lunedì 27 agosto 2012

Viggianello.1/Il giorno in cui gli alberi cominciano a scendere dal Pollino


L'albero innalzato ai piedi di Viggianello

La strada del Pollino


Questa volta siamo arrivati in ritardo. Di un giorno. La cima dell’abete è stata tagliata al mercoledì. E noi abbiamo risalito le praterie del Pollino solo quando il sole del giovedì tramontava su un paesaggio bellissimo. E’ lunga la Festa di Viggianello. Cinque giorni. Solo al sabato notte i cortei dei buoi  arriveranno con gli alberi nella piazza del paese. E’ fatica, la Festa. Fatica e passione vera.

Tocca sillabare un altro alfabeto in questa montagna, bisogna abituarsi ad altre parole e ad altre storie per comprendere i riti arborei di queste terre. La Cima, qui, si chiama Rocca. E i cimaioli sono i rocchisti. E poi, storie di paese, da anni hanno cambiato la ritualità della Festa: oggi sono tre gli alberi che buoi e uomini trascinano verso la valle del Mercure. C’è ‘a Pitu, il grande albero, il faggio squadrato, e la Cuccagna, il faggio di venti metri che si innalzerà là dove il paese comincia. Nel cammino verso Viggianello saranno preceduti dalla Rocca, abete agghindato di fiori di carta velina e le stelle filanti.



L'accampamento di Za Perna


La gente di Prastio, i gualani, gli ultimi mandriani, sono accampanti fra i faggi di Za Perna. Oltre mille metri di quota. Nicola, magro, piccolo e forte, pastore di vacche e cavalli nelle praterie della montagna, mi spiega come arrivare. Non so bene come ho fatto a capire la sua lingua. E’ sera quando trovo il campo: tende, furgoni stracarichi, tavoloni, cucine da campo, pentole, fuochi accesi, grigliate, manifesti di San Francesco di Paola, voci corpulente, andirivieni di donne. Gli uomini grigliano carne e salsicce. Le donne sono dietro alle lasagne. Rito popolare del bosco. I buoi sono legati agli alberi. Ruminano balle di fieno. Conosco il capo della Festa. Ho già visto Franco guidare i buoi in un altro rito degli alberi. Questo è un buon passaporto di ingresso nel villaggio della faggeta di Za Perna.

L'attesa dei buoi

La firma della Pace del Pollino fra le contrade di Prastio e Torno

Devo imparare in fretta. Non so niente di questo posto. Viggianello sta ai confini fra Lucania e Calabria. Paese di montagna. Un tempo qua la ricchezza erano pecore e vacche. Oggi fanno tremila e duecento abitanti. Dispersi in trentasei contrade. Oltre cento chilometri di territorio. Mi dicono: il comune più grande della provincia di Potenza. Non controllo. So che la la gente di qua ha avuto un destino di operai e carpentieri nei cantieri del Nord. Incontro vecchi operai dell'AlfaRomeo e giovani che hanno lavorato alla Tav. Un vecchio ha seguito chilometro per chilometro il metanodotto che ha dato gas all'Italia.
Conto, su una grande lapide, i caduti della Grande Guerra: ottantotto, più venti dispersi. Sono undici gli uomini della famiglia Oliveto spazzati via sulla linea del Piave. Bersaglieri o alpini a Viggianello. Lo sapevano dov’era il Piave prima di esservi portati a morire? La lapide ‘ammonisce nel tempo le generazioni dell’avvenire’. Monito inascoltato. Accanto, altro marmo, per chi si è disperso in Russia in un’altra guerra.

Sulla curva del paese, c’è il club juventino Antonio Cabrini. A pochi passi, quasi di fronte, il club milanista Rino Gattuso. Devono spassarsela, alla domenica, a Viggianello.

Il paese è scosceso come un piano inclinato. Paese di gradini alti. Chiesa e castello ne segnano i punti cardinali contrapposti. Con gli anni, il centro storico si è quasi spopolato. La gente vive nelle frazioni. Si sono costruiti la casa moderna ai confini dei boschi. Il terremoto prima ha incrinato le case, poi ha dato modo di ricostruirle.
Scopro che le Feste degli Alberi qui sono ben tre: dopo Pasqua si alza l’albero a Pedali, la contrada più grande; a settembre, invece, sono quelli di Zarafa a tagliare il faggio. A fine agosto, giorno di San Francesco da Paola, santo calabrese e itinerante, è il centro storico a celebrare il rito degli alberi. Dovrò tornare più volte a Viggianello.


Il cibo all'accampamento di Za Perna


 Devo ancora imparare. Delle rivalità, per esempio. Della geopolitica in un paese di sinistra. Il sindaco sta con Nichi Vendola e il grande Rosario gira ancora con una catenella falce e martello e mi grida dietro: ‘Portala a Renzi’. La Festa sta dentro queste rivalità. Ne è attraversata. Come il Palio di Siena. E io sono arrivato in un momento storico: a Za Perna, nell’accampamento di quelli di Prastio, stanno firmando la Pace del Pollino. Da decenni (le date discordano a seconda delle versioni) le contrade di Prastio e di Torno si contendono l’albero della Festa. Storia vecchia, antiche invidie, risse mai dimenticate. Sulle cui origini si è quasi persa memoria. Mi raccontano di due strade per scendere dai monti verso il paese. Una passa da Torno; l’altra, tracciata negli anni ’70, da Prastio. Da dove deve passare l’albero? Negli anni ’80, la Festa finì a botte. Venne perfino vietata un anno. Alla fine, fu trovato un accordo fra le due contrade. E gli alberi divennero due: i boscaioli di Prastio tagliano e trasportano la Rocca e la Cuccagna. La gente di Torno taglia ‘a pitu, il grande faggio, e lo squadra e Ognuno farà la sua strada, raggiungerà la propria contrada. Solo alla fine si ritroveranno in paese.

In montagna, e questo non lo sapevo quando sono arrivato la prima volta, ci sono due accampamenti. Prastio sta a Za Perna, Torno sta più in alto. Alla tavolata del Capo, amatissimo dalla sua gente, trovo un assessore di Viggianello. Ha in mano due fogli scritti fittamente. E’ il nuovo accordo sulla Festa. Si cerca la pace fra le due contrade. Gli alberi rimarranno due, ma in paese si dovrà lavorare assieme per tirar su l’albero. Vengono fissate regole per il viaggio dell’albero. Strana storia: ‘a pitu, portata in paese da quelli di Torno, rimarrà a terra, Cuccagna e Rocca saranno, invece, innalzate assieme. L’assessore è convincente, il Capo vuole questa pace. Si firma. E c’è la solennità di Camp David. Vogliono persino la fotografia ufficiale della firma. Divento fotografo di ‘un momento epocale’, mi dicono. Pace fra Prastio e Torno. Ora, mentre l’assessore sale anche da quelli di Torno, si può mangiare e bere la carne grigliata da Rosario. Fino a tarda notte.

L'abbattimento della Cuccagna

L'offerta ai boscaioli

Comincia la discesa della Cuccagna

La fatica attorno alla Cuccagna


La mattina comincia, come sempre, da sempre, con il rito del cibo. Prosciutto, frittate, formaggi. Coltelli ben stretti a tagliare il pane. Poi ci si arrampica per il bosco. Salita quasi verticale fino a Faggio Grosso, sotto il crinale del colle dell’Impiso, il colle dell’Impiccato. Ansimo dietro ai culi di Argento e Generoso, buoi potenti. Fino alla pianta da tagliare. Sta su un pendio a dirupo. Bisogna aspettare il Capo. Franco arriva e solo allora scatta il rumore delle motoseghe. Taglio esperto. Ceppa verso valle. Piccola folla nel bosco. L’albero cade. Brindisi di birra. La Cuccagna è a terra. Comincia, come un otto volante, la sua discesa. Questo è lavoro di maestria e coraggio. I buoi spingono, i ragazzi manovrano le leve delle pannule, grossi tronchi di faggio, scalzano via l’albero, cercano di farlo rotolare. L’albero si disincaglia dagli ostacoli. Precipita, travolge altre piante, fa volar via pietre. E’ una valanga. 





La discesa della Cuccagna



Fa spavento e adrenalina, l’albero volante. Ogni volta che precipita, gli uomini alzano i cappelli al cielo e gridano: Viva San Francisco. E’ un urlo sacro e ritmato. Gridato con voce arrochita dalla fatica. C’è tensione nell’aria. La discesa è storia pericolosa. L’albero prende velocità, si incaglia in altre ceppe, si incastra. Va tolto a fatica di braccia. I buoi scivolano sul fogliame. Tre ore per farlo atterrare all’accampamento di Za Perna. Tutti devono aver tirato, con i loro buoi, la Cuccagna. Questo è un rito collettivo di gerarchie e di onori. ‘Qui comanda la legge della montagna e del Santo’, mi dice Gianfranco, andato via dal paese a sedici anni, cameriere a Napoli e poi potatore di piante di alto fusto al Nord, prima di tornare a Viggianello a fare il boscaiolo.

La discesa della Cuccagna



L’albero ora è fra le tende. Aspetta il mangiare degli uomini. Il loro riposo.  Solo nel pomeriggio è tempo di lavoro da legnaioli esperti. In Pollino il traino degli alberi è scienza complessa. E’ un corteo di buoi a portar giù la pianta. Non vengono aggiogati al tronco, ma, attraverso stanghe, le ualanedd’, lo trascinano come una carrozza regale. Va preparata la stanga principale, quella alla quale saranno legati i buoi più alti, giganti da due metri al garrese. Non so raccontarvelo: hanno forato con un trapano, quasi alla base, un giovane faggio, ne hanno spezzato le fibre, lo hanno piegato e lo hanno tenuto in acqua perché gonfiasse. Alla fine, in quel punto, il piccolo albero è diventato flessibile. Si può piegare senza spezzarlo. E’ un lavoro lungo. Di ore. E’ un gioco di incastri fra Cuccagna e ualanedd’. Roba da artigiani del legno. Alla fine, il grido per San Francisco e la benedizione con il vino della stanga.

I lavori attorno alla Cuccagna

I lavori attorno alla Cuccagna

Il vino sulla Cuccagna e la ualanedd

La Ualanedd'

Brindisi finale

L'offerta dei dolci


Sì, ora la giornata è finita. Si riaccendono i fuochi. Si preparano ancora le braci. Questa sera, in montagna, si griglia pesce spada. Le donne, come sempre, da sempre, infornano la pasta. Antonio mi prende sottobraccio per andare a bere vino assieme.
Viggianello, 23 agosto



mercoledì 22 agosto 2012

Scene da un matrimonio.3/E Nino salì sull'albero

L'attesa della sposa in piazza


Don Anthony e il vento

La preghiera Dietro la Niviera


Don Anthony, il prete venuto dalla Nigeria, quest'anno, ha deciso di dire messa all’alba. Sulla terrazza che dà su via del Maggio. Dodici di agosto, è il giorno del matrimonio degli alberi a Oliveto Lucano. Un giorno di lavoro difficile. ‘Incoraggiate gli uomini del Maggio – dice Anthony – se non potete dare una mano, portate cibo, un po’ d’acqua. Oppure augurate loro un semplice buon lavoro’. Il vento fa volare l’abito del prete e sfoglia le pagine del vangelo. Una donna si inginocchia. 



I lavori del Maggio


Pochi uomini attorno al grande cerro, allo sposo. Sono pochi i legnaioli esperti a Oliveto Lucano. I ragazzi dormiranno tutta la mattina. In queste ore, il matrimonio degli alberi è rito maschile. Bisogna andare a prendere la Cima, l’agrifoglio, la sposa, ha passato la notte nella piazza. Il piccolo albero ha atteso con pazienza. Ora comincia il suo viaggio verso il luogo del matrimonio. Viene portata a spalla dai maggiaioli.

Il viaggio della Sposa
Il viaggio della Sposa

La banda di Vallo di Diano


Nostalgie. ‘Un tempo si andava a rubare l’agrifoglio – ricorda un vecchio – Tutti lo sapevano. Anche i forestali e i carabinieri, ma dovevamo andare lo stesso di notte. Per non farci vedere. Salivamo a piedi dal paese. La festa era fatica, devozione. Oggi è una baraonda. C'era ben poco da mangiare allora. Poco anche da bere. Antonio offriva due litri di vino bianco. Ci si bagnava appena le labbra. Avevamo il pane portato da casa. Tiravamo il Maggio con i buoi. Era roba da uomini. Non c'erano i ragazzi. Era una storia di gente esperta. Proteggevamo i rami della Cima perché non si spezzassero. A sera una donna ci offriva due peperoni, una frittata con il sangue del capretto appena ucciso. C’era il caffè, un pezzetto di cioccolato. C’erano due bande in paese. Erano rivali, si sfidavano con la musica. Venivano i musicisti da San Mauro’.

Gli uomini e la Sposa

La mano e le corde

Lavori al Maggio

La fatica dell'argano

Si alza il Maggio

La fatica dell'argano


Cielo azzurro cristallo sulla vallecola della Niviera. Motoseghe in funzione, un grande trapano per forare i due tronchi già legati, corde a stringere. Maggio e Cima vengono uniti assieme. Ora è tempo dell’argano. La fune si intreccia. Vi è bisogno di molti uomini. Uno sull’altro. I più forti afferrano i legni. Ordini confusi. Alla fine, a strappi, l’albero comincia ad alzarsi. Centimetro dopo centimetro. Gli uomini fanno ruotare l’argano. Lavoro collettivo. L’albero è come sospeso a mezz’aria. Ora bisogna aspettare i due santi. 


Le cente in processione

Questa volta, assieme a San Rocco, esce San Cipriano, il santo africano, venuto da oltre il Mediterraneo, come don Anthony. Sono i due santi a dare l’ultima autorizzazione. Solo in loro presenza, l’albero può essere finalmente innalzato. Ultimi giri dell’argano. Gli uomini del Maggio ora sono tranquilli. Tutto andrà bene. Si regalano una birra felice. Il Maggio svetta nel pendio Dietro la Niviera.




E Nino salì l'albero


Il gioco adesso è aereo. Vedo salire Nicola. Anche mastrò Vitto si arrampica sui pioli della croccia. Salgono altri uomini. Ma è Nino a lanciarsi sulla corda che allaccia il vecchio albero-paranco, al Maggio. Tocca a lui, questa volta. Lo zio Nicola non perde un suo movimento. Nino ha qualche incertezza, ma poi lo vedi che dà forza ai suoi muscoli, sale a scatti, con lo stile degli arrampicatori del Maggio. Ginocchio piegato, piede a sostenersi, gamba che cerca di abbracciare il tronco. Si avverte emozione fra quanti sono a terra, attorno all’argano. Tre anni fa Nino scivolò lungo l’albero. Si bruciò le mani. Ma l’anno dopo vi provò ancora. Salì, assieme allo zio. Quest’anno è salito da solo. Deve ancora affinare il suo stile. Nicola è rimasto a guardarlo. Con orgoglio. ‘Lo faccio per devozione – mi scrive Nino – Grazie agli insegnamenti di mio zio sono riuscito a salire’. Lo vedo mentre volteggia fra i rami dell’agrifoglio. Stacca la fronda con i fiori e la getta in aria. Nella sua caduta mi sfiora. Nino ha festeggiato lo sposalizio degli alberi. Torna a terra. Quasi frastornato. Un abbraccio dei parenti. Degli amici. Nicola mi soprende, mi batte una mano sulla spalla: ‘Ecco, adesso il passaggio delle consegne è avvenuto. Ora tocca a lui mantenere viva la tradizione’. C’è qualcosa di solenne in queste semplici emozioni. Nicola corre ad abbracciare il nipote sotto l’albero.

Nino e Nicola

La devozione di Nino


Ora è tempo di lasciare gli sposi al loro matrimonio. Con lentezza, gli uomini lasciano solo il Maggio e la Cima. Le donne, a casa, hanno cucinato pranzi immensi. Si passeranno ore alle tavole. Il rito del Maggio è storia di uomini  (sono uomini a lavorare al legno, uomini all’argano, uomini a salire), ma, nel pomeriggio, anche una ragazzina di Ferrandina verrà issata con le protezioni fino ai trenta metri della Cima. Il matrimonio diventa sagra di paese. Occasione di tempo giocoso. A sera ci sarà musica. E' venuto il cantante dal Salento. Ci si cambia di abito. Tacchi alti sull’acciottolato delle strade di paese. Parlo con Anna, sindaco (non vuole essere chiamata ‘sindaca’) di Oliveto. E’ tornata da Bologna per fare il sindaco nel suo piccolo paese. A volta capita che stia da sola in comune. Spera che il marito ottenga il trasferimento. Dice: ‘Qua è casa nostra’. 

L'ultima musica

L'ultima musica

Vado a prendere un caffè al bar Italia. La donna del bar è seduta fuori. Ha spento la luce dentro. Come se fosse uscita di casa. Si alza, mi precede, accende la luce, prepara il caffè. Forte. Vicino alla tazzina un bicchier d'acqua. Come si usa al Sud. 
Su una panchina, a notte, guardo un maggiaiolo seduto. Sta lì da solo. Quasi non partecipa alla festa in piazza. Intuisco la sua stanchezza, la sua malinconia. Per tre giorni l’ho visto faticare attorno agli alberi. Ora è finita. La festa è finita.  La vita torna normale. La normalità di Oliveto Lucano, paese solitario.


Oliveto Lucano, 12 agosto