giovedì 13 dicembre 2012

Dancalia/5. Le illusioni di Dallol


La piana del sale. E' piovuto molto la scorsa estate

Dopo quattro anni Hussein accetta di fare la guida. Ci accompagna a Dallol. Gesto di potere e gentilezza. Stabilisce gerarchie. Hussein è un capo, da anni affida i gruppi dei turisti al fratello Alì. Dice che, questa volta, viene con noi perché ci sono io. E’alto e magrissimo, Hussein. Cinque anni fa indossava una futà indonesiana e una maglietta bianca. Ora è impeccabile: camicia azzurrina della bhpbillinton, compagnia mineraria (il suo slogan è: resourcing the future), pantaloni tecnici e ottime scarpe da deserto. Cambia la Dancalia. Cambiano gli afar. Hussein ha lavorato per la compagnia indiana, poi la multinazionale ha cambiato idea e ha lasciato la depressione dancala alla sua solitudine. Hussein mi dice che ora è il manager di Ahmed Ela. Ha 37 anni, Hussein.

Hussein nel 2007

Hussei nel 2012


Nella Piana del Sale, nove operai lavorano agli ordini di Tekle, caposquadra amhara della Ethio-potash, compagnia, mi spiegano, etiopico-tedesca. E’ vestito da capo, Tekle. Ha il piglio e la rudezza del capo. Osserva i suoi uomini che, con ritmo, caricano il camion di blocchi di sale. Hanno movimenti veloci. Ma lui fa gesti imperiosi con il braccio. Sorveglia. Comanda. Deve far sapere chi dà gli ordini. Mi dice: ‘Stiamo facendo dei test per capire le percentuali di potassio’.

Il caposquadra dell'Ethio-potash

Operai dell'Ethio-potash

Test di potassio nella Piana del Sale


Mohamed mi spiega: ‘Gli afar non sanno ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E’ arrivata l’Allana Potash con tutto il suo potere e i suoi soldi. Vuole il potassio della Dancalia. Gli afar sono indifferenti. Capiscono che possono guadagnare dei soldi. Va bene così’. Dicono che sotto la Piana del Sale ci sia il terzo deposito al mondo di potassio. E’ un grande business. Dal prossimo anno dovrebbero cominciare le estrazioni di almeno trecento pozzi. A gennaio, saranno seicento i lavoratori dell’Allana in questo deserto di sale. Metamorfosi di una terra.
E così Fatuma va a fare le pulizie nei container del villaggio Allana, i miei amici diventano operai. Guadagnano duemila e cinquecento birr al mese, centotrenta euro. E’ un buon salario. Lo spendono tutto in chat. Oppure hanno cinque mogli e mettono al mondo molti figli. Non diventeranno mai ricchi. E un giorno l’Allana se ne andrà. E loro saranno più miserabili di prima.

I camion dell'Ethio-potash


L’Allana Potash e la Ethio-Potash hanno tracciato linee sulle carte geografiche e su Google Maps. Scrivono: ‘Questa è terra nostra’.

La frattura freatica a poca distanza da Dallol

La 'melassa' bianca uscita dalla frattura

Il lago Nero

La seconda frattura


Non è giusto dimenticare la bellezza di Dallol. Dal vulcano a uovo fuoriesce una melassa bianca, assomiglia a una crema lucida con linee di zolfo. So che forse questo non è un vulcano, ma a me piace pensarlo. Il fuoco preme, vuol uscire, trasforma il sale, si fa artista e killer. Frattura freatica, mi spiegano i geologi. C’è qualche pericolo in questo posto. Il magma ha costruito una meraviglia. Le acque limpidissime del Lago Nero sono immobili. Stanno là dove le avevo lasciate. Aspettano che qualcuno si avvicini per tendere una trappola. Luca mi fotografa con le parole le colonne di Dallol. Lo fa da par suo: ‘Questo luogo non ne pole più. E’ esausto, vuole sgretolarsi e solo una energia superstite lo tiene in piedi’. Di fronte alle colonne ci sono i nuovi nati: l’uovo e il Black Lake; le colonne sono una protostoria. Questo è il luogo che più amo a Dallol. Tagliente, stremato, pericolante, antico, incerto, stanchissimo. Mi infilo nel pertugio che conosco fra le rocce, cammino nella grotta fino all’acqua sommersa. La pozza è asciutta.

Fatuma


Fatuma oramai è una donna. Era la bambina più sfacciata di Ahmed Ela. Ogni volta che un ferenj arrivava al villaggio, lei era in prima fila. Tutti la fotografavano. Ha i denti limati, Fatuma. E’ bellissima. Vado a trovarla. Sta cucinando un porridge di farina e acqua, cibo base degli afar. Sorride. Cosa posso fare per te, Fatuma? Davvero sposerai un tuo cugino e farai dieci figli? Amina, tua sorella più piccola è uguale a te.

Medina

Non ho mai visto le mani di Medina e di sua figlia Aisha stare ferme. Intrecciano da sempre foglie di palma e fanno stuoie. Come sempre, compriamo caffè e zucchero per loro.
Ahmed Ela, 1 dicembre

mercoledì 12 dicembre 2012

Dancalia/4. La tranquillità della polvere, del fuoco e dell'acqua


La radura del'acacia

 Conoscere i propri passi. Il ritmo della discesa dal vulcano. Mi rendo conto della mia assurda normalità in questo luogo estremo. In queste frontiera del mondo. E’ vero: l’Erta Ale è assopito, non si scuote nemmeno per un saluto. Sono io che mi inchino alla sua indifferenza. So che sorveglia i nostri movimenti.

'Padre e figlio'

Ibrahim, la giovane guida

I nostri passi sono svelti. I cammelli sono partiti prima dell’alba, una radio gracchia da qualche parte, gli scout avevano voglia di tornarsene a casa. A loro non piace stare quassù. Non capiscono.
La nostra acacia è ancora al centro della radura. Solitaria, tenace, dal tronco bianco-latte. Questa volta non passo a salutarla. Basta un cenno del capo. Mi fermo invece ai tre hornitos. Ai tre fratelli, ai guardiani della notte. Mi piace la loro antica ostinazione: ci hanno provato a diventare vulcani. Ora so che si chiamano abakè berà, ‘padre e figlio’. Ci giro attorno, Ibrahim compie gli stessi gesti che ho visto fare alle guide che lo hanno preceduto. Si siede, si aggiusta la futà e aspetta. Guarda questi strani turisti che si arrampicano su questi piccoli vulcani. So che c’è un sentiero che da qui torna fino alla piana di Dodom. Nemmeno questa volta convinco la guida a portarmici. Gli afar sono pigramente conservatori. Il vulcano, alle nostre spalle, si nuovamente reso invisibile. Attende nuovi ospiti e si nasconde. Tranquillità del fuoco. Noi non siamo stati da nessuna parte.

I nostri rifiuti


Così non è. Qualcosa ricorda i giorni passati. I nostri rifiuti, sacchi pieni di bottiglia di plastica, sono rimasti sul bordo della caldera. I cammelli erano già partiti nella notte. Non c'era modo di portarli via. Mi rassicurano: ‘Li bruceremo’. Un ragazzo mi chiede un fiammifero. Lo guardo sconsolato. Avevamo raccolto due sacchi anche nel vulcano. Rimangono qua. Diverranno chiazze blu sulla lava. Gli afar, ne sono certo, non ci vedono nulla di male. Le bottiglie di highland sul vulcano sono un problema occidentale. La plastica non è stata inventata in Africa. I turisti le portano fino a qua, devono portarsele via. Insostenibilità dell'homo turisticus.

Gli alberi dell'Erta Ale



Una vecchia colata sbarra l’ultimo orizzonte. So che quando la scavalcheremo, un raggio di sole rimbalzerà sul parabrezza delle nostre auto. Tre ore di cammino, hai voglia di vederlo questo riflesso. Ecco, il campo base. Askoma Bahari, la ‘base della montagna rossa’. Credo che questa traduzione se la siano inventata di sana pianta. Noi abbiamo bisogno di nomi. Quando ho chiesto come si chiama il wadi di Karsawaad mi è stato risposto: daarà, ‘fiume’. Ecco le due acacie, le capanne, la ferita della radura creata dalla ruspe per accogliere gli stranieri. Gli ultimi passi sono nella sabbia della cenere. Girano soldi ad askoma bahari: vengono pagate le guide, gli scout, i soldati. ‘Non si finisce mai di pagare’.

La piana di Dodom


Sorgono nuovi villaggi nella piana di Dodom. Questa volta viaggiamo ai confini fra polvere e lava. Nuovi insediamenti. Clan di formano e si separano. Nuovi matrimoni. Villaggi familiari. Siamo fortunati. Niente vento. Fango secco. Dodom è un postaccio. Ma deve esserci acqua da queste parti. Gli afar hanno scelto di vivere in questa desolazione. Sanno che qui ci sono risorse. Affrontano vento e polvere, fango e alluvioni. Pascolano vacche magrissime. Deve essere piovuto molto nell’estate appena passata. Ci sono piccole praterie. Non ci fermiamo. Nessun insabbiamento. Le macchine fanno slalom fra ciuffi di vegetazione e piccoli spiriti di terra bianca. Tranquillità della polvere.

L'oasi di Waideddu

Osman Darolar


A Waideddu, ‘l’oasi delle gazzelle’, la palme dum stanno maturando i propri frutti. E’ stagione di raccolto. Raccolto povero: non danno soddisfazione allo stomaco questi frutti. Un tempo, dal loro nocciolo, gli italiani ci ricavavano bottoni. Si avvicinano ragazzini. Come sempre, stanno lì a guardarci. Passa un vecchio dalla barba rossa di hennè. Sta lì, in silenzio, in piedi. Ci guarda anche lui. Non dice una parola. Si stanca e se ne va. Gli vado dietro: si chiama Osman Darolar. Dice di essere il capo di Waideddu. Fine della conversazione. Ma, per un po’, ci teniamo per mano. Non ci guardiamo negli occhi. I ragazzini mangiano la polpa filamentosa dei frutti della palma dum.

Le acque del Saba River

Passare il Saba

Passare il Saba

Passare il Saba


E’ piovuto in Tigray. Meno di due giorni fa. L’acqua sta arrivando adesso nella conca dancala. Ha preso velocità, è diventata marea, onda, allagamento. Ha rotto argini che non ci sono. Rash rallenta, è stupito. Forse spaventato. So che già una volta qui si è impantanato ed è stato guaio serio. Bruck, il cuoco, è già passato. In piedi con una vanga sull’altra sponda, fa grandi gesti della mano. L’acqua cresce, corre, trascina. Rash rompe gli indugi. Si fida. Entriamo dentro con forza. Le ruote fanno presa, il fondo del wadi non è ancora fanghiglia. L’acqua sbatte contro la portiera. Ma la macchina è potente. Passiamo tutti. Quasi con rabbia. Il Saba river continua a crescere. Si allarga a delta, alimenta il lago As Sale. Cerca di trasformarsi in mare. Non ci riuscirà. Ma l'acqua non è stata così tranquilla. Per stemperare la tensione facciamo una foto di gruppo.

Arrivo ad Ahmed Ela. Molti anni fa

Affilare la godmà, la piccozza degli intagliatori del sale

Aisha intreccia le stuoie

I ragazzi di Ahmed Ela

Negozio ad Ahmed Ela

Lo spaccio di Ahmed Ela


Ahmed Ela, ‘il pozzo di Ahmed’. Ci sono i camion delle compagnie minerarire, l’antenna dei cellurari, il rombo dei generatori, l’accampamento dei militari. Noto le differenze, i cambiamenti. Mi piace Ahmed Ela. Abbiamo la stessa capanna. Oramai è ai bordi della strada sulla quale transitano i camion. Ci sono perfino i pulmini ad Ahmed Ela. I ragazzi, al solito arrivano con i letti sopra la testa. La macchina dell’ospitalità si mette in moto per default. Letti volanti escono dalle burra afar e si mettono in fila di fronte alla nostra casa. Prendiamo le misure del villaggio. Viavai di gente che sa del nostro arrivo. Vengono a salutare. Le dagu, le notizie arrivano veloci. Viene Alì, passa Fatuma, sempre più bella, ecco l'altro Alì che ripete il suo italiano come una litania rotta. Perfino Hussein viene a trovarci. Ne sono lusingato. Mi dice: 'Non lavoro più per gli indiani, ora faccio il manager di Ahmed Ela'. Lo so: la Bhp, compagnia indiana, ha ceduto i suoi diritti minerari ai canadesi. Land-grabbing del potassio.

City-tour: il grande bar dei tigrini con le sue donne, il costruttore di letti, gli hedelè che affilano la piccola e pesante piccozza con la quale taglieranno il sale, la madrasa, la moschea in pietra. Il pozzo, le donne con gli asini che scendono la leggera scarpata e caracollano sui ciottoli. Le ragazze che uniscono le ciglia con un tratto di matita. Ecco Aisha, ecco Dini, ecco Medina. Sorridono e le due donne continuano a intrecciare foglie di palme. Non le ho mai viste con le mani ferme. Mi siedo accanto alla nonna. E’ venuta a vivere con il clan famigliare. In una capanna gli uomini ruminano chat. Mi tolgo le scarpe. So che arriverà il tè. Ecco, sono a casa.
Ahmed Ela, 30 novembre


domenica 9 dicembre 2012

Blow Up ad Addis Abeba

E lui esisteva?


I mimi giocano l’ultima partita tennis in un prato inglese. Il giovane e celebre fotografo non riesce più a comprendere la realtà e l’illusione. E' andato troppo oltre. Ha comprato un'elica, afferrato il manico di una chitarra in un locale underground. Ma Vanessa gli è sfuggita. Ci si può consolare nella lotta con Jane Birkin e la sua giovanissima amica. Solo che la fotografia dell’uomo ucciso assomiglia a un quadro di Bill e forse la ragazza non venderà il negozio di antiquariato. Allora non rimane che rimandare in campo la palla che non c’è e osservarla mentre rimbalza per terra.
E’ così strano vedere Blow Up nella sala dell’Istituto di Cultura Italiano assieme a sei persone. Fa molto Antonioni. Fra queste persone c'è Alì, giovane fotografo di Khartoum. Chissà cosa ha visto in questo occidente del 1966 che usava Nikkormat e fumava hashish. Quando ho visto Blow Up? Nel 1966 avevo 13 anni. Non può essere stato allora. Eppure lo ricordavo quasi con nitidezza. Mi piace questo passato. Mi piace aver rivisto Blow Up ad Addis Abeba.

Maher e Sousou

Sousou

Le ultime ore di Addis Abeba sono un’altra Africa. Michelangelo Antonioni al pomeriggio. Mentre a sera è la swinging Addis a darsi appuntamento nel parco del Ghion Hotel (albergo che ancora nessuno ha voluto comprarsi: gli investitori dicono che il governo chiede un prezzo troppo alto). Grande musica stanotte. Selam Festival. L’Addis di questi anni ha ritrovato una musica perduta. Giovani musicisti di grande talento sono andati a ritrovare i vecchi artisti degli anni ’60. Li hanno ricondotti sui palcoscenici. Strana e bellissima storia. Buena Vista Social Club africano. Ma al Ghion ci sono gruppi senegalesi-svedesi, un dirompente James Brown mozambicano, rockers etiopiche, ma la piccola folla, un migliaio di persone, aspetta solo lui. I giovani assistono quasi impassibili alle esibizioni di chi è venuto da altri paesi africani. 

Janinites

Stewart Sukuma

I mozambicani di Stewart Sukuma

Gli etiopici amano solo l’Etiopia. Non c’è altro che il loro paese. Nazionalismo istintivo. E’ delirio quando sul palco sale Mahmoud Ahmed, cantore guraghe, lustrascarpe da ragazzo, icona musicale da oltre quaranta anni. Mahmoud ha 71 anni. Voce tonante. Ritmo da vendere. Si arrampica e discende sulle scala pentatonica. Sassofoni e bassi lo inseguono felici. La gente balla, grida, canta, applaude. Il servizio d’ordine si fa grintoso, mentre fino ad allora era stato quasi distratto. Oscillano gli sbarramenti. Si vorrebbe essere sotto il palco. Lacrime, risa, urla, tutti ballano, saltano, agitano le mani. Mahmoud si impadronisce della scena e non la lascia. Canta canzoni di mezzo secolo fa. Tutti le conoscono e le cantano con lui. Una mamma spinge un ragazzino fra le mie gambe. Perché possa vedere. Mi dice: ‘He is fantastic’. Ed è felice come una bambina. Mi traducono a braccio: ‘Il tuo cuore è merenda, lo lascio qui per quando avrai fame’. Canta l’amore, Mahmoud. Agita le spalle, scuote la testa, allarga le braccia. Trascina tutti con sé. E’ generoso, Mahmoud. Non se ne va. Non se ne vuole andare. Domanda alla gente. Vogliono che rimanga. Dopo di lui ci sono ancora due artisti, ma lui sta lì e i sassofoni lo spalleggiano in una notte di festa.





Mahmopud Ahmed

Che Etiopia è questa? Il biglietto di ingresso è 200 birr, circa sette euro. Somma importante da queste parti. Quasi mezzo salario minimo di un mese. Non ci sono ragazzi in questa piccola folla. E’ Middle class di Addis. Hanno dai 25 ai 40 anni. Sicuramente hanno un lavoro: almeno da cinquemila birr al mese, più di duecento euro. Probabilmente di più.
Fuori, nel piazzale del parcheggio, lo zabagna, guardiano della macchina per una notte, si aspetta una manca da dieci birr. Accadrà solo se avrà fortuna. Altrimenti nelle sue mani, per ore al freddo, rimarranno due biglietti laceri da un birr.






Il pubblico adora Mahmoud

E poi ci sono i luoghi della fotografia. AddisFotoFestival. Decine di fotografi africani e i loro lavori. Alla National Gallery, al Taitu hotel, all’Istituto di Cultura Italiano, al Modern Art Museum. Vado al Taitu: le foto raccontano le trasformazioni di Addis Abeba. Luogo perfetto per questa mostra, il primo albergo della capitale etiopica. All’Istituto italiano, ci sono le foto di Alì Kehir, giovane sudanese. Raccontano dei confini di Khartoum. Alì mi dice che stanno creando un’associazione di fotografi. Al Modern Art Museum ci sono i lavori raffinati di Delphine Diaw Diallo, franco-senegalese. Belle cose. Volti di donne dai capelli che diventano maschere. Si chiama gift, la sua ricerca. Mi piace l’eleganza spietata. La sorpresa di queste immagini. La luce che illumina volti immobili. Mi piace l’Africa orgogliosa che raccontano.



La foto di Delphine Diaw Diallo

Che città è Addis? Passa un vecchia mazda-taxi. Alzo il braccio. Ho una fortuna sfacciata. Salomon è un taxista giovane e allegro. Merce rara da queste parti. Deve avere capelli rasta sotto il suo berretto rosso. Parla perfino inglese. E non me ne frega niente che la sua auto cammini direttamente sulle gomme, che non abbia un goccio di benzina e che si viaggi come pigiati in una scatoletta. Non c’è traffico alla domenica. C’è la luce del quasi tramonto. Addis mi appare bellissima. Salomon affronta le buche con l’andare di una lumaca e mi regala tempo, parole e silenzi. Mi piacerebbe passare qualche ora con lui. Gli pago la corsa quasi il doppio di quanto mi ha chiesto. Ci diamo la mano come un arrivederci.
Che città è Addis?
Addis Abeba, 10 dicembre