconde la cripta sotterranea. Bisogna chinarsi per scendere. L’odore dell’incenso è fortissimo. Il prete, Tekle Mariam, non sa niente. Non sa rispondere alle curiosità. Da quanto tempo sei qui, Tekle? O, forse, non faccio le domande giuste. Si limita ad indicare i tre grandi sarcofaghi di marmo. Menelik, Taytu, Zawditu. C’è anche la figlia di Hailè Selassiè. L’Etiopia degli imperatori. Qui hanno accatastato, in disordine confuso, i segni della gloria: troni, tamburi, ombrelli da cerimonia. Tekle si fa fotografare e poi tira fuori da un cassetto il foglietto delle ricevute. Trenta birr. Poco più di un euro.

Menelik II

Il prete Tekle davanti al sarcofago di Menelik


Hailè Selassié
Dovrei esserci abituato. L’ultimo Negus era un autocrate. Il 'modernizzatore' dell'Etiopia, imperatore per diritto divino e usurpazione, era un uomo ‘moderno’ e spietato. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Eppure vi è una sorta di venerazione non ufficiale nei suoi confronti. E’ quasi un santino che appare in ogni angolo. E’ una storia lontana. Invecchiata. Eppure c’è qualcosa che non può essere detto. Quando furono ritrovate le sue ossa, sepolte sotto il pavimento di una latrina dell’ufficio del suo assassino, il colonnello Hailè Mariam Menghistu, il governo non arrischiò un funerale. Dovevano passare nove anni prima della cerimonia funebre. L’ultimo Negus è stato sepolto nella chiesa della Trinità. Il primo ministro Melles Zenawi sarà sepolto nel cimitero della stessa chiesa. L'imperatore feudale e l'uomo, il ribelle tigrino, radicale e filo-albanese in gioventù, che abbattè la tirannia comunista di Menghistu.

Globalizzazione di Addis Abeba
Sorrido asciugandomi le mani al club greco con una macchinetta importata dall’Illinois.

La demolizione di Arat Kilo

Nel traffico di Kazanchis

La demolizione di Arat Kilo

La nuova Kazanchis


Cantieri di Addis Abeba
Da anni, Addis è un cantiere. La modernità è il cemento. Il suo prezzo si è quasi dimezzato. Ora l'Etiopia produce cemento. Da anni, non si fa altro che costruire. Abbattere e costruire. Le impalcature sono ragnatele di pali in legno. Uomini aerei vi stanno in equilibrio. Le donne portano sopra le spalle casse di mattoni. ‘Il cemento è lo sviluppo. Qua non piace il naturale. Vogliono solo cemento. Dipinto, se possibile’, mi dice un osservatore attento della frenesia edilizia di questa città. Le case della vecchia Addis Abeba avevano attenzione agli spazi della natura. Oggi, i nuovi costruttori non vogliono lasciare un solo centimetro libero. A Kazanchis hanno abbattuto le antiche case italiane. E’ sorta una foresta di palazzi in vetrocemento. Le finestre dell’hotel Jupiter danno sul muro del grattacielo a fianco. I finestroni delle nuove ville si affacciano sul muro di cinta della casa.

Donne sulle impalcature


Taxi notturno di Addis Abeba
Commetto un errore inevitabile. Mi fido del taxista. Devo tornare a Rwanda, la mia strada di riferimento. Un amico spiega al taxista. Lui annuisce. Trattiamo sui soldi. 100 birr, poco meno di cinque euro. Il taxista non sa dove è Rwanda. Non conosce i cantieri che spezzano la città. Prendiamo due, tre, quattro strade che finiscono in voragini. ‘No problem’, è tutto quello che dice. Sbattiamo contro barricate, aggiriamo da Sud la zona di Bole. Ci perdiamo in strade campestri dentro la città. Addis Abeba è deserta di notte. Il taxista è cocciuto: ‘This is Rwanda’. Ma non lo è. Riprovo: ‘Malawi embassy’. Così si danno gli indirizzi ad Addis. Si cercano punti cardinali: un albergo, un’ambasciata, un ristorante. La vecchia Fiat millecinquecento, dalla porta bloccata, si ferma. Non riparte. Un ragazzo ci dà una mano a spingere, altri ragazzi si avvicinano. Birre in mano. Mi devo preoccupare? Ridono e i loro denti sono un chiarore nella notte. Arriva un’altra macchina. Si offre di guidarci fino all’ambasciata del Malawi. Dobbiamo spingere, prima. Il taxi riparte. Arrivo, finalmente, davanti al cancello nero. Fine dell’avventura notturna. Ci prova lo stesso: ‘More fifty birr’. Non dico niente, scendo. Nemmeno lui protesta. Ci ha provato. Fa manovra con la macchina. Suona con il clacson. Il guardiano apre il cancello.
Addis Abeba, 16 novembre

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