domenica 7 novembre 2010

Incontri/4

Padre Ivano, Hermano Edgardo


E se a Palermo (seicento abitanti, contadini delle Ande, eredi di migrazioni boliviane) incontri due giovani hermanos, Discepoli di Jesus di San Juan Baptista? Un noviziato in un luogo sperduto che si chiama come una città italiana. Quattordici novizi, padre  Ivan (trentatre anni) e hermano Edgardo (venti anni) come responsabili della formazione. Incontri di Argentina: i due fratelli mostrano i conigli, le galline, i due maiali. Una vecchia fattoria espropriata dal governo e concessa ai Discepoli. In una regione remota. I fratelli si svegliano alle cinque e trenta del mattino. Regole di preghiera, lavoro e silenzio. Recitano il rosario camminando per le strade deserte del paese.
Palermo, 1 novembre

La scuola della Frontiera, la scuola del mais

La classe della maestra Cristina



I mais
Chullpi, Bolita Chejua, Chignanero, Puro Colorado…..Pisancalla, il nome che più sorprende….ventisette pannocchie colorate, ventisette tipi di mais nelle montagne, oltre tremila metri, di Yavi Chico. 72 famiglie. Poco meno di quattrocento persone. Nessuno giovane. Tutti migrati verso Buenos Aires. Rimangono i bambini, gli adulti, i vecchi. La Bolivia è a un passo, ultimo paese dell’Argentina andina. Qualche collectivo, nelle ore della scuola (trasporta i maestri), assicura precari collegamenti con gli altri paesi. Molti bambini camminano per un’ora e mezza per raggiungere la scuola. Una scuola straordinaria, la Escuela de Frontiera N.2, Rosario Wayar. Fondata nel 1917. ‘I bambini sono figli della montagna. Sono taciturni, solitari, silenziosi – racconta la direttrice Maria Cristina Yurquina, trentadue anni di insegnamento rurale – Ma sono stati loro i nostri maestri. Come riuscire a entrare nel loro mondo? Con il mais. Qui ogni famiglia ha il suo campo di mais, si vive di mais, se ne conosce ogni segreto. E i bambini li hanno insegnati a noi. Il mais ci ha aiutato a conquistare la loro fiducia, insegnare è diventato uno scambio continuo di saperi’. E’ facile innamorarsi della Escuela de Frontiera. Nel corridoio-sala delle riunioni sono esposte le diverse pannocchie, sulle pareti sono raccontate le leggende del mais, il calendario scolastico segue passo dopo passo quello dell’aratura, della semina e la festa della raccolta. Questi sono i giorni della semina: il meccanismo della minka, del lavoro solidario, funziona ancora. I vicini si aiutano nei lavori della campagna. I bambini escono da scuola e diventano contadini. Nei giorni della festa, i contadini di Yavi Chico vanno ai mercati di La Quiaca e scambiano il mais con carne e lana.
Non innamoratevi troppo della Escuela di Frontiere e della bellezza di Yavi Chico. Un maestro di prima nomina non guadagna più di mille e cinquecento pesos (trecento euro al mese), lo stato passa per la mensa di questa preziosa scuola due pesos e ottanta centesimi al giorno, cinquanta centesimi di euro per tre pasti. Il sorriso di Maria Cristina dice della difficoltà del vivere qui ogni giorno. Prima dei venti anni, Carlito, Julieta, Jorge e i ragazzini che ho visto questo pomeriggio saranno in viaggio per Buenos Aires. Torneranno a Yavi Chico solo nei giorni di carnevale.
Yavi, 26 ottobre

La Puna a Yavi

L'ingresso a Yavi


Le nuvole appaiono più vicine. La luna appare più vicina. L’aria è di cristallo e solitudine. Sono spariti gli alberi, poche piante resistono ai venti, al freddo e alla aridità della Puna. Altopiani fra i tremila e quattromila metri. Ana, autista delle Ande, e il suo scassato pulmino ci portano fino a Yavi, l’ultimo paese dell’Argentina. Terra celebre: resistenza indigena contro gli Spagnoli, marchesato importante nelle gerarchie coloniali, regione di ottocenteschi conflitti tragici per la terra. Da qui, nel 1946, partì una marcia di 174 indigeni fino a Buenos Aires per rivendicare diritti sulle terre comunitarie. Ha aspettato per decenni la gente di Yavi prima di ottenere il riconoscimento alla proprietà delle loro terre.

Ombra nella notte
Il treno fra l’Argentina e la Bolivia, agli inizi del ‘900, ha segnato la condanna di Yavi. Fino ad allora era crocicchio strategico dei cammini fra il Perù., la Bolivia e l’Argentina. Le case di Yavi sono i fango e terra battuta, sono sdraiate su questo deserto di alta quota per non fornire appigli al vento. Nessuno è per strada. E’ estraniante, Yavi. Qualche ombra avvolta in uno scialle appare e scompare. Il vento muove mulinelli di polvere. Una macchina malridotta. Cani trotterellano vicino ai muri. Le porte sembrano chiuse: il mondo è là dietro. Basta avvicinarsi, poggiare la mano sulla maniglia e scoprire che nessuno chiude le porte. Ma bisognerebbe essere nati a queste altezze per poterlo fare. Saper interpretare i silenzi assoluti. Solo gli ubriachi, seduti ai tavolini delle botteghe, parlano e sbandano. Due ragazzi rasta hanno aperto un hostal. Cucinano piatti prelibati, giocano a scacchi e dadi e mettono musica rock di altri tempi e dolcissimi tango. Mi appaiono come due marziani. Marisol, giovane donna, ci accompagna per la Puna, in cerca di pitture rupestri. Dona Costantina ci mostra una libreria popolare eccezionale. La chiesa ha altari barocchi e finestre protette da lastre di onice.
La Puna di Yavi

Guardo le ombre addossate ai muri. Nessun bambino ci corre dietro. Marisol mi dice che ci sono state lunghissime riunioni per decidere che atteggiamento avere verso il turismo arrivato a questa altezza sette anni fa. Le apertura sono incerte, caute, diffidenti. Eppure tutti intuiscono che è l’unica economia in movimento di queste solitudini. Sono ragazzi delle città più lontane ad aprire strani locali alternativi.
Le ombre continuano a passeggiare addossati ai muri di fango. Non c’è un solo rumore attorno. Terra del silenzio.

Yavi, 25 ottobre

giovedì 4 novembre 2010

Informazione di servizio

Questa e' solo un'informazione: Libero non mi fa piu accedere alla mia posta. Quindi non potro leggere le mail....cerchero di risolvere il problema, ma non e' cosi semplice da un piccolo paese andino.
Chiedo scusa a chi mi scrive. Ho una seconda mail: andreasimplex@gmail.com
Appena trovo un wi-fi provero' a riprendere anche il blog.
Grazie
Andrea
Ambra Pampa, 4 novembre

domenica 31 ottobre 2010

San Isidro





Guardo i maestri, cartelle azzurre sotto braccio, salire la  giravolta di gradini che si arrampica lungo la scarpata franante di San Isidro. Guardo la ragazza dai lunghi capelli neri e uno spolverino bianco addosso. Un normale giorno di scuola in un paese solitario. Non arriva la strada a San Isidro. Da qualche mese hanno tracciato una pista nel letto del fiume: un camion al giorno può risalirne il corso.
Cammino di quasi tre ore per noi inadatti a queste altitudini. Sette chilometri. Il fiato da cercare. Si guada trenta volte il fiume. Equilibrio sulle pietre. Attorno le montagne avvolgono il paesaggio. Finca solitarie, un bambino, tre vacche, qualche capra. Oggi è giorno di semina a San Isidro, ottanta famiglie di contadini del popolo Colla. Queste sono terre comunitarie (propriedad comunitaria privada), terre di gente originaria di queste montagne (qui non amano la parola indigeni). Nel cielo volano le aquile. Un bambino silenzioso gioca a pallone lungo il cammino del fiume. Non c’è niente attorno. Da dove è spuntato? Non ci degna di uno sguardo. Quando, nell'estate australe, arrivano le piogge, San Isidro è tagliato fuori dal mondo. Ci si abitua alla solitudine, alla lontana. Lontananza da che? Dona Eleuteria ci offre una meravigliosa zuppa di patate verdi. Ci guarda, inforca gli occhiali. Pensa che l’Italia sia lontanissima. Lo è. Poi chiede a Leonardo che dice di essere di Cordoba. Lei ha un pensiero: ‘Deve essere più vicino dell’Italia’.
L’elettricità è arrivata a San Isidro solo da cinque mesi. E’ già spuntata una parabola. Il camion, in un marcia annaspante e coraggiosa, ogni giorno, porta merci che prima risalivano la valle a dorso di mulo. L'autista, una donna dalla lunga coda di capelli intrecciati, ha lasciato due travi di fronte alla casa di fango di un contadino (casa sospesa a mezza costa), una donna, invece, attende con i muli il camion (e dopo avrà un’ora di cammino). 
San Isidro è costruita su un costone franante, è quasi nel vuoto, alcune case sono già state abbandonate. C’è un pozzo comunitario per la spazzatura. Qui si seminano mais e patate. E, ora che anche qui arrivano i turisti (i più intraprendenti), i contadini si trasformano in artigiani. Gli uomini tessono scialli, le donne filano la lana di lama. Ci sono ben sei comedor e quattro hospedaje a San Isidro. Un’assemblea comunitaria ha deciso i prezzi. Di tutto: dall’empanadas (dieci pesos la dozzina) al quizo de papas verdes. Un letto a una piazza costa 15 pesos (tre euro). Un cartello avverte: senor turista, le chiediamo di non domandare uno sconto, abbiamo deciso assieme questi prezzi e sono molto economici. Por favor, rispetti los acuerdos del pueblo. Mi immagino le assemblee in questa sala comunitaria oggi deserta. Settanta ragazzini fanno le scuole primarie. Il direttore è un uomo ancora giovane: fa il maestro in queste solitudini da undici anni: ‘Voi venite qui e vedete la bellezza di queste montagne. Provate a viverci per una settimana…’. Una grande lavagna accoglie i ragazzi (mi sembrano tutti ‘vecchi’ per una primaria): ricorda che oggi è l’anniversario di Listz e Sarah Bernard (chi mai scriverà ogni mattina queste cose, in quale google ha saputo queste notizie?), ma la stessa lavagna dice anche di non dimenticare le Madri di Plaza de Mayo. Ne accadono di cose a San Isidro. Un cane, istinto pastore, ci ha seguito per tutto il cammino.  
Cafayate, 31 ottobre (fuori il sole delle vallate, caffè sul tavolo, le campane della domenica)

Incontri/3



Sono passato più volte davanti alla sua libreria. Come resistere a un luogo che si chiama: Taller del viento. Alla fine ho conosciuto Fabian, librario a Tilcara, paese di cinquemila abitanti in una vallata andina. Dieci anni fa lavorava in un laboratorio di lenti a contatto a Buenos Aires. Licenziato negli anni della crisi argentina. E allora perché non aprire una libreria in un paese dell'estremo Nord del paese? 'In Argentina si legge. Molto', dice Fabian. E i libri sono più cari che in Europa.
Cafayate, 30 ottobre



Se passate da Tilcara, passate a trovare Fabian.  tallerdelvientolibros.blogspot.com

Incontri/2



Cecilia preferisce il suo secondo nome: Romina. Ha appeso un trapezio al ponte di ferro che conduce alla Pukara, l'antico luogo sacro degli Inca, di Tilkara. Volteggia sopra le macchine. Lei e il suo trapezio stanno viaggiando verso la Colombia. A dedo.


Cafayate, 30 ottobre

Incontri/1



Guaio alla macchina fotografica. Sky-light in frantumi. Lente incastrata. Il vecchio calzolaio di Tafi del Valle mi sembra la persona adatta per aiutarmi. E' così che conosco Hipòlito, la sua pinza e le sue scarpe.
Cafayate, 30 ottobre

venerdì 29 ottobre 2010

Lo strano giorno del censimento e del lutto nazionale


L’Argentina ha sbarrato scuole e bar, uffici e ristoranti. Perfino le donne delle empanadas della piazza principale di Tilcara hanno disertato le loro bancarelle. Deserto assoluto. Solo i cani sono padroni delle strade del paese. Giorno di censimento in Argentina. Giorno di serrata assoluta. Per le strade di terra di Tilcara, il vento alza i suoi mulinelli di polvere e cartacce. In giro solo los censistas, uomini e donne con i fogli dei questionari e un badge appeso al collo…..

In questa stessa mattina, all’altro capo del paese, Patagonia profonda, muore Nestor Kichner, l’ex-presidente, il marito della presidenta, di Cristina Kichner. Mi viene voglia di fare il giornalista. Di chiedere a chi incontro. I Kichner sono la saga dell’inizio del nuovo millennio argentino. Sono il peronismo di sinistra, idea incomprensibile con gli schemi di un europeo. Marito e moglie che dalla lontanissima Patagonia (nel senso di lontana da Buenos Aires) hanno conquistato, assieme, il potere. Tutti credevano che Nestor si sarebbe nuovamente candidato alle elezioni presidenziali del prossimo anno.
Confesso, le Ande mi sembrano indifferenti. Il censimento ha dato lavoro, almeno per un giorno, a migliaia di persone. Alle domande attorno a Nestor non trovo molte risposte. Qualche battuta sulla coincidenza fra il censimento e questa morte improvvisa (ma il cuore di Nestor da tempo era ammalato). Solo Diego, giovane kolla, fiero di essere figlio diretto di popolazioni originarie, azzarda qualche parola: ‘Kichner ha rimesso in movimento questo paese. Ha avuto in eredità solo rovine ed è riuscito a ricostruirlo. E’ stato vicino al popolo. Ha ridisegnato il volto migliore del peronismo’. Leggo sui giornali del carattere brusco dell’uomo. Ascolto interrogativi sul futuro. Cristina reggerà senza il marito?  A me vengono in mentre i maestri dei paesi andini che mi hanno raccontato dei loro stipendi da fame.
Tilcara, 27 ottobre  

Due tazze al Mirador

Santiago
Machi

Santiago e Machi, due chicos di altre terre (Santiago viene addirittura dalla Terra del Fuoco: ‘vento e freddo. Come qui’), gestiscono il Mirador, hostal ‘alternativo’ di Yavi, estremo Nord dell’Argentina. Sono un rasta e un bravo suonatore di charango dalla folta barba nera e dagli occhi da sciupafemmine. Yavi è un villaggio indigeno. Le donne sono ombre addossate alle mura di adobe. Gli uomini hanno pelle bruciata dal sole e passano le notti a ubriacarsi di birra Norte. Il silenzio e il vuoto sono il paesaggio di Yavi. Terra di una bellezza disperata. E proprio qui, ultimo paese dell’Argentina, Santiago e Machi hanno aperto un hostal. Luogo prediletto di giramondo estivi.

Ma non offrono desayuno al Mirador. Perché? ‘La verdad?’, chiede Santiago e poi confessa: ‘Abbiamo solo due tazze’. Santiago vive qua da un anno e mezzo dopo aver vagabondato per mezza Argentina. I suoi occhi sono ancora stupiti del mondo e la dolcezza accompagna ogni suo gesto. Ora capisco perché questa terra mi intriga: non è venuto in mente a nessuno che si possono comprare altre tazze per preparare le colazioni. E pensare che Santiago è un cuoco eccellente: al Mirador ho mangiato i cibi migliori di questo viaggio. E ho scoperto che le tazze non sono importanti. E poi, per preparare le colazioni, bisogna svegliarsi troppo presto. E qui, nell’estate australe, anche a Yavi, nessuno (i ragazzi, intendo) va mai a letto prima delle sei del mattino. Questi ragazzi dell’Argentina, fuggiti dalle città, hanno preso il ritmo di un tempo personale e perduto. Beato e tranquillo. Da viaggianti del presente. Sereno, senza futuro e felicemente sconclusionato. Anche se non lo sanno, io spero che siano un granello di sabbia nel meccanismo della modernità. In fondo, si riesce a gestire bene un hostal in una terra estrema, anche solo con due tazze. Si possono bere due tè di coca per volta, per il mate, poi, c’è sempre la bombilla da compartir. Il tempo, un evviva le divinità di queste terre, un alleluia per il culto delle pietre della Pachamama, è troppo prezioso per essere sprecato dall’efficienza.
Yavi, 27 ottobre