sabato 24 agosto 2013

Dark Room Project/I sali di argento e il tufo

La chiesa di Muro Leccese



Valentina ha 29 anni e fa la fisica. ‘Mi piace stampare. E’ qualcosa che va in direzione contraria al mondo. E’ un luogo di resistenza’. I sali di argento compiono ancora piccoli miracoli fuori tempo: ‘…nella pellicola fotografica microscopiche particelle di alogenuro d’argento sono poste in dispersione di gelatina animale, a sua volta stesa su un supporto di carta o cartoncino…..’. E un’immagine invisibile appare come se un fantasma avesse deciso di farsi vedere. Questa è una storia di nostalgia. Per gli anni giovanili, immagino. Dove ho messo le foto stampate mille anni fa? Eppure è anche una storia che, vivaddio, sa di contemporaneità.



Valentina

Alchimia chimica della stampa. In realtà, magia. Un’immagine latente che appare sulla carta immersa in un liquido. Qualcosa che accade ancora in epoche digitali. Sì, Valentina ha ragione: questa tecnica (che sfiora la poesia) è un antidoto. Che cinque ragazzi (così a occhio hanno meno di trent’anni e vengono da Roma, da Asti, da Treviso…) si ritrovino in un irraggiungibile paese del Salento, Muro Leccese, per sfidarsi in un contest di stampa, mi appare un controsenso ostinato e benefico. Una resistenza, appunto. In più: la camera oscura è ritagliata nel tufo di un antico convento di domenicani. Così ci sono mille ragioni per ritrovarsi a metà agosto in questo paese dalla piazza messa di sguincio con due chiese che si sorvegliano l’un con l’altra in un confronto altezzoso di barocchi.



Parlare di foto

DarkRoomProject è un’idea di uno stampatore romano, Luciano Corvaglia. Appare e scompare come un folletto nel chiostro del convento di Muro Leccese. Sa stare in scena, Luciano. Attore esperto. E’ celebre fra i cultori del bianco e nero e della pellicola. Nel suo laboratorio è passato un pezzo della storia della fotografia italiana di fine ‘900. Scrive: ‘I pixel e l’alogenuro d’argento hanno ben poco in comune…..uno risponde a leggi fisico-matematiche, l’altro interagisce solo con le leggi della natura’. Evita un confronto con la modernità del digitale, ma non resiste alla tentazione di dire: ‘Perché devo mangiare qualcosa che è stato spruzzato di aroma di fragole, quando posso mangiare delle vere fragole?’.



Marcovaldo (da una foto di Angelo Turetta)

Io guardo i ragazzi al lavoro nella camera oscura dalle pareti di tufo. Stampano dalle sette di sera fino a mezzanotte. Sono le ore in cui il Salento si ammorbidisce in una dolcezza di malinconia. I ragazzi hanno mezz’ora per stampare lo stesso negativo, scegliere gradazioni di carta, mascherare, contare i secondi, ombreggiare, proteggere, decidere contrasti. Alla fine, nessuna foto è uguale all’altra e, tanto meno, nessuna è simile alla foto che Luciano ha stampato anni prima. ‘Nessun stampatore riuscirà mai a ottenere due stampe uguali dallo stesso negativo e da quello stesso negativo non verrà mai fuori la stessa stampa’, dice Luciano. Il gioco della camera oscura è un artigianato da sorpresa. Si ribella alle regole dell’omologazione. E ubbidisce al tempo dello stupore.



Il pianoforte di Thomas


Nel chiostro e nelle sale di tufo del convento ci sono decine di foto celebri. Guardo le sabbie di Giovanna Chessa, il corpo di Aldo Moro fotografato da Gianni Giansanti (e Luciano sceglie, in stampa, di mettere in evidenza la coperta che avvolgeva il presidente della Democrazia Cristiana, io per la prima volta noto un paio di tenaglie sul tettuccio della Renault rossa). Ecco Italo Calvino che sembra Marcovaldo sorpreso dagli obiettivi di Angelo Turetta (o è stato lo scrittore a sorprendere la macchina fotografica?). Ecco uno spelacchiato Roberto Benigni ricordato da uno scatto di Piero Marsili Libelli. Accanto a Roberto, appare un beffardo Carlo Monni (lo conoscete? Lo ricordate? Io ho nella mia memoria Le Vele, poesia di Campana, gridata ad alta voce da Carlo. Che è morto pochi mesi fa). E come avrei reagito se fossi stato Luciano Viti? Nel 1987 fotografò Miles Davis, spostò la sua tromba e venne minacciato da un sussurro rauco: ‘Hey man! If you broke my trumpet, I kill you’. Gli occhi di Miles nella foto che fu scattata subito dopo sono la forza da brivido della sua tromba. C’è Donata Pizzi che fotografa architetture e mi riporta ad al-Khadra, villaggio ‘italiano’ della Libia. Riconosco quei rivoli di pioggia che hanno rigato gli intonaci. Qualcuno ha annotato accanto alle foto: ‘Una macchina fotografica è un modo per entrare in contatto con il mondo’. Marianna Leone viaggia per le periferie, per l’abbandono delle città, per un’estetica dei disastri. C’è un fotografo che parte con una sola macchina e un solo grandangolare: bisogna andare vicino per poter scattare. C’è una fotografia ostinata in questo convento della piana leccese. Sfiora un superbo snobismo, ma a me piace questa gente moderna che rimane fedele alle vocazioni della gioventù. Scrive ancora Luciano: ‘La camera oscura non può scomparire fagocitata da una tecnologia sempre più comoda, ma lontana dall’essere umano’. Ma quando Valentina ha chiesto allo stampatore di fargli da assistente, la risposta è stata: ‘Questo mestiere è finito’. Contraddizioni: in fondo questo è il contrasto fra liberismo e un mondo a misura di uomo. E’ troppo chiedere ai sali di argento di partecipare a questa sfida?



Elena

Un giovane pianista, Thomas, ogni ora fa muovere le foto con la sua musica. Elena, invece, viene da Lecco e si è portato dietro la sua complessa chimica: lei stampa con gomma bicromata, parla di acque, di umidità, di caldo che fa andare fuori registro le carte, di sette emulsioni necessarie a far apparire immagini sulla carta. La sua stampa ha la paziente bellezza dell’attesa. C’è il batticuore dell’artista, ma c’è la sua capacità di lentezza. Non capisco quasi nulla di questa chimica benigna, ma guardo, con incredulità, il fantasma di una nuotatrice comparire dal nulla in una tonalità azzurognola. E poi c’è Luca. Con lui, per tre giorni, ho diviso una casa di tufo. E ogni notte mi sorprendeva passeggiando con una fisarmonica per il chiostro. Emetteva strani suoni e la sua voce si arrocchiva. Jazz fra le foto.



Thomas e Luca. E una fisarmonica rotta


E infine la gare delle stampe. Esibite, commentate, luce che brucia la stampa, perdita di informazioni, eccesso di nero. Cosa mettere in risalto in una immagine? Quali dettagli? Discutono a lungo. Del pacchetto di sigarette che una mano tiene ben stretto al centro dell’immagine. Di una foto spezzata da luci e ombre estreme. C’è passione dentro la camera oscura. E un’ultima consapevolezza: ‘Io non so dirvi perché questo negativo è perfetto’. Sì, ha ragione Valentina: chi stampa va in direzione ‘ostinata e contraria’.

La notte di Muro Leccese


Alla fine le stampe vengono strappate. E lasciate sul pavimento del chiostro.



Le mollette di Elena





Valentina è Valentina Biagini

Thomas è Thomas Corvaglia

Luca è Luca Venitucci (https://myspace.com/lucavenitucci)

Elena è Elena Carozzi (elenacarozzi.weebly.com/photograph.html)



E per saperne di più sul progetto: www.darkroomproject.org

martedì 20 agosto 2013

Italia quanto sei lunga/Invisible TransPuglia Railway

La partenza da Matera

Scopro che l’Italia è più lunga di quanto abbia sempre creduto. Lasciate perdere la Transiberiana: la vera storia di treni e bus è qua, nel tacco della penisola. Invisible TransPuglia Railway. Vi è un reticolo di corriere, bus e treni che viaggiano nelle strade di questo Sud, ma provate a cercarne di sapere qualcosa: vi manderanno da un negozio di computer a un’ edicola, da una tabaccheria a un ortolano, ma nemmeno al bar di fronte alla fermata sapranno dirvi come e dove si compra un biglietto. Mi sento a casa. Taxi-brousse del Salento.

La fermata di Laterza

Giorni fa sono arrivato fino a Matera da Firenze in poco più di sette ore. Onore alle autolinee Marozzi. Quante ne impiego per andare ancora più a Sud? Per raggiungere Muro Leccese? Cento e settantuno chilometri da Taranto mi dice il sito delle Ferrovie del Sud Est. Più settanta, invece, per scendere da Matera fino alla città più avvelenata d’Italia. Ebbene: un’ora e mezza di bus da Matera a Taranto. Tre ore e mezza di treno da Taranto a Muro. ‘Lasci perdere. Non siamo competitivi’, mi dice lo sconsolato capostazione di una irreale stazione in tufo. E perché, dovrei lasciar perdere? Ho finalmente trovato un mondo al rallentatore. Mi piace questo viaggio. E smentisco il coro degli amici di Matera: i mezzi pubblici (treni e bus) ci sono in questo Sud. Viaggiano come tartarughe migranti. Hanno autisti che dicono ‘ciao’ quando sali a bordo e ti senti benvoluto. Solo che è quasi impossibile averne notizie. Sono invisibili.

Avviso sulla finestra a Laterza

Parto da Matera senza biglietto. La stazione di piazza Matteotti è priva dei binari di Trenitalia. Una vecchia storia: non sono mai arrivati in una delle città più belle del nostro paese. Nei giorni di ferragosto, la biglietteria della Sita è ben chiusa. Non si può acquistare in un’agenzia. Né via internet. Nemmeno l’autista può venderti il biglietto. Ma è uomo navigato e con storia sindacale: ci fa salire senza pagare. E che altro potrebbe fare? ‘Se sale un controllore glielo spiegate’. Siamo in due fra Matera e Laterza. Primo cambio del mio viaggio. Ci sono 69 chilometri per Taranto. Lascio la Lucania e il sole diventa di una luce pugliese. Non so descriverla. I bianchi vanno fuori gamma, la terra si fa color della ruggine. E’ come se quanto vedo scorrermi addosso riesca a sbiadirsi senza smarrire lucentezza.

Il treno per Lecce

Fermata di Laterza davanti al centro prevenzione socio-sanitario. Nome da burocrati privi di pudore. E’ una palazzina dall’aria scorticata. ‘Non gettate rifiuti nel vano della finestra’, scrivono con vana rassegnazione. Deve essere ritrovo notturno di ragazzi senza un’idea di come passare le ore: lattine di birra, coca-cola, un Fontafredda stappato e lasciato lì. E la spazzatura si decompone nel vano finestra. Aspetto assieme a un ragazzo indiano dai capelli di gel. Anche il secondo autista ci accetta senza biglietto: ‘Lo compri a Taranto’, mi suggerisce. A un incrocio buttiamo per terra due turisti in motocicletta ingannati da un semaforo che gioca a rimanere rosso quando è verde. Almeno così mi spiega un ragazzo. L’autista se la sbroglia con consumato mestiere.

L'Ilva di Taranto

Ecco, l’Ilva. Le ciminiere. L’acciaio. I colori di ruggine vera e marcia del metallo. Ecco, il mare, splendido e inquinato. Le case sono dipinte di rosso per nascondere le polveri che la fabbrica, quando soffia la tramontana, fa volare verso la città. ‘Bisogna andare via da qui’, mi dice l’amico che mi aspetta al porto. Insomma, benvenuto a Taranto. Voglio andare al cimitero di San Brunone e ci andiamo. Le ciminiere sono l’orizzonte degli ossari. Quartiere Tamburi. Una vita fra il polverino sfondapolmoni e le corsie degli ospedali con il panico delle neoplasie in qualche angolo del corpo. Già, questa è una storia di corpi. Corpi malati, corpi di operai, corpi di donne che ritirano i panni dalle finestre e trattengono il respiro. Corpi incerti. Corpi che maledicono. Corpi rassegnati. Corpi di uomini che presidiano i bar. Corpi di vecchie che azzardano una sedia fuori dal portone. Corpi che passano per la vita come se dovesse essere sempre stata così e che non possa mai cambiare. Mi dicono delle ordinanze che vietano ai bambini di giocare nella aiuole stremate: troppi veleni in quella sabbia inerte. Sfioro i marmi delle tombe e rimango con le dita sporche di grigio. ‘Ho pulito quella lapide tre giorni fa’, mi dice un uomo dall’aria stanca e arrabbiata. ‘Questa città si è venduta l’anima per due spiccioli’.

La stazione di Grottaglie

Devo andare a Muro Leccese. Per avere informazioni decenti mi consigliano l’edicola della stazione. Il controllore di Trenitalia era disinteressato al mio problema: non sono fatti suoi gli orari delle ferrovie del Sud-Est e a Muro i suoi treni non ci vanno. E’ l’edicolante a farmi il piano di viaggio: ‘Fs fino a Brindisi, poi hai otto minuti per cambiare di treno e andare a Lecce. Lì sali sulle Ferrovie del Sud Est, altro cambio a Zollino e ti ritrovi a Muro Leccese’. Io vorrei scendere a Zollino. E’ un nome da meraviglia. Chissà come è Zollino?  Ignoro la geografia del Salento. Mi piace questo viaggio: un solo vagone sbuffa al binario quattro. E’ il locale per Lecce. La poltroncina azzurro stinto si sfalda sotto il mio peso. Sono quasi tutti ragazzi in questo treno. A Grottaglie la stazione abbandonata è un affresco di writers con suggestioni porno-popolare. Il paesaggio diventa di olivi. La luce non è bianca, non arrossa, ha un’aria solida. Mi ricorda la Palestina.

Francavilla Fontana

A Francavilla Fontana sale una ragazza dalle gambe abbronzate e un uomo dal viso segnato dalle rughe e l’aria appesantita dal silenzio. Guardo le gambe della ragazza e le occhiaie dell’uomo. Mi piacciono entrambe. Un ragazzo con i capelli annodati e un bracciale chiodato si perde nel suo computer. A Oria scende un nigeriano e svanisce dietro il muro della stazione. Sopra vi sta scritto: ‘E non mi basta’. Fichi d’India ai bordi dei binari. Gli alberi spingono i rami a sfidare il treno. I giardinetti sono sterpaglia.

Compagni di viaggio

Oria

Latiano

Latiano, Mesagne e la stazione di polizia dalle finestre chiuse. Territorio inselvatichito. Cartacce fra l’erba disseccata. Brindisi è quasi improvvisa. Il treno per Lecce ci ha aspettato. Corriamo in tanti, ci spingiamo. Il capotreno fischia e agita una bandiera verde.

Brindisi al volo

San Pietro, Squinzano, Trepuzzi e le sue officine ferroviarie dall’aria desolata. Appare un campo di calcio con l’erba verdissima, un contrasto da photoshop in una monocromia di gialli-avorio. E’ un atterraggio in un altro pianeta. Lecce è improvvisa. Folla di ragazzi. Devono essere qui per la musica. Sembrano convocati per un rave. Stanno seduti sul marciapiede della stazione. Mi perdo nella loro bellezza.

Mesagne, forse

Mesagne, forse

San Pietro

Squinzano

Officine ferroviarie del Salento


Lecce, alla fine, nonostante i ragazzi, mi respinge. Un caffè e una pasta, al bar di fronte alla stazione, due euro e trenta centesimi e scortesia indifferente. Va peggio al bar della stazione. Ci sono manifesti di una setta cristiana carismatica: ‘Comunità Gesù Ti Ama’. E’ una grafica tetra, da Orwell 1984: una croce nera sovrasta una folla di uomini senza volto, mi appare come una minaccia più che una benedizione o una generosità. E’ un Dio di vendetta quello che viene venerato in questo bar. Sul frigorifero delle bibite ci sono quattro manifesti di Mussolini in visita a Lecce. In vendita: tre euro invece di sei. L’uomo dietro le casse, risecchito nella sua ansia di denaro (dice ‘prego’ con fare autistico a ogni cliente. Ha una impazienza malata), mi fa un gesto con la mano per non dirmi dove è la biglietteria delle Ferrovie del Sud Est. Dovrò tornare a Lecce. Per riconciliarmi.

'Io sono la via...'

I poster di Mussolini in visita a Lecce

E' introvabile l'ufficio delle Fse: sta ai confini dei binari, le loro banchine sono al sole, nemmeno un tettuccio a proteggere i passeggeri, la porta della biglietteria si apre solo dopo una battaglia fra spalla e metallo anodizzato, l’impiegato dietro il vetro che non vuole dirmi delle sue sventure: ‘Non mi faccia parlare. Qui siamo nelle mani delle Fs’. Sorridiamo del destino. Per uscire riprendo a spinte la porta. Due euro e mezzo il biglietto del treno per Muro Leccese. Vagone di altri tempi, con tendine arancioni che svolazzano al vento e il controllore che passa gridando il nome delle stazioni.

Il treno delle Ferrovie del Sud Est


Zollino


Ecco Zollino, finalmente. Non scendo, nemmeno mi fanno fare il cambio, ragazzi nigeriani sulle banchine, questa volta il treno prosegue, diretto verso il Sud estremo. Arrivo a Muro Leccese. La luce ora è perfetta, le giornate già si sono accorciate e il tufo della stazione è un quadro di un pittore impressionista. E’ Mediterraneo, questo. Stazione che è aula per i figli di un capostazione che aspetta, con uno strano sorriso, i treni che passano da qua. A mano solleva e abbassa le stanghe del passaggio a livello e aziona i semafori. Fotografo. E lui mi dice che non si può. ‘Ho ricevuto un fax proprio stamattina. Niente foto nelle stazioni. Sarà colpa di faicebuk….’. Ma poi lascia che me ne vada con le mie foto della sua stazione. Sono il solo passeggero a essere sceso dal treno.

La stazione di Muro Leccese


Ps: viaggio di sprovvedutezza. Non ho lasciato briciole di pane per capire come tornare indietro. A Muro Leccese ignorano di bus e treni. Alla domenica sicuramente non si va via da qui. Per gli orari devi provare a chiedere al negozio Just in Time (chiuso), a cercare su internet (ma non trovo nessun computer pubblico), vado in cartoleria, dal tabaccaio (noi stampiamo i biglietti fatti on-line. E dove lo faccio on-line?). Chiedo al barbiere, al ragazzo del bar, all’ortolano, ai ragazzi che mi guidano per il bel museo della piazza, a tre o quattro uomini che ne stanno sull’uscio di casa…. Sono sorpresi che qualcuno cerchi un bus. Alle fermate di Salentoinbus ti rimandano a un sito internet (ok, devo comprarmi un smartphone…).
Alla fine ecco, la frase che volevo sentire, la dice un uomo in camiciola azzurra e sigaretta che ondeggia nelle dita: ‘Questa è l’Italia….’. Mi viene voglia di cantare: ‘Viva l’Italia…’. Torno alla stazione. L’uomo dei treni non se ne è andato, questa deve essere anche casa sua: ‘Io vi posso dire solo fino a Lecce. Da lì in poi nemmeno gli orari mi mandano….’. Mi piace questo andare che ti obbliga a restare.

Ferrovie del Sud Est
Ps due importante: Muro Leccese è bella. Con la sua piazza sguincia e due chiese che si sorvegliano l’un con l’altra in una sfida di barocchi.



Muro Leccese

mercoledì 14 agosto 2013

Italia, quanto sei lunga/Ritorno a Oliveto Lucano

Oliveto Lucano

La prima Italia finisce a Caianello. Anni fa sono già stato da queste parti sconosciute: era il tempo nel quale inseguivo quel Che Guevara italiano che è stato Garibaldi. Qui finì la sua risalita del paese, l’esercito piemontese lo fermò a Teano. Un generale in camicia rossa non poteva marciare su Roma. Allora mi sorpresi di non sapere niente di questa Altra Italia che ora scorre  al lato della mia macchina. Non so perché torno ancora una volta a Sud. Non ho ragioni. Vado lo stesso. Per il tempo che passa, immagino. Per non riuscire a stare fermo. Per dirmi che non sono al Cairo, nè nella Selva Lacandona.

La mia auto rossa, con un San Rocco incollato sul vetro di un finestrino, è fedele e prende con decisione l’uscita di Caianello. Abbandono l’Italia che se ne va verso il ferragosto e si mette in coda ai distributori delle autostrade. La mia Punto rossa è la macchina più piccola fra le tante di questa fila. Lascio l’autostrada e davvero c’è un altro paese. Scompaiono le auto, il paesaggio diventa selvatico, paesi di pianura scempiati dalle urbanistiche, ma la natura sembra ribellarsi perfino a questo assalto e, in qualche modo, resiste. E’ un deserto urbano, spossato dall’apice dell’estate. Non so, Franco Arminio vede qui una resa, io rintraccio puntigli di speranza. Deve essere storia di carattere. Ma intravedo resistenza anche nel panino con bufala e pomodoro che un uomo mi prepara a una stazione di servizio che potrebbe essere nell’America interna. Bagdad Cafè del beneventano. O è viceversa? E' il Texas ad assomigliare a questa terra? Come sempre penso: ‘E se mi fermassi qui?’. In questo  nulla che nasconde qualcosa che non riuscirò mai a capire? Non accade mai. E allora i chilometri dell’Italia interna diventano solitudini di paese. Questa è davvero il territorio di Franco Arminio: c’è Lacedonia, il bivio per la sua Bisaccia, l’Irpina Orientale. Tiro fuori il suo libro e lo sventolo dal finestrino quasi fosse un lasciapassare. Ora capisco quando scrive di vento: le foreste di pale eoliche sbucano da dietro ogni campo di grano. Alcune sono ferme, altre ruotano con pigrizia estiva. E’ come se un popolo di un altro pianeta avesse conquistato queste colline imprigionando gli uomini senza costruire prigioni. Deve esserci vento forte da queste parti. Da dietro le linee dell’orizzonte si vedono pale che trafiggono la frontiere fra cielo e terra. Mi appaiono minacciose, ruotano come mostri in agguato. Passo due confini: Campania/Puglia e subito dopo Puglia/Lucania. Ecco, sono a casa. Campi stremati dall’estate, odore di stoppie, linee di trebbiature che disegnano geometrie sui pendii. Come mi piace questo paesaggio. La sua immobilità. Le case sono disperse, hanno panni tesi nell’aia, anche se sembra che nessuno viva qui. Sfioro Melfi e la tentazione è di fermarsi nel negozio di tessuti di Enrico. E’ la controra, ora sacra, tempo intoccabile della giornata. Mando un messaggio. Si perde. Un’altra volta. Ci sarà un’altra volta. 

Proseguo per Potenza, per la strada del Basento, ora conosco i passi, il vuoto, le montagne e i chilometri. Ecco il profilo delle Dolomiti Lucane, il bivio di Campomaggiore, la strada che si fa tortuosa nel bosco, non ci sono vacche, fa troppo caldo, devono essere salite ai monti. Nessuno. Nemmeno una macchina. Salgo e ridiscendo. Conosco le curve. Avrei voglia di scendere e andare a piedi. A Oliveto Lucano devi proprio decidere di andare. La strada finisce nella sua grande piazza.


Oliveto Lucano


Ecco quanto scrissi un anno fa:
‘Ad Oliveto Lucano bisogna voler andare. Si sale con tornanti dalla valle della Salandrella. Non ci si arriva per caso, è lontano da tutto, questo paese. Quasi settanta chilometri da Matera. La strada finisce nella bella piazza. Le case si aggrovigliano sullo sperone di una collina. Ruotano in un ovale da urbanistica di montagna. I vicoli sono salite brusche. Attorno, le montagne, i boschi, chiudono gli orizzonti. Tre bar, una macelleria che griglia la carne, una pizzeria. Niente giornali, niente banca, connessioni difficili, le scuole che arrivano alla quinta elementare. La chiamano ‘pluriclasse’. Una grande chiesa, Maria Santissima delle Grazie, in vetta al paese. Un giovane prete, don Anthony, è arrivato dalla Nigeria otto anni fa.’

Devo aggiornare: non c’è più nemmeno la pizzeria. Chi la gestiva ha scelto la pensione. Mi ero dimenticato di scrivere del panificio un anno fa. Quello c’è ancora e le sue focacce, quando le fa, sono eccellenti.

I portoni di Oliveto


Scrivevo ancora:
‘Cinquecentosei abitanti, Oliveto Lucano. Mai stati così pochi da centocinquanta anni a questa parte. Grandi migrazioni a cavallo del ‘900: mille e centosedici abitanti nel 1881, ottocentottantasei nel 1901. Altra fuga negli anni ’60 del secolo scorso: 1235 abitanti nel 1961, appena ottocentonovantadue dieci anni più tardi. Gli ultrasessantacinquenni, oggi, sono cento e settantanove. Quattordici i bambini. Cinque i dipendenti comunali. Sindaco e vicesindaco donna. Un solo assessore.
Un affresco in maiolica, monumento della piazza, ricorda un brigante e una donna. Nessuno sa raccontarmene la storia. Beffardo contrappasso: la piazza è dedicata, al solito, a Umberto I. Gli uomini giocano a carte dal bar Italia. Dietro al bancone c’è una donna dall’aria triste e le parole scarne. A fianco un sorprendente albergo: lo hanno chiamato Hotel de Ville. Un tempo qui era il comune. Nessuno vuole gestire queste stanze. Nei giorni della festa qui si dorme per cinque euro.
Oliveto fa fede al suo nome: si produce un olio prezioso. Di olive maggiatiche. Per consumo in famiglia. L’economia sembra non esistere a Oliveto. Si vendono formaggi agli amici. Si fa i pendolari con la Fiat di Melfi (quando non si è in cassa integrazione), quattro ore di viaggio ogni giorno, o con Matera e Pisticci. ‘Non c’è niente a Oliveto’, mi dice un ragazzo.’

Il paesaggio di Oliveto


E io, da straniero, mi ostino a pensare che qui ci sia ‘un sistema che ha resistito’. Non ascolto nemmeno (forse dovrei) chi mi racconta delle tensioni che attraversano il paese. Io mi siedo nella piazza e ne guardo la lentezza che niente sembra scuotere. Gli uomini continuano a giocare a carte. Ci si offre il caffè in una gara di buone maniere e di ospitalità che sta nel Dna delle abitudini. Don Anthony mi ospita nella canonica, ha sfrattato persino la banda per far posto agli amici che arriveranno più tardi. Ho una stanza da monaco. Dà sui tetti. Si sente una musica da una radio. Mi piace essere qui. Vorrei essere altrove. Ma poi saluto, quasi uno a uno, gli abitanti di Oliveto e chi è tornato per la Festa. Mi sento parte. 

Scendo subito a vedere a che punto sono i lavori dell’albero. Sì, questi sono i giorni della Festa. Non pensavo di tornare a Oliveto a far da testimone a vedere ancora una volta sposarsi il cerro e l’agrifoglio delle foreste di Gallipoli-Cognato. E invece sono qua. Gli uomini hanno già finito il lavoro e il pranzo. Ma c’è spazio a sedere, c'è accoglienza, il tempo di una birra, di provolone arrostito, di salame e di pomodori. Casa, davvero. Comunità. Parliamo. Io in italiano, loro in dialetto. ‘Ci eravamo chiesti perché non eri qui’. Stringo mani, bacio sulle guance. Per un po’, niente pensieri. ‘Tutto a posto?’.





venerdì 9 agosto 2013

Luoghi di resistenza (in)consapevole/Matera, Malatesta di un'osteria

L'osteria
Un angolo di via San Biagio. A Matera. Via di confine fra il Piano e il Sasso Barisano. Anni fa, in una sera di gennaio, mi portarono fin là. Ne uscii che era notte fonda. Con la testa smarrita nella musica e nel cibo. E, da allora, l’osteria Malatesta è, per me, un frammento della bellezza di Matera. Mi è entrata nel cuore. E ha intenzione di rimanerci. Per cui, siete avvertiti, questa non è una storia neutrale. E’ un innamoramento.


Le orecchiette e i peperoni cruschi

Massimo, l’oste, ha un carattere da prendere con le molle. All’apparenza, almeno. Cambia umore a seconda del vento. Ha una sventura: non riesce a nascondere la sua generosità. Possiamo approfittarcene. Quante birre Raffo non abbiamo pagato. Già, prima notazione: qui si beve solo birra Raffo, onore a Taranto, un euro e mezzo a bottiglietta. Furono ragazzi di un centro sociale della città più avvelenata d’Italia a portarla a Matera. E da allora questa è una scelta obbligata. E’ eccellente, la birra Raffo.

Massimo ha 41 anni e quasi nessun capello. Faccia da attore napoletano. Faccia mobile. Accenni vaganti di barba. Occhi che esplodono. Non riuscirà mai a nascondere il suo stato d’animo. Fino a otto anni fa, faceva il geometra. Si occupava di espropri di terreni. Ora dice che ‘era felice’. Ma nessuno gli crede.

Non so come accadde che, sei anni fa, spuntò fuori la storia dell’osteria. E’ che a Matera ci si inventa un lavoro. E quello dell’oste poteva andare. Anzi era necessario: ci voleva un luogo dove ritrovarsi per i ragazzi che suonavano e facevano politica con addosso fantasie di un mondo diverso. Zapatismo dei Sassi. Senza saperlo, ovviamente. Dunque, un fotografo come cuoco, e un geometra come oste. Questa è l’osteria del popolo. Il Manifesto, allora, pubblicava l’album delle figurine delle famiglie rivoluzionarie. Massimo deve essersi imbattuto in quella di Malatesta: ‘Un bel nome, no?’. Sì, un bel nome. L’Anarchia ha sempre un buon sapore di cibo.



Massimo, l'oste
‘Ho dovuto imparare’, ammette Massimo. A fare la spesa, a esempio. Al mattino al mercato di Piccianello, periferia di Matera. Con un criterio nella scelta dei fornitori: ‘Vado da gente che ama chiacchierare. Devono essere simpatici’. Funziona, sapete: un contadino o un ortolano che ama parlare e perdere (volevo dire: guadagnare...) tempo, ti vende i friggitelli più buoni e le verdure migliori. E’ vero, ho controllato. A Matera è più vero che altrove.

Vino? Il cugino della Pia ha la campagna. Come lo zio di Cosimo. All’osteria si beve Primitivo. A mescita. E se deve essere bianco che sia ‘Franceschino’, vino di Francesco, naturalmente. Questa volta in bottiglia. L’oste non ci guadagna nulla, ma il vino aiuta a prendere confidenze.

I dolci sono della zia Teresa. I migliori.

Questo accade in osteria

Fate attenzione: questo è un locale lento. Qui il tempo è ricchezza. Il libraio Mipa (Libreria dell'Arco, un altro luogo prezioso di questa città), un giorno, mi disse: ‘A Matera si è pigri senza alcun senso di colpa’. Le sue parole mi sono rimaste impigliate addosso. A volte ho pensato che Matera fosse una prigione splendente. Altre volte mi sono avvolto di questa pigrizia. Sì, l’osteria ha una sua pigrizia e bisogna stare al gioco. Guardate il menù: è scritto a mano con una calligrafia che si inarca. Da notare: che non c’è ‘coperto’, perché l’ospitalità è sacra e l’acqua non è una merce e quindi viene dal rubinetto. E allora ordini uno sformato di patate con zucchine, insegui una cialedda fredda, senti scricchiolare sotto i denti i peperoni cruschi e ti viene voglia di ricominciare con cicoria e crema di fave. Rimpiangi di non aver avuto l’idea di ordinare una pasta alla norma e ti incuriosisci delle polpette bugiarde. Se hai desideri che sono puro erotismo popolare, assaggi le salsicce al vino. Insomma, qua ci devi venire più volte. Meglio se ti fermi qualche mese a Matera. Ne vale la pena. Allora, si prende l’abitudine di passare dall’osteria. Fosse solo per una chiacchiera e una birra Raffo.

E non ti preoccupare se il cuoco non pronuncia una sola parola. Ha un sorriso laterale che ti racconta tutto di lui. Anche questo cuoco fa il fotografo. Ed è bravo con le foto e con le orecchiette. A mezzogiorno, cucina Roberta. Si tira su i capelli in una crocchia che va verso l’alto, si trasforma in un folletto e spentola con giovane abilità. Sta imparando. Ha imparato bene fra una crisi di pianto e una risata sonante. Lenin, se non ricordo male, diceva che una cuoca può dirigere uno stato. In quest’osteria, è la pura verità.

C’è raffinatezza di popolo nella cucina del Malatesta. Priva di trucchi e trabocchetti. Questa è una storia di eleganza.


Non preoccupatevi, si mangia anche...

....a suon di musica......
L’osteria è una terra di allegria. C’è un tavolo comune. Dove si apparecchia con confusione. C’è la bandiera dei NoTav (se siete per l’alta velocità, avete sbagliato posto). C’è un quadro di Lenin (ma cosa ne pensava Malatesta di Lenin? Ne pensava qualcosa?). C’è anche una foto di una renna lappone che sgambetta nella neve. Un po’ fuori posto, ma deve avere una storia questa foto. Devo chiederla a Massimo. C’è anche Snoopy e il Quarto Stato.

Birra Raffo, appunto


La musica. Da qui passa il jazz del Sud, le chitarre di vecchi rivoluzionari, le esperimentazioni di sassofonisti. Non ci sono nemmeno cinquanta posti, nell’osteria. Ma un angolo per i musicisti si trova sempre. E le sere finiscono spesso in baraonda. Ricordo una notte di quell’inverno con un colosso dai lunghi capelli che cantava portandosi la mano sul cuore e due ragazzi che si amavano in una tarantella priva di pudori. Pensai di essere rinato, quella notte. E poi Piero spesso porta la sua chitarra, Daniele i tamburelli che si è costruito, Massimo trasforma la bottiglia in un ritmo e Antonio pesta sul legno del tavolo. Franco, che non sa che fare, agita le mani e canta felice come un bambino. Anche io non so che fare. Mi nascondo dietro la macchina fotografica. Sempre spettatore, Cristo. Una maledizione.
Lo so, non ho obiettività da critico di gastronomie. Ma se penso a una resistenza da buongustaio, se penso al buen vivir degli indigeni andini, mi viene in mente questa osteria. Certo, ne conosco la fatica, i conti che non tornano, la stanchezza, i litigi, il ‘non avere mai tempo’, il ‘dovere aprire anche quando proprio non ne hai nessuna voglia’, le malinconie. Ma poi qualcuno riprende in mano una chitarra e le dita frullano sul tamburello. Non passa tutto, ma il sangue circola ancora nelle vene.


La parete del Malatesta ArtProject
Passa una donna, ed è la prima volta che entra qua dentro. E l’oste la sorprende: ‘Parli inglese?’. …’Bene, senti cosa vogliono a quel tavolo’. Che importa se loro sono giapponesi e parlano un inglese da abbecceddario. E così da cliente, ti trovi a fare la cameriera. E ti piace talmente che ti sfiora l’idea che potresti anche farlo per un po’. E alla fine torni nei giorni del maggior affollamento e lo fai sul serio, la cameriera. Fosse solo per sentire il sottofondo dei tamburelli. I ruoli si scambiano all’osteria di via San Biagio. E ora Massimo ha messo anche tre tavoli per strada.
E attorno Matera
E poi c’è l’arte (ma quante cose in cinquanta metri quadrati?). Adele, due anni fa, 4 di marzo (un caso, il mio compleanno, la storia di Lucio Dalla e Ryszard Kapuscinski) ha pensato bene di far apparire un piccolo quadro su una parete dell’osteria. Si chiamava ‘Innamoratevi’. Con questa ragione: ‘Nel 1886 Vincent Van Gogh espose i suoi quadri in un ristorante popolare di Parigi per avvicinare la gente all’arte. Non vendette nemmeno un quadro e se li riportò via su una carriola’. All’osteria viene esposta (Malatesta Art Project) una sola opera al mese (non è vero: io ho esposto anche otto foto), quasi un graffio sul muro. Una sola opera per ‘ridurre la quantità delle informazioni e aumentare il senso dei significati’. Decrescita come valore. Per dare senso…
Ancora un po’ di vino. E ancora la musica. E per l’ultimo avventore c’è sempre una cialedda e del pomodoro fresco. Non è semplice chiudere l’osteria nelle notti di estate.

In fondo al menù sta scritto: ‘Incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta’. Che sia così, almeno per una notte, seduti sul muretto di via San Biagio. Con una birra Raffo in mano.


Osteria Malatesta, via San Biagio, 45 a Matera. Tel. 331.2887242. Pagina fb: www.facebook.com/ostemalatesta?fref=ts