giovedì 8 maggio 2014

Alessandria del Caretto.4/L'albero e il cielo


Che la festa cominci

Piove sulla festa. La primavera dei monti del sud-est della Calabria fatica a scrollarsi di dosso l’inverno. Ci prova a strazzi. Gli uomini lo sanno: hanno dietro le cerate e tengono il cappello in testa. Alzerebbero l’albero anche se nevicasse. Protestano solo quelli della banda di Oriolo: ‘Con quel checostano gli strumenti, l’acqua li rovina’.
Sette del mattino. Nessuno. Pasquale mi consiglia: ‘Aspetta, il tempo di un caffè’. Gli do retta, ma in realtà gli uomini stanno già ricominciando a girare attorno all’albero. Sembrano cacciatori attorno alla loro preda. Cacciatori attenti. Alle otto, sono già al lavoro. Con il loro silenzio. Arrivano, infreddoliti, i musicisti. Sgranchiscono clarini e trombe.

La fossa in cui scivolerà la pita

Il primo lavoro

I musicisti infreddoliti

Alessandria del Carretto, paese di montagna a un passo dal mare, continua a sorprendermi. Qualcuno si diverte a suonare la campana della chiesa di san Vincenzo. Ma in realtà il lavoro comincia senza un preavviso, né una parola. Come se tutti sapessero cosa fare. C’è chi solleva le pietre che ricoprono la fossa dove l’albero, la pita, l’abete della festa, dovrà scivolare. Lavoro collettivo. Si fanno le cose con sapere. Da un lato zi’ Franco costruisce la cassa dove l’albero dovrà incastrarsi. Lavori di falegnameria e muratura. Sassi da togliere. C’è cura in questo fare.  


Si prepara l'innesto

L'innesto

Lavoro di fino

Dettagli

Dall’altro lato dell’albero, appare la cima. La punta dell’abete. Ha passato questi giorni in un magazzino. Ha una chioma bella e folta. Insistono a non dirmi da dove l’hanno tagliata. Segreto di paese'. Ora viene poggiata su un cavalletto. Si fatica assieme. Si aggiusta l’incastro che deve accoglierla. Si lavora di sega e di accetta sulla punta della pita. Gli uomini portano i torti, rami di prugnolo selvatico che diventano corde e funi che nessuno romperà mai. Filo di ferro per legare la cima alla pita. Poi i torti diventano nodi. Si lavora di trapano a mano. Il mandrino. Ha un nome in dialetto. Non lo ricordo. E’ il sesso del maiale, se do fede a quanto mi dicono. Mi soccorre Adriano: u virdalë. Passa il vino, l’albero diventa tavola per fave, salame, formaggio. Piove a dirotto. Spilli di freddo. La pioggia decora strani effetti sui miei obiettivi. Non li proteggo. Che accada quello che deve accadere. Mangio salsiccia. Accetto ogni bicchiere di vino. Mi piace il gesto di chi versa: si inclina un bottiglione da sotto l’ascella. Gli uomini assomigliano a una fontana classica. I bicchieri sono piccoli. Il vino ha un fondo di acido. Vino giovane. Dell’anno. Non fermentato. ‘Buona scesa’, mi dice un uomo. Qua si dice: zuccheriett . Si beve in fretta, il bicchiere deve passare di mano in mano.

La riffa

L'offerta della salsiccia

Le torte

Comunità
L'ultimo tocco

Girare, passare da parte

Le mani

Il vino, la sigaretta, il salame


Zi' Franco ha finito la cassa
Franco ha già finito il suo lavoro da falegname. La cassa è pronta. Sono rapidi da queste parti. Anche la cima è saldata alla pita. Si mettono, a colpi di mazza, listelli, i vrocc, che attraversano il corpo dei due legni. Arrivano i regali da legare ai rami della cima. Appaiono palloncini, uno splendido e smarrito Titti di plastica, un ananas mi spiazza (frutto della Calabria?), arriva una donna, Carmela, con un cerchio intrecciato di pan dolce con le uova sode. E’ la collura. I ragazzi la proteggono con un sacchetto di plastica: non deve bagnarsi. Ora c’è frenesia. La gente sa cosa sta per accadere: c’è da alzare l’albero. I ruoli diventano strategia. Ci si mette ai propri posti. Ognuno li conosce. Arriva la scala e viene messa sotto il tronco della pita. Un uomo sale sui pioli. Guiderà i movimenti. Gli uomini afferrano i legni a forca e sollevano, centimetro dopo centimetro, l’albero. Altri uomini con le leve di ferro spingono con forza. Tutto è complesso, tutto appare semplice. Tutto è confuso, tutto è ordinato. Piove, fa freddo, in un minuto arriva il sole, azzurro improvviso, nebbia, nuvole senza colore, nuvole bianchissime. Il cielo in tumulto rimbalza sulla piazza. Musica della banda. Musica dei ragazzi con zampogna, tamburello e organetto. Incoraggiamento, danza, forza, bellezza sotto la pioggia. Gli uomini della zampogna guardano oltre l’orizzonte, i ragazzi dei tamburelli hanno il capo reclinato sulla spalla, molti suonano a occhi chiusi, lasciano tracce di sangue sulla pelle del loro strumento. Fa freddo. Nessuno se ne va.

Zi' Franco e Titti

Controllare la scivolata

Le vrocc'

Ananas?

Musica

Il pan dolce con l'uovo sodo

Spingere

Tirare

Alzare

Le scale

Alzare

La fatica
Gli uomini della festa
Dai
L'albero


Gli uomini afferrano legni, aste di ferro, bastoni, arriva una seconda scala. L’albero viene mosso fino all’imbocco della fossa. Ha preso la direzione. Ora si conquista un millimetro dopo l’altro. La pita scivola con un grido. Si spinge, si alza, ci dà forza, si cerca un equilibrio. Ora l’albero non vola, ma sale verso il cielo con la fatica delle braccia di una comunità. Tutti a naso in su. Tutti a cercare la propria forza. Nessuno sembra comandare, ma qualcosa c’è, se questa gente riesce a muoversi nello stesso momento. Hanno un’intesa. Mi dicono tutti: ‘Si è sempre fatto così’. Un uomo vuole farmi sapere che suo padre è salito sull’albero nel 1954. A 43 anni. L’albero sale per davvero, cerca la sua verticalità, torna a essere abete fra le case. Supera i tetti. C’è vento, la cima oscilla. Al bar hanno preparato la pizza al pomodoro. Un euro. Fame improvvisa. Ancora fatica, risate, pioggia, sole, salgo su un balcone per vedere la scena nella sua grandiosità di paese. I musicisti si dimenticano della pioggia. Ecco, l’albero è arrivato fino alla cassa. Gioco di leve, uomini scendono nel ventre della fossa. Il legno quasi ruota per cercare l’altezza. Ora tutti sono spalla contro spalla, pancia contro schiena, un abbraccio da guerrieri, si avanza come una testuggine. Gli uomini sono diventati un solo gruppo. La spinta è collettiva. Ultimo sforzo. Ultima spinta. L’albero è in piedi. Si guarda la cima. Si lega il tronco, lo si assicura con uno strano bastone dalle corna di ferro. ‘Qui abbiamo un cuore migliore’, mi dice un uomo. C’è felicità nell’aria. Adrenalina. Orgoglio. E’ tardissimo. La messa di sant’Alessandro può cominciare solo quando l’albero è in piedi. Le donne vanno verso la chiesa. Gli uomini si dirottano verso i vicoli. Quasi di soppiatto. Si va in magazzino. La cantina di Alessandro. Bisogna farsi gli auguri. Oggi è il giorno del santo. Alessandro, appunto. Ci sono solo uomini fra gli attrezzi, le piccole botti, gli oggetti riposti. Ritrovo tutti gli uomini. Siamo solo uomini. Si taglia prosciutto, salame, c’è formaggio sardo fortissimo, vino aspro e buono.  Ci si bacia sulle guance, auguri, musica. Chiedono le foto. Si mettono in posa. Si sta qui.

Vado in cerca della processione. Sono le una passate e la messa non è ancora finita. Due musicisti con le zampogne aspettano a entrare in chiesa. Il viaggio del santo deve ancora cominciare. La sua statua viene portata fuori dalla navata, scendo i gradini. Guardo con qualche stupore addosso. Questa comunità fa una fatica irragionevole per portar giù dalla montagna un albero da quaranta quintali, ma poi il santo gira per i vicoli del paese su un carrello con le ruote. Ho imparato a non chiedere. Però è curioso (perdonatemi) vedere un santo protetto da un ombrello che sale e scende per gli stradelli del paese su un carretto spinto a braccia. Alla fine c’è anche una gomma a terra. Mi dicono che le donne, in agosto, portano la Madonna del Carmine sorreggendola con le mani. Ci si ferma al terrazzo del paese, ci sono i fuochi nell’aria. Mi guardo attorno e vedo gli uomini dell’albero agghindati a festa. Metamorfosi di paese. Li avevo lasciati a fare brindisi di vino. Avevano gli abiti già pronti a casa. Non li riconosco in giacchetta e pantaloni lustri. Camicia pulita. Si sono anche sbarbati. In questo paese le cose accadono senza che te ne accorgi. I paesani aspettano il santo davanti alle porte di casa. Le aprono. Hanno in mano il denaro da mettere nella cassetta delle offerte. I vecchi escono di casa, vanno incontro alla statua. Devozione. Scopro altri affreschi di paese. Tina, Tina Modotti, è arrivata fino ad Alessandria del Carretto. Proprio non riesco a liberarmi di te, Tina. C’è un muro giallo. Bellissimo. Splendido di pioggia. I musicisti della banda sono arrabbiati. Si bagnano come pulcini. Si rifugiano sotto le tettoie. Il santo passa davanti all’albero. Ma sembra non guardarlo. O, forse, lancia un’occhiata. Come a dire: dai, fermiamoci un momento.

Spettatore


Equilibrio

Musica al riparo

L'offerta del vino

Gli uomini della festa

Zi' Ciccio

Cielo

Scivola


Si torna in chiesa. Arriva il sole. Non è mica finita. Arrivano donne e uomini con bottiglie di vino abbellite da formaggi, salsicce, sale, formaggi e funghi. Sono le offerte per l’incanto. Ecco l’atto che chiude la mattina. Ci sarà l’asta. Sui gradini della chiesa, il santo guarda la piccola folla, Vincenzo è il banditore. Sa come vendere. Mi dice con fare complice: ‘Vedrai…quattrocento euro per una bottiglia’. Si schierano squadre di amici. Tirano fuori soldi. Ci si contenderà le bottiglie. Si comincia…Vincenzo è bravo. Mette in competizione. Si parte con cautela, ma i prezzi si scaldano. Cento euro fanno presto a essere offerti per una bottiglia di vino. Le voci si rincorrono da una parte all’altra della piazza. Ancora una volta, sto in mezzo alla sorpresa. I ragazzi tirano fuori dal portafoglio biglietti da cinquanta euro. E una bottiglia con funghi e formaggio va a duecento e sessanta euro. E mi dicono che è poco. Si beve subito, si salano i funghi, si offre formaggio. Felicità pura. Allegria che contagia. Le offerte si moltiplicano. Vincenzo è senza voce. Il banditore diventa Luciano. Sta a Firenze. Se ho ben capito, era suo nonno a gridare, anni fa, l’incanto e lui ci tiene a essere qui. Il nonno è raffigurato in un affresco di fronte alla chiesa.



Sforzo assieme

Va bene?
Albero in piedi

Ancora una fatica

Incastri

Il gioco dei legni


L'incanto

Gli uomini della festa

Naso in su

L'uomo della scala

Peppino

Luciano


Un sacco di bottiglie, dolci, formaggi. Non ci si fa a finire l’asta. ‘Va via, va via’, grida Luciano. ‘Cento euro qui’. ‘Centocinquanta di là’. ‘Va via’. Scatta il tre. Basta. Ultima bottiglia. Sono le tre del pomeriggio. Esausti. Affamati. La pasta al forno a casa. Il paese torna a essere deserto in un minuto. Mi rifugio al bar. Chiedo un lemonsoda. Ho freddo. Ho caldo. Mi piace questa fatica.
L'uscita della processione

Il ballo degli uomini

Sant'Alessandro in chiesa


Sant'Alessandro

La processione

I due vigili

Tina

Il  mio paese
L'incanto

Ombrelli

Offerte per l'incanto

L'incanto

Hanno vinto l'asta per la bottiglia e i funghi

L'offerta


Non è finita. La festa non ha mai fine. Nel pomeriggio c’è da arrampicarsi sull’albero. Il tempo diventa tempesta. Ora non ci sono più speranze. Piovono aghi di freddo. Acqua che scivola nel collo. Musicisti in jam-session nella chiesa che non lo è più. Piove. E chi se ne importa. Michelangelo è rannicchiato dal freddo. Non perde di vista l’albero. Sono già le cinque, il cielo è oscuro. Grigio topo nell’aria. Ma tutti aspettiamo. E’ Alessandro che sale per primo. Lo sapevano tutti. Senza scarpe, maglietta senza maniche alla faccia del gelo, guarda l’albero, si spalma mani e braccia di pece liquida. Piove, il legno è uno scivolo. Ma Alessandro non ha un solo dubbio. Sale su. Sale su. A razzo. Con lo stile di una scimmia delle foreste di Calabria. Ginocchio piegato, i piedi a fare presa. Sale su. Verso il cielo. Verso i doni dell’albero. Verso la gloria di una sera al paese. Afferra gli ultimi pioli, è sotto la cima, libera Titti, fa cadere un pupazzo, cerca di prendere il pan dolce. E poi scivola giù. Applausi e pioggia. Rito felice. Ed ecco Michelangelo. Guarda in alto. Michelangelo non è del paese. Ma è nato in Calabria. Ha fatto un film sul paese. Un bel film. Si chiama Le quattro volte. Torna tutti gli anni ad Alessandria. Michelangelo viene da Milano. E’ un regista. Silenzioso. Ha un sorriso bello. Anche lui sale. Sale con fretta, si ferma, riprende, piega le ginocchia, piedi a tenere il legno. Si sento il suo respiro. Anche Michelangelo arriva in cielo. Si vede che non faccio più il giornalista, un tempo lo avrei intervistato e scritto di lui.
Il terzo ragazzo si vede subito che non ce la farà. Ha i jeans. Inadatti a scalare un albero liscio come la fiancata di una nave. Si arrende dopo due metri. Una ragazza lo consola. Ci ha provato.

Cielo a tempesta



Alessandro

Alessandro

A naso in su

Michelangelo
Mentre sale Michelangelo

Zi' Vincenzo
Ancora musica

Il ramo sacro
Corsa al ramo sacro

La caduta
Smontare tutto

E ora? E ora il vigile del paese si ricorda il suo mestiere e allontana chi sta vicino all’albero. Mi sposta con una mano sul mio zaino. Piove a dirotto. Gli uomini alzano le pietre, liberano la fossa, tolgono di nuovo i sassi, slegano l’albero, affidano corde ad altri uomini, sganciano il bastone dalle corna di ferro. L’albero è libero. Basta una piccola spinta. Il tocco di una mano, lo strattone di una fune. Un copertone per farlo rimbalzare. Ecco, l’albero cade. Ho sbagliato lato dal quale stare. Nuvola di pioggia. Tonfo da spavento. Sobbalzo da terremoto. L’albero è caduto. Prova a risalire verso l’alto. Non ce la fa. Si arrende. E’ di nuovo a terra. Immobile. Ed è come se fosse stato dato un segnale: i paesani si gettano sulla cima, cercano i regali, strappano ciuffi di abete, ombrelli sbattono l’un con l’altro, pioggia a catinelle, rivoli sulle cerate, spinte e ruzzolone. ‘Porta fortuna’, mi dice Michelangelo. E allora prendo anch’io un ramo della cima.

Fine


Matera, 7 maggio









































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