domenica 20 maggio 2012

Matera, la forza di gravità della bellezza



Dalla 'mia' finestra. Una mattina di inverno
Non so come cominciare questo viaggio a Matera. Sono arrivato due giorni fa. E non trovo parole. Il tempo scorre. Nel sole. Nel bianco delle pietre. Nel saluto di amici che cerco di ricordare. Nel cibo. Nella finestra che si affaccia sulla roccia dell'Idris. E io non so come cominciare. E allora adopero un trucco banale. Riprendo un articolo (ancora una volta non è un post, scusatemi), parole che ho 'dovuto' scrivere per lavoro. Le rileggo con imbarazzo. Forse non  le rileggo. Ma ho bisogno di parole per cominciare. Vorrei usare parole di altri. Ma ora non le trovo. In  cucina stanno preparando fave e piselli. Aspettiamo amici. 


Piazza di San Rocco, forse...


Tornavo a casa ogni sera e mi dicevo che ero fortunato ad avere amici così generosi. Una breve scalinata di pietra e varcavo il confine fra il Piano e il precipizio della Gravina. Passi in discesa. Al buio intuivo la grandiosità di questo canyon che spezza il tavolato della Murgia. Poi, una grande porta in legno, una corte, l’affaccio di una cisterna per le acque piovane, una terrazza che si protende verso il dirupo urbano del Sasso Caveoso. Ecco, avevo Matera davanti agli occhi. Al mattino era la nebbia dell’umidità a farmela osservare attraverso il filtro di una leggera nuvola magica. A sera era come se le luci delle case della città vecchia, lanterne e lampioni dal riflesso d’avorio, si trasformassero in un presepio stellato. Ha ragione chi scrisse, quattro secoli fa, che a Matera ‘il cielo e le stelle si possono vedere al di sotto dei piedi degli uomini e non sulla loro testa’.
Un gradino e la casa dei miei amici sprofonda in una grotta e io, sopra le righe per questo paesaggio di bellezza perfetta, mi illudevo di essere un pastore della contemporaneità. Non era così: la casa aveva ogni comodità e tecnologia. Ma i Sassi di Matera hanno strani effetti sulla mente del viaggiatore che riesca a passarvi alcune notti. ‘I nostri genitori se andarono da queste case mezzo secolo fa – mi spiega, bicchiere di vino in mano, seduto sulla terrazza, il mio ospite - Non sono mai voluti tornare. Erano spersi e smarriti quando furono costretti a lasciare le loro grotte. Erano stati convinti che bisognava fuggire dalla miseria. Non hanno mai più rimesso piede in questa casa. Credo che ne avessero perfino vergogna. Allo stesso tempo, almeno loro, non vollero vendere. E così, noi, i figli, spesso con studi lontano da qui, siamo tornati. Lentamente. Con incertezza. Poi con felicità. Con il pensiero che eravamo gli eredi immeritevoli di chi, con grande sapienza, ha costruito la meraviglia di Matera’.
C’è altro da dire su questa città? Guido Piovene, quasi sessanta anni fa, già scrisse che ‘i Sassi hanno l’attrattiva dell’inverosimile’, luogo unico dell’Occidente europeo, legame inconsapevole e strettissimo con i grandi centri delle civiltà rupestri: la magnificenza di Petra, le città del sottosuolo della Cappadocia, gli insediamenti trogloditici del Nordafrica e del Medio Oriente. Matera, lontana dal mare, è Mediterraneo. Frontiera di un mondo di pietra.

La bellezza


Città notturna, Matera. Attorno, in queste ore solitarie, vi è solo il silenzio. Un ritmo inascoltabile altrove. Assieme a Venezia (sono davvero le sole due città al mondo che ha senso definire ‘uniche’), i Sassi di Matera sono un’orchestra che non ha bisogno di spartito. Sono città (di acqua, di roccia, di luci, di ombre) costruite con le voci che nessun rumore fa scomparire. Ci si chiama di terrazza in terrazza a Matera. Nella stagione degli amori, si sentono i gatti fare le fusa lungo le rampe del Sasso Barisano. Si riescono ad ascoltare perfino i baci dei ragazzi affacciati al belvedere di via Ridola. I passi di chi scende per vicoli sono un tip-tap che rallenta a ogni scalino malconcio. Chi sale, invece, fa un controcanto con  il suo respiro che cerca di non mostrare affanni. Matera è, forse, la città più scoscesa del mondo. Una città-anfiteatro. Con una acustica perfetta. Ma, all’alba, non sono i rumori a svegliarti, ma la luce della Murgia. Le case-grotta sono state costruite per costringere ogni raggio di sole a impigliarsi nelle piccole finestre.

I pass nella notte

  
Parola chiave è la nostalgia. L’archeologa Bruna Brunello vive a Siena. Lontano dalla sua Matera da più di dieci anni. Ma ci torna ogni volta che può. L’amore non se ne vuole andare. Volevo saperne di più della sua città e lei cominciò a raccontarmi dei filoni dei ragazzi della scuola. I Sassi, nella sua adolescenza, erano il rifugio perfetto delle fughe dalle lezioni. Mi scrisse che nei suoi occhi e nei suoi sensi ci sono ancora i ciddari, le mescite del vino dove, con antichi sistemi, fra ‘600 e ‘700, si pigiavano le uve. Matera sapeva ubriacarsi. La scrittrice materana Mariolina Venezia racconta (in ‘Mille anni che sto qui’) di ragazzi che avevano scelto una casa di Sasso Caveoso come nascondiglio: ‘un intrico di stanze e stanzette, di antichi saloni e stalle, di grotte e cantine’. E, da una finestra, ‘si vedevano le rocce a strapiombo sulla Gravina che diventavano rosa con la luce del tramonto’. Proprio i ragazzi, per primi, riscoprirono i Sassi dopo il loro abbandono. E quelle pietre, maledette nel dopoguerra, inchiodate dalle pagine di Carlo Levi (in Cristo si è fermato a Eboli) a una spettrale ‘aria cupa e cattiva’, furono la gioia disabitata di una generazione di giovani materani. Terreno di giochi e dei primi amori. Per loro quei Sassi, abbandonati per decenni, sono una memoria festosa e incancellabile. Ma, forse, c’è di più: oggi a Matera si torna a vivere. Da qui, da questo Sud, i giovani non se ne vogliono andare. Anzi: arrivano nuovi cittadini. Dall’Europa, dall’America, ma anche da più vicino. Guardate i censimenti: la città cresce, la città che, mezzo secolo fa, rischiava di spopolarsi, ha ritrovato abitanti. Qui si fanno bambini convinti che vivranno bene. E pensate: non è città facile da raggiungere, Matera è il solo capoluogo di provincia italiano dove il treno non è mai arrivato.
Un poeta, Antonio Colandrea, mi sorprese con  parole che erano un semplice, bellissimo elenco di quanto si poteva vedere guardando verso la via dei Fiorentini, la strada che taglia il Sasso Barisano: ‘tufi, tetti di tegole, terrazze, terrapieni, tumuli, giardini pensili, grondaie, guglie, campanili, cenobi, comignoli, cenotafi, chiuditoi, rampe, rincorsi di vicoli, recinti, rosoni….’. Lo scultore Roberto Di Trani mi portò in giro ad ammirare i comignoli e le prese d’aria delle case di Matera: erano capolavori, si trasformavano e diventavano soli, nodi, figure antropomorfe, intrecci labirintici. Mi spiegò Roberto: ‘Questa città è stata costruita da pastori-manovali che sapevano e amavano fare le cose bene’. E poi sarei rimasto ore ad ascoltare il libraio Giovanni Moliterni: ‘A Matera si è contagiati dalla lentezza e da una pigrizia priva di sensi di colpa’. Puoi desiderare altro? La libreria di Giovanni è proprio sul confine di uno dei dirupi della città. Adele Caputo, insegnante e cantante dei Terragnora, straordinario gruppo musicale materano, ha scelto di vivere a Matera. E’ arrivata dalla vicina Puglia. ‘La bellezza è la forza di gravità di questa città – cerca di spiegare – Non riesci a immaginare di poter vivere altrove. Ne vieni continuamente attratto. Anche chi se ne è andato, conserva un legame fortissimo’. Matera è magnetica.

Pietre


Ancora Piovene: ‘Sembra che Matera si affacci a un sottosuolo scoperchiato’. E’ costruita sul vuoto. I suoi abitanti hanno sfidato le leggi dell’architettura e dell’urbanistica. Le strade selciate, i giardini, le terrazze, un pavimento, una scalinata sono il tetto delle case sottostanti. Grondaie e canali hanno imbrigliato le acque di ogni pioggia e le hanno dirette verso una geografia sotterranea di cisterne. I Sassi sono una città verticale che si aggrappa agli speroni rocciosi di un doppio canyon con cerchi concentrici capaci di aggrovigliarsi uno all’altro. E’ un labirinto, la città invisibile (la Matera delle grotte si nasconde dietro un fantastico sipario di case). Gli ipogei sono collegati fra di loro da un reticolo di gallerie. A volte sono almeno dieci i piani di grotte e case sovrapposti. Matera è rupestre e, allo stesso tempo, solare. Negli anni ’50, quando cominciò la diserzione dei suoi abitanti, nei Sassi, come li aveva chiamati un geografo arabo, vivevano almeno quindicimila persone. Furono censite, nei trenta ettari della sua estensione, 2997 case. 1641 erano troglodite. Gli antichi muratori di questo angolo di Lucania non alzavano pareti, ma scavavano grotte nella calcarenite, roccia tenera e gentile. Matera, recita ogni dèpliant turistico, ha l’orgoglio di essere sempre stata abitata. Dall’età del Bronzo ai giorni nostri. Vi è chi azzarda che questa è la sola città ‘dove gli abitanti possono dire di vivere nelle stesse case dei loro avi di novemila anni prima’. E non è una frase campata per aria.
L’urbanistica di Matera appare caotica e, invece, è democratica, ugualitaria: nessuna costruzione, nessun lamione (gli ambienti esterni che prolungano la casa-grotta) ostruisce, agli occhi del vicino, il panorama verso la Gravina. Era solidale, Matera. Quasi un condominio conviviale: il vicinato era un modo di vivere assieme. Gli uomini amavano questi rifugi nella roccia.. Nel 1200, sullo sperone di roccia che divide i baratri del Sasso Caveoso e del Sasso Barisano, venne costruita una cattedrale imponente: questo è il quartiere della civita, l’acropoli della città, inespugnabile fortezza alla quale, da pochi mesi, anche le auto hanno dovuto cedere gli spazi che avevano occupato. I materani sono consapevoli della bellezza della loro città.  


Il Musma


Il medioevo di Matera fu grandioso. Gli architetti del sacro non hanno perso occasione di costruire chiese su chiese. Mistici cenobi rupestri e  superbe basiliche barocche. Il culto della Madonna ha moltiplicato i luoghi santi della città. Giorno infinito, il 2 luglio, quando otto muli trasportano la Madonna della Bruna su un incredibile carro di cartapesta. Una processione di fede e di ritualità antica. Quando a sera, la Madonna verrà ricondotta al Duomo, il carro sarà distrutto dall’assalto della folla: ogni materano sogna di conservarne un pezzo nella propria casa.   
Gli equilibri del mondo rurale si spezzano nell’800. La città-ragnatela comincia a collassare su sé stessa. Smarrisce la sua economia pastorale. Viene scartata dalla modernità. Fu una discesa agli inferi. Matera, nel dopoguerra, divenne il teatro della miseria priva di riscatto, della povertà estrema. Fu un cambio di scena brutale: i discendenti di una grande storia, erano diventati contadini miserabili. Le grotte, oramai, erano tuguri osceni. Matera, negli anni ’50, venne dichiarata ‘vergogna nazionale’. Si scrissero leggi speciali per sfollare i suoi abitanti, per costruire un’altra città. Si costrinse la gente dei Sassi ad abbandonare case inabitabili. Fra il 1952 e il 1967, la città sospesa si svuotò. Fu l’ultimo grande esodo urbano avvenuto in Europa. Le grotte vennero murate per impedire che qualcuno provasse nuovamente a viverci.  La vecchia Matera si sgretolava. Rischiò davvero di scomparire. Furono davvero i ragazzi che filavano la scuola a eleggere la città in rovina a loro nascondiglio. Pier Paolo Pasolini, nel 1964, venne fino a qui per girare uno dei suoi film più belli e rimase incantato da un sole ‘ferocemente antico’. Matera si ribellò al suo destino. La bellezza non volle essere cancellata. Nel 1993, in un paradosso della sorte, la ‘vergogna nazionale’ divenne ‘patrimonio dell’umanità’. E cominciò un testardo lavoro di restauro. Ironia dei tempi: fu la borghesia meridionalista a sostituire i cafoni. I nuovi cavernicoli sono avvocati, medici, architetti, artisti. Lentamente, ma inesorabilmente, è arrivato, nel bene e nel male, il business del turismo. Alberghi di lusso, B&B snob, i ciddari  vengono occupati da pub e ristoranti. Ma nascono felici storie di turismo responsabile. Lo scorso anno oltre duecentomila turisti si sono affacciati al belvedere di piazza Vittorio Veneto per ammirare i Sassi. Quale sarà l’equilibrio possibile del nuovo millennio per Matera?

La notte, Matera


Ma ora è ancora notte. Guardo l’incastro di case del Sasso Caveoso. Penso che questa è una città di giovani. Qui conosco artisti, musicisti, fotografi, scultori, cartapestai, ceramisti, orafi, pittori. Ho incontrato bravi cuochi, nuovi contadini, intellettuali, organizzatori culturali. Ho visitato il Musma, orgoglioso museo di arte contemporanea. Esco di casa, seguo l’istinto dei passi. Mi faccio guidare dalla musica. Scopro che i fiati e gli archi dei jazzisti dell’Onyx, storico club materano, accompagnano i viaggi di un intelligente turismo attraverso i vicoli e le praterie della Murgia. Mi faccio condurre dal ritmo di una chitarra, di tamburelli e organetti. Vibra il cupa-cupa, strano strumento di queste terre. I bassi scuotono l’anima. A Matera, a volte, il silenzio si riempie di musiche. Alla fine ci troviamo a ballare la tarantella all’osteria Malatesta, un’altra frontiera fra Piano e precipizi. Musica in libertà dei Terragnora. Provate, se ci riuscite, a tener ferme gambe e cuore. Questi ragazzi amano il loro Sud. E sanno farlo amare. Come vorrei che un vecchio pastore risalisse ora da un vicolo dei Sassi e si affacciasse nell’osteria. Un patto fra storie diverse. Fra chi se ne andò da questa città di pietra e chi vi è tornato. Ecco, il pastore tira fuori un’armonica e si unisce alla musica. Fuori le luci delle case dei Sassi. E’ vero, a Matera il cielo di stelle è in basso.
Matera, 20 maggio

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