venerdì 11 febbraio 2011

Perché un viaggio in Dancalia

Cerco di ingannare. Fra dodici ore, insh'allah, sarò su un aereo per Addis Abeba. Poi ci sarà la Rift Valley e, infine, la Dancalia. Continuo a chiedermi perché si va in Dancalia. Cerco di ingannare con una risposta. 



Molti anni fa. Vicino al Fantalè


C'è un alibi per venire fino a queste terre desolate?  Ha un senso fare migliaia di chilometri per camminare sull’orrore perfetto di un vulcano in eruzione? Non lo so. Non me lo chiedo più da tempo. E’ come domandare a un alpinista perché scala montagne. Conosco la risposta: è un gesto gratuito, innocente, anche se nasconde punte di vanità. Arrampicarsi verso una cima non ha fini nascosti, è un’azione limpida, ‘affranca dal dovere di essere utili’. Non ci sono vere ragioni per andare in Dancalia. Ho una mia risposta molto personale, ma la uso per convincermi e per dare un tocco di romanticismo. Un po’ vera, un po’ voglio che sia vera, un po’ vi faccio credere che sia vera. Io ho tentato, con testardaggine e insuccessi, di arrivare più volte in Dancalia solo perché un giorno, sulle coste del mar Rosso, là dove onde azzurre accoglievano una colata di lava nera, mi trovai di fronte un pastore afar. Era giovane, magrissimo, spigoloso, muto. Come sempre accade, era apparso all’improvviso. Aveva gli occhi da uomo della notte. Non c’era nessuno là attorno e dal nulla spuntò questo ragazzo con uno stecchino fra i denti e un pettine infilato fra i capelli arricciati. Un grosso pugnale ricurvo stava appeso alla cintura. Era appoggiato a un bastone. Come faccio a spiegarvi che rimanemmo lì per quasi un’ora. Senza dirci nulla. Le sue capre erano pazienti, c’era erba fra quei ciottoli di lava. Indossava una maglietta rossa e un tubo di stoffa sbiadita faceva da gonna. Si accucciò sui talloni. Io mi sedetti. Non so quanto durò. Non riesco a raccontarlo. Forse sembravamo due perfetti imbecilli. Ma io, come posso spiegarvelo? Sentii un senso di amicizia che, in Africa, non avevo ancora provato. Ho ancora addosso la sensazione superba di aver stretto un patto di sangue con quell’uomo che mai avrei rivisto. Se ne andò. Il suo bastone a tracolla delle spalle, i suoi passi erano ondeggianti, le capre in fila dietro a lui. Non ci eravamo detti una sola parola. Quale, poi? Un cenno con gli occhi quando decise di alzarsi. Non si voltò mentre si incamminava verso il sole che stava tramontando. Ho ancora in mente la sua ombra che tremola contro il cielo. Ecco, vado in Dancalia per un debito di gratitudine verso quel pastore afar. Non lo riconoscerei nemmeno se lo incontrassi nuovamente. Vado in Dancalia perché gli afar sono riusciti a trovare una nicchia nel mio cuore e nei miei pensieri. I vulcani, la lava, i paesaggi estremi sono solo (non è poco) il fondale di un palcoscenico di una umanità straordinaria.
San Casciano in Val di Pesa, 11 febbraio, ore 12.47. Chiudo il computer, dimentico le altre storie

lunedì 7 febbraio 2011

Il bar del paese

La Perla Nera


Al mattino, prendo la macchina e vado al bar del paese. Arrivo verso le otto. Non è un granchè come bar. La televisione è sempre accesa su Canale 5, ma i giornali sul tavolo sono di sinistra. Le paste hanno un’aria da giorno prima. Prendo un budino, consigliato dalla barista, e il caffé.
Ogni mattina, seduta a un tavolinetto, c’è una donna dall’aria sfasciata. Con la figlia. Credo che sia la figlia. Penso che hanno passato una brutta notte. La madre è in tuta. A volte parla con voce di sigaretta. La figlia ha un colore bianco. Dopo un po’ si alza e va a prendere una corriera. Ci sono poi dei vecchi. Uno è senza gamba. Parlano di caccia o stanno zitti. Rivolti verso il bancone, la gambe larghe, seduti come se stessero sempre per alzarsi. Un uomo ha il berretto tirato fino a metà testa. Fa freddo al mattino. La ragazza del bar ha una felpa grigia e un anellino al naso. Sa sempre cosa vogliono i suoi clienti. A un certo punto gli uomini si mettono a giocare alle slot-machine. Il vecchio senza una gamba gioca, ogni mattina, venti euro. A volte c’è lo scroscio delle monete. Ma lui le rigioca tutte quante. Una per una. Più d’una assieme. In silenzio. Poi se ne va. Poi se ne vanno tutti. Poco prima delle nove, lo spettacolo del bar è finito. Si ripete ogni mattino. Da quando sono qui, è sempre accaduta la stessa scena. Un giorno c’è stata una variante: la ragazza del bar era nervosa, non riusciva a telefonare, e allora, con uno scatto di rabbia, ha gettato il telefono per terra. E poi non lo ha più guardato. Mi ha fatto il caffé, senza alzare gli occhi. Quando me ne sono andato ha detto: ‘Il telefono è lì’.
Ho pensato: anni fa, i vecchi di questo bar, operai della fabbrica, mezzadri spolpati, minatori senza denti, sarebbero seduti negli stessi posti. Ma con un bicchiere di vino davanti e le carte della briscola. Il cappello in testa. E qualche parola con voce arrabbiata a fare da colonna sonora. Oggi l’uomo senza una gamba, in silenzio, gioca la sua pensione con tre figure (ciliegie, denari, carta) mosse da una macchina.
Pago il mio conto. Dovrò raccontare altro quando mi toccherà scrivere di questo paese.

Non dico il posto. Perché io amo questo bar. E il suo budino. Se dicesse dove sono, si capirebbe quale è il bar e magari la ragazza con l’orecchino si arrabbierebbe ancor di più, 2 febbraio.


martedì 1 febbraio 2011

C’entra la bellezza con l’economia? Andare a Fermo per intervistare Mario Dondero, 83 anni, fotografo del Novecento, per un libro sullo ‘sviluppo umano’ si avvicina a una piacevole stranezza. Gli economisti sanno misurare la bellezza? O quantificano solo il suo valore economico? Mario seduce, avvolge, corteggia. E stanca. Stanca con la sua energia, con la sua forza, con le sue parole. Conquista la scena e non la molla più. Si può solo amarlo, senza interrogarsi. Si può solo farsi manipolare con felicità leggera. E poi, magari, fuggire per riprendere fiato. Ma sono le sue foto a fermare la fuga, le sue foto imperfette che raccontano alla perfezione un secolo che se ne è andato. 
Naturalmente non è stata un’intervista. Una non-intervista può apparire in un libro di economia. Si capirà, in filigrana, che un mondo senza bellezza è privo di qualsiasi speranza anche i conti del suo Pil si impennano?
Forse anche raggiungere un vicolo, stretto e umido in inverno, aiuta a comprendere meglio il mondo.

Mario Dondero nella piazza di Fermo



 E poi la casa di Mario. Piccola, buia, in un vicolo di ciottoli. La casa si riconosce per i ciclamini che resistono al gelo. Rampicanti privi di foglie provano a raggiungere le finestre. Il cibo per il gatto, appena entrati. Non c’è un tavolo dove mangiare. I soffitti bassi. Casa da comune studentesca per un uomo di 83 anni. Un occhio arrossato da una infezione. I soliti pantaloni, la cravatta rossa dal nodo troppo grosso, il golf giallo messo ogni mattina. Non c’è una sedia dove sedersi. Sono occupate da scatoloni di foto. Foto, provini, vecchi stampe lucide e sbiadite ovunque. Sopra i letti, per terra, sugli scaffali. Non si può fare movimenti bruschi. Non c’è spazio. Mario regala foto e libri. La stanza è appena scaldata da un vecchia stufa. Giriamo per le scale dalle vernice rossa. Le pareti sono un affresco del Novecento. Locandine di mostre. Foto di Paul Gauthier, di Pasolini…foto di uomini che sono passati di fronte al suo obiettivo. Come se lui fosse lì per caso. Ma non era mai un caso. Come Kapuscinski, Mario voleva essere lì. Un mondo in bianco e nero. Nessun trucco, se non quello della seduzione. Fotografo imperfetto. Click della vecchia Nikon FE. Silenzio senza fruscii della Leica. Fuoco e diaframma sono storie secondarie. E’ l’uomo che conta. Mario fotografa perché vuole raccontare l’uomo. Perché vuole avere una relazione con l’uomo.
‘Non ho mai amato passare il tempo nella camera oscura. Ugo vi stava nove ore per un’unica foto. Io ho sempre preferito l’aria aperta. Non ho mai amato la tecnica’. Ugo è Ugo Mulas. Hanno vissuto assieme nella Milano del bar Giamaica. Ne ha raccontato Luciano Bianciardi nella Vita Agra. Che Italia povera e geniale, era quella. La foto di un Che Guevara orgoglioso sorveglia il suo sonno accanto alla cavalcata dei barbudos in marcia verso l’Avana. La foto della moglie, il letto ben rifatto. Mario ce lo offre per la notte. Ma non possiamo sfrattarlo. Dove mangi, Mario? Non ci sono tavoli sui quali poggiare un piatto. Foto della compagna di Modigliani. Foto di Lenin da giovane. Queste non le hai fatte tu. Foto che ti ritraggono con comandanti partigiani, in una nave sul Nilo. Foto dalla parte dei miserabili. Foto con il tuo sguardo astuto, finto timido, che riesce a fotografarmi senza macchina. Un obbiettivo Nikon 50 fuoco uno e quattro, abbandonato. Davvero c’è un secolo qua dentro. Spostiamo carte e scatoloni per sedersi. Gesto sacrilego, il registratore senza un nastro che gira. Minuscolo oggetto che rompe l’equilibrio.  Che ci fa il mondo virtuale in questo universo reale? Proviamo a parlare. Ma il gioco dell’intervista non può funzionare fra noi. E allora lasciamo scorrere le parole sapendo che c’è ben altro nella vita. Il pollo arrosto di stasera, certamente. E il viaggio sotto la neve del giorno dopo. Parole confuse. Come è confusa la nostra vita. Facciamo tutto pur di non farci raggiungere.   
Fermo, 30 gennaio

Addio. Nel primo giorno dell'anno

Ho atteso. Non ero certo di volere mettere questa pagina in questo spazio così aperto e così incomprensibile per chi è nato nell'epoca della carta. E' passato un mese da un addio. Oggi, non so bene perché, ho deciso di affidarlo a questo luogo che non conosco. Forse perché non voglio dimenticare. Forse perché che non voglio che si dimentichi. In questi mesi ho scritto dei molti istanti, dei molti addii che hanno segnato i miei giorni. Ognuno ha la sua forza. Il suo essere unico. Ognuno dovrebbe essere raccontato. Perché l'uomo, qualsiasi uomo, deve lasciare tracce. Questo addio è stato dato il primo giorno dell'anno. Di quest'anno. 



Venezia


Vi è del sacro nella cerimonia che non è tale. Sono arrivati da lontano. Dalla Francia. Dalla Norvegia. Per un addio. Non è laicismo, è vita. La vita è fatta di cibo, sorrisi, lacrime, dolore, gioia. Intensa, in un giorno. Intensa e calda, in un giorno di freddo che congela la punta dei piedi. Al mattino, la nebbia era in equilibrio con il sole. Non si sfidavano. Convivevano. Sono andato fino alla grande agave. Da là il panorama si apre sulla valle. Il gioco dura un attimo. In tempo per vedere la strana forma della radura sulla collina di fronte.
Un giorno per l’addio. La casa è piena di ragazzi. Dagli occhi seri, dagli occhi rossi. Gli amici dei figli. In due gruppi. I più piccoli. I più grandi. Non si staccano. Si sfiorano le mani, gli abbracci, i baci che vorrebbero darsi. La casa è una biblioteca. Libri dovunque, Nel piccolo dedalo delle stanze che si intrecciano una sull’altra. Libri sulle scale, libri sotto il cuscino del divano. Il grande ritratto di lei, in abito bianco. Un quadro solare. Quante cose ci si lascia dietro. Quanto ingombro, quanta bellezza, quanta storia che pesa come un macigno, che è leggera come il tempo che passa. Si mangia, pentola sul tavolo, un buon vino, come se fosse una festa, come se fosse il primo di gennaio, come se i parenti fossero venuti per un incontro di gioia. Si parlano molte lingue. Lei è di là. Nella stanza piccola. Un corpo.
La grande carta della Grecia. Una mappa geografica di altri tempi. Ricorda gli anni della nostra scuola lontana. La casa è davvero troppo piena. Ma ogni oggetto non è figlio di un caso. Ma di una memoria. Una memoria che voleva essere conforto per gli occhi. Adesso cos’è?
La foto grande. Ha i toni bluastri di una foto scattata all’ombra. E’ una foto o un dipinto? Giardino di Boboli, ne sono quasi certo. Cosa significa questa foto? Perché è così grande? La statua raffigura un cane e osserva, con curiosità immobile,  una parete di cieli azzurri, di nuvole in fuga, di tramonti esuberanti, di giochi di vento con cumulonembi che diventano figure alate. E’ la bellezza. Un cane di pietra che osserva la bellezza. E il tuo corpo è quasi decentrato da questi sfondi. Forse perché non ho il coraggio di guardare. Mi appoggio allo stipite della porta.
Si muore l’ultimo dell’anno. Non si è più forti della morte l’ultimo dell’anno. Giorno-simbolo. Giorni che si mettono nella memoria. Io fatico a ricordare il giorno della morte di mio padre. Delle ultime ore di mia madre non ricordo nemmeno il mese. Faceva caldo, questo lo rammento. Nient’altro. Ero un ragazzo quando morì mio padre. Ero come questi ragazzi che stanno sul divano e non vogliono staccarsi uno dall’altro? Ricordo il padre di Fiammetta che venne fino a me e mi lasciò sua figlia davanti e le disse: ‘Stagli vicino’. Io avevo le mani in tasca. Faceva freddo, almeno credo di ricordarlo.  
Ora sto in piedi nella stanza piccola. Mi sono staccato dalla porta. Ma non faccio un passo. Forse penso a tutti gli anni nei quali non ci siamo visti. Penso a un vecchio viaggio a Milano fatto assieme in cerca di un lavoro improbabile. Penso a un capodanno che aveva un forte valore: il duemila, la notte del millennio. Ricordo l’orgoglio della tua pancia di donna di quarant’anni nelle vie del quartiere: ‘Sono brava, no?’.
Ancora un addio. Nel primo giorno dell’anno.
Rino ha molti anni e l’aria del vecchio professore. Una giacca di velluto a costoni larghi. Altri tempi. Chiede di leggere una pagina. Di poeti e di parole che aiutano a non credere alla morte. ‘Vieni’, finisce così il suo dire. Il figlio si avvicina al padre. Che si sfiora gli occhi per negarsi il pianto. Anch’io stringo la mano a mia figlia. Ci sono momenti in cui i gesti vengono fuori. La normalità che dovrebbe essere.
E’ l’ora. Il carro ingombra la piccola strada selciata. Vicolo della città popolare. La cassa non può salire, deve scendere il corpo. Avvolto nel lenzuolo azzurro. Ci vorranno giorni perché tutto diventi davvero cenere. Oramai ci sono file di fronte ai forni della cremazione. Allora bisogna sigillare, dicono gli uomini dalle facce ceree e l’aria inconfondibile di coloro per i quali la morte è un lavoro. I quattro uomini sono abituati al dolore. E non cambiano espressione. Sanno come non avere pensieri. Sembrano fuori posto. Sistemano i fiori senza nessuna cura. La macchina parte.
Non ci sono posti vuoti alle Cappelle del Commiato. Fa freddo. Dentro e fuori. Si muore davvero anche il primo gennaio. C’è molta gente. Andirivieni di un dolore che non grida. E’ quasi imbarazzo. Non c’è nessuna sacralità in queste ore dopo la morte. Ogni sentimento è schiacciato dai luoghi e dalle regole della burocrazia. Dalle abitudini di gente che ne ha viste troppe per sentirsi parte di qualcosa di sacro. Il custode ha una voglia di vino su metà della faccia. E’ efficiente e brusco. Dà consigli furbi ai dolenti. Le cappelle sembrano stanzette riservate. Su ognuna il nome, scritto a penna. Non fanno portare fiori. Rimangono fuori. Nel piazzale. Intravedo le casse degli altri (nessuno usa il termine bara), un velo sul corpo, la targhetta fuori scritta a mano, i parenti seduti su sedie di plastica verde. Nella ‘nostra’ stanza’, l’ultima, il fratello legge una poesia. Il lutto prende forma. I ragazzi non lasciano un solo secondo i figli. Qualcuno sfiora con una mano il legno della cassa. Un saluto.
Si torna nella casa del piccolo vicolo. Il giovane ragazzo migrante spolvera i libri con inutile meticolosità. Qualcosa deve pur fare. La cucina si riaffolla. Si prepara burro e salmone, si racconta di vecchi viaggi. Per vedere la Rivoluzione del Portogallo. 1975. Quanti anni sono passati? Quanto tempo? Sono belli i ricordi. Si apre un barattolo di crema di formaggio di capra. Hanno preparato uno strudel, un dolce all’arancio. Un vecchio ha portato un sacchetto di noci. Si apre un vinsanto e un Franciacorta. Si parla. Andirivieni di gente. Arriva anche il pittore che ha dipinto il suo quadro. Scambio telefoni, porto in giro il vassoio con il pane con burro e salmone. I ragazzi giocano in cerchio occupando l’ingresso. Andiamo via. Sfioro le mani della figlia. Prometto. Il figlio è andato a fare un giro per la città stremata dalla fine dell’anno. Firenze, oggi, non è bella. Ha un’aria stanca. Fuori fa freddo. A gennaio, l’inverno si fa livido sul serio.
Vorrei che anche il mio addio avesse la strana bellezza di queste ore appena passate. Questa strana normalità. Di un addio che non appare tale. I momenti della solitudine sono nella notte che verrà. Riappariranno di continuo. Il gatto color di un’arancia si aggira per la casa. Ci saranno momenti di tranquillità. Momenti in cui le lacrime si intrecceranno con i sorrisi. Nello stesso equilibro di una mattino di nebbia e sole. La vita si è incrociata con il suo mistero nel primo giorno dell’anno.
Addio. 
Firenze, due gennaio

giovedì 27 gennaio 2011

Infelicità del Freccia Rossa


Sto correndo verso Firenze. Un’ora mezzo, poco più, da Milano alla mia città. Elogio della velocità contro l’elogio della lentezza della mia gioventù. Non faccio più in tempo nemmeno a leggere il giornale che il viaggio è già finito. Non ho fatto in tempo nemmeno a conoscere la ragazza che è passata due volta, barcollante per la velocità, nel corridoio. Il Freccia Rossa mi ruba tempo. Forse lo regala ai miei vicini che si appassionano per il destino di qualche fondo di investimento. Come diceva quel vecchio uomo del deserto ad Antoine de Saint Exupery che gli spiegava come in aereo avesse percorso in due ore quello spazio dove lui aveva camminato per due mesi:’E cosa ne fai del tempo che ti avanza?’. Già, cosa ne fai? Cerchi di risparmiarne ancora, immagino. In un gioco, alla fine, privo di senso.

Penso alla figlia di Maddalena. 21 anni. Milanese. Ha un fidanzato che sta a Roma. Programmano i loro incontri, così possono risparmiare il biglietto: 49 euro andata e ritorno. Il biglietto comprato il giorno prima, per un desiderio improvviso, costerebbe quasi duecento euro. La velocità ti obbliga  a sapere cosa farai fra un mese. Il mondo non appartiene ai lenti, agli improvvisatori, alle passioni immediate, agli artisti, insomma. Penso che i ragazzi di due diverse città non possono più innamorarsi. 48 euro andata e ritorno fra Firenze e Bologna. Per guadagnare 24 minuti. Quando mai un ragazzo di venti anni ha in tasca 48 euro a settimana per andare a trovare la sua amata? E i signori delle Fs non ci lasciano nemmeno la possibilità di una scelta: se vuoi andar piano e risparmiare, non c’è un decente accelerato che percorra strade di montagne. O, se c’è, è in orari tali da costringerti a un Calvario. Mi appaiono avidi (ed eleganti) le belle menti delle Ferrovie non più dello Stato.

Da ragazzi, io avevo vent’anni nel 1973, eravamo sempre sui treni. Per amori lontani (ricordi Marina?), per un concerto (Bob Dylan, era lui a Modena?), per una manifestazione (contro gli euromissili a Comiso, e che dire di Giovanna Marini che canta i treni per Reggio Calabria), per un seminario (a Milano sull’Est europeo), per trovare amici (a Napoli, a Roma, a Venezia). Siamo cresciuti sui treni. Abbiamo dormito sui treni. Siamo andati in cerca di lavoro viaggiando in treno. Oggi tutto questo è negato ai nostri figli. Alessandro  non viene a un incontro con Zanotelli perché andare fino a Napoli e tornare a casa costa 140 euro. E dove può trovarli?

Lo so, i teorici del FrecciaRossa sono pronti a dirti che la velocità fa correre l’Italia. Alle nove del mattino sei a Roma e sei partito da Milano. Osano dire, ma questa è una bugia, che la velocità avvicina. E che, comunque, bisogna stare sul mercato. Che bisogna che i conti di un'azienda tornino. Io chiedo che qualcuno calcoli quanto costa a un paese l’immobilità a cui obbliga i suoi figli. Se io non posso muovermi, non posso andare a una riunione sulla difesa degli elefanti, a una conferenza sull'Africa a Ferrara, a un concerto degli U2 a Torino, ad amare una ragazza o un ragazzo, a un ciclo di lezioni su Socrate, a una serata di ballo in piazza ad Ancona, il paese futuro sarà peggiore, più malinconico, più ignorante. I ragazzi vedranno e sapranno meno mentre i treni sfrecceranno a trecento all’ora.
A bordo del Freccia Rossa Milano-Firenze, 26 gennaio.





sabato 1 gennaio 2011

2011, i Buoni Propositi

Temo che un blog, alla fine, scivoli nel Diario. Mi è sempre piaciuto l'editoriale di fine anno di Internazionale. Dove Giovanni De Mauro indica i suoi buoni propositi per l'anno che verrà. Non dice mai, a posteriori, se li ha incoraggiati e rispettati. Ecco, ho provato, senza pensarci, a fare anch'io un elenco.


Il molto Audace a Trieste


Imparare a tirare la sfoglia. Con il matterello. Magari per preparare le lasagne. Sicuramente per la tagliatelle.
Andare a Lisbona.
Camminare. Di più. Molto di più.
Alzarsi al mattino e, prima di sedersi al computer, andare a vedere come è il mondo là fuori.
Andare a vedere il sole invece di trovare scuse per rimanere dentro una casa.
Qualche parola di arabo in più. Un corso di arabo sarebbe perfetto
Tornare in America Latina. A lungo, possibilmente. Il più a lungo possibile.
Cominciare il libro sui deserti.
Non dimenticare Betlemme e i suoi bambini
Divertirsi, come suggerisce Claudio
Piangere liberamente.
Provare a essere sincero. E sfogarsi. Non tenere tutto al chiuso di una corazza in scalfibile
Scacciare la malinconia.
Ascoltare.
Comprare una valigia con le rotelle.
Imparare qualche cosa di photoshop.
Ce la fai a comprare un nuovo obiettivo? Forse una nuova macchina fotografica?
Provare a capire se riesci ad aggiornare il tuo sito. Almeno provare
Capire cosa è un blog.
Scrivere. Fotografare. Molto.
Cucinare
Andare più spesso al cinema.
Fare marmellate e sottaceti.
Soffiare almeno dieci volte nella tromba che sta nell’ingresso.
Cercare casa (questa è troppo impegnativa).
Trovare pace al cuore (anche questa è troppo impegnativa).
Sorridere.
Leggere più libri. Non rinviare perché ci sono i giornali da leggere.
Svuotare la camera al piano di sopra (anche questa è impegnativa)
Andare a sciare. Almeno un giorno. E’ bella la velocità.
Fare un finesettimana, almeno uno, senza portarmi dietro i pensieri
Andare al rione Sanità con Greta

Rimane il luogo da scoprire del lavoro. 
Padova, primo gennaio

venerdì 31 dicembre 2010


Devo intervistare dodici persone per un libro sullo 'sviluppo umano' curato da OxfamItalia. Per questo sono andato da Alex Zanotelli al rione Sanità a Napoli. Per la stessa ragione, sono andato a trovare Andrea Cornia, economista bolognese (lui di se stesso dice che è tosco-emiliano). Luogo diverso dalla microcasa-campanile di Alex. Appuntamento nella sua stanza (edificio D6, stanza 255) al nuovo campus universitario fiorentino a Novoli.
Ci saranno mille ragioni urbanistiche per aver trasferito tutte le università fiorentine in questa vicina periferia. Ma a me gli studenti piacevano nel centro della città. Almeno erano una folla diversa da quella dei turisti. Almeno c'erano trattorie e locali per studenti. Dove è finito Mario, celebre osteria di san Lorenzo? Vero, ora abbiamo lo splendore della biblioteca delle Oblate all'ombra della Cupola, ma la vitalità che si respirava fra via Laura e via Micheli, crocicchio di facoltà, mi sembra spenta nei corridoi senz'anima del campus di Novoli. Mi dicono che se non sei studente nemmeno puoi accedere alla biblioteca, si deve lasciare un documento per girellare fra le stanze e le aule. Insomma, sarà questione di nostalgia, ma non mi ritrovo. Nemmeno mi perdo: in fondo è facile trovare la stanza 255. Dico solo che se volevano costruirlo male questo campus, ci sono perfettamente riusciti. Un non-luogo, direbbe il celebre antropologo. Nemmeno bello come un aeroporto. Può nascere sapere in un non-luogo? Il corridoio-slargo delle stanze dei professori (le porte sono quasi sempre chiuse) è più ospedaliero (ma perché un ospedale deve assomigliare a un ospedale) che da posto in cui si costruisce una bella cultura. Mettete un quadro alle pareti, per favore. Le piccole sedie dalla stoffa azzurra sono da sala d'attesa di un dentista senza fantasia.
Andrea Cornia avrebbe molta voglia di parlare della sua produzione di olio in un piccolo podere di Fiesole. E credo che sarebbe stato saggio farlo. Ma l'intervista va fatta. E non va male. Anzi sono felice di scoprire che in America Latina la disuguaglianza, smentendo pessimistiche previsioni, è diminuita. Cornia non è Zanotelli, ragiona con l'econometria, con i modelli, con equazioni complesse. Ma anche lui appare contento di dimostrare che la diminuzione della disuguaglianza e la crescita della democrazia sia fortemente correlate. E che l'America Latina sia controtendenza: mentre in tutto il mondo la disuguaglianza cresce (in Cina, nel nuovo impero cinese, si è impennata), nell'America Latina delle democrazie di centrosinistra è diminuita.
San Casciano, 30 dicembre 

domenica 26 dicembre 2010

Karibù al rione Sanità. Un giorno con Zanotelli


Il campanile della grande chiesa di santa Maria nasconde una stramba casa verticale. Piazza centrale del quartiere Sanità, uno dei tanti ventri di Napoli. Padre Alexe (con l’accento sull’A fra questi vicoli) vive qui. Stremata bandiera della pace appesa a una finestra, portone verde, Karibù, Benvenuti, porta sempre aperta quando è in casa. Microstanza a piano terra invasa da cartelloni, striscioni, manifesti, riviste. Scala a chiocciola, strettissima e in pietra, che si arrampica verso il piano superiore. ‘Chi è?’, si sente la sua voce arrochita dall’inverno e dalle troppe riunioni. Voce da bluesman, se Alex cantasse. Al secondo piano, altro microspazio. La inevitabile maglietta colorata di Korogocho sotto il golf grigio con la lampo. Tavolo, cucina con antico fornello a due fuochi, bombola del gas, stufa elettrica, incerto groviglio di fili elettrici, forno a micronde da mercato bosniaco. Africa alle pareti, Korogocho non si dimentica. Alcuni ragazzi (microfono, computer) stanno intervistando padre Alex. Sale un uomo con i dolci fatti dalla sorella. Sale Vincenzo che deve parlare. Si affolla la cucina. Anch’io sono qui per una intervista. E vorrei essere qui e basta.

Alex sta bene, ha un’aria tranquilla. E’ perfino ingrassato, capelli quasi lunghi. So che si prendono cura di lui. Porta bene i suoi anni. Sul fornello un minestrone, verdure del Gruppo di Acquisto, bastoncini di pesce nel micronde. C’è tempo per un caffé che sbotta dalla macchinetta in equilibro precario. Libro di un biblista americano sul tavola. Il sole fatica a raggiungere le finestre della casa di Alex. Vanno via tutti, rimaniamo soli. Gioco perfido dell’intervista. Parliamo anche dei nostro passato. Dei giorni lontanissimi di Spello (lì nacque un pezzetto di Greta e questa è storia personale), di quelli, altrettanto lontani, di Korogocho (e quella storia, vivaddio, va avanti anche senza di lui). Parliamo di Nigrizia, della sua pressione alta, della fatica, della povertà. Del nostro mondo che non fa altro che litigare (si è spezzata anche Carta, il Pd tradisce).
Usciamo per la piazza. Da comprare i giornali (Repubblica, il Manifesto, tutto insoddisfacente), gli sgombri, da lasciare qualche spicciolo alla rom da sempre seduta davanti alla chiesa. Vuole che assaggi il pane del quartiere. Un saluto per tutti e tutti salutano. Io vengo subito catalogato: il giorno dopo quando da solo ripasserò per questa strada, mi avvicina un tipo e mi dice: ‘Voi cercate a padre Alexe? Tornerà fra poco’. Visto e preso.

Ma ora risaliamo. Scaldiamo il minestrone e i bastoncini. E poi insalata. Olio buono. Tutto molto piccante. Molto aglio. Alex ama i sapori forti. Preghiera, ringraziamento, vengo coinvolto anch’io nelle sue parole, sto in silenzio, non so dove mettere le mani. Mi viene voglia di pregare. Torna il ragazzo che voleva parlare. Dice degli studenti. Bisogna trovare tempo anche per lui. Salgono un altro piano di scala e ne ascolto le voci. Rigoverno i due piatti, preparo ancora il caffé. Voglio aspettare Felicetta. E’ una pediatra, lavora in neonatologia. Da quanto Alex è apparso a Napoli, si occupa di lui. Bisogna chiamare lei se si vuole conoscere il suo girovagare per l’Italia. Lei vigila sulla sua salute, evita che prenda troppi impegni, lo accompagna in macchina, gli racconta quanto accade per Napoli. Donna di passioni forti. Ha cercato di portare in piazza contro i rifiuti i medici con il camice. Niente da fare: sono venuti solo in dieci. Sono testardi, Alex e Felicetta. Lei arriva che sono quasi le tre. Direttamente dall’ospedale. Il minestrone viene riscaldato una volta di più. Felicetta ricorda almeno quattro impegni (incontri, visite, solidarietà a gente in sciopero della fame riunioni) per il pomeriggio. Io scatto foto. Alex e Felicetta fanno finta di niente.
Vado via. Questo tempo è stato un dono. Passeggio con lentezza nel caos aggrovigliato delle strade della Sanità. Guardo con sorpresa le architetture di palazzi da meraviglia. I loro cortili oggi sono un cumulo di auto, un labirinto di case slabbrate. Si abita ovunque alla Sanità. Nei vicoli sfrecciano i motorini. Guardo l’arco di piazza santa Maria. Censimento di negozi: una ricevitoria del lotto, un’agenzia d’affari che si occupa anche di pompe funebri (ma io sono di fuori e posso non capire), parrucchiere Sasà per donne, un altro centro scommesse, l’oasi Pacha, estetista specializzata in abbronzature, un minimarket con scritte solo in cirillico, un Caf della Cisal con un cartello che avverte: penalista sempre presente. La piazza è come un saggio di sociologia sulla Sanità. O, forse, ho voglia di capire troppo. Torna la donna rom davanti alla chiesa. Prometto a Massimo, della cooperativa Paranza (gestiscono servizi turistici) di tornare a visitare le catacombe. Passo davanti a santa Maria Saecula. So che qui è nato Totò. Non trovo la casa, mi arrendo troppo presto. Un gruppetto di ragazzini, appollaiati sulle Vespe, mi guarda passare.




domenica 19 dicembre 2010

Le arance del camionista


Livorno è una meraviglia in un’alba di ghiaccio
Incerto. Un’ora per uscire da Livorno.  Tornare indietro? Vago per una Toscana gelata. Chiusa la superstrada, dirottato su Cascina, una strada lungo un canale, dritto per Altopascio. A dieci all’ora. Il paesaggio di una bellezza irrimediabile. Il sole è magnifico. Code di camion a ogni svincolo. Ingorghi che si aggrovigliano attorno alle rotonde. Arroganza dei Suv.
Una mano si allunga fuori dal finestrino di un camion. Da quante ore cerchi una via di uscita? Un uomo con i baffi senza dire una sola parola. Uno sbuffo del respiro che si congela nell’aria. L’uomo ha un’arancia in mano e la porge a un altro camionista. Un lampo di colore nel bianco e nero del paesaggio. Scambio di gentilezza a mezz’aria. Fra due pachidermi.

A metà pomeriggio arrivo a Firenze. Come se fosse stata bombardata. Almeno nella periferia. Camioncini sbandati, auto in bilico sul bordo della strada, vesponi abbandonati sulle salite del Ponte all’Indiano, pezzi di parafanghi disseminati sull’asfalto, scheletri di catene saltate. Eppure, la città sgangherata sembra percorsa da un soprassalto di vitalità. La gente si incontra, ha cercato rifugio, ospitalità, riscoperte vecchie amicizie. Si è regalata tempo. Ha dormito in altre case, ha ritrovato la dimensione di una solidarietà. Uno dice: ‘Sono tornato a casa a piedi e incontrato persone che non vedevo da dieci anni. Mi ero dimenticato che vivevano a due passi da me’.
Lo scorso anno, in questi stessi giorni, un’altra nevicata inchiodò l’Italia. Allora ero in treno e impiegai mille ore per raggiungere Roma da Firenze. La neve, questa poca neve di ieri, venerdì 17 dicembre, potrebbe ricordarci che non tutto ci è concesso. Che ci sono dei limiti alla nostra potenza sulla natura.
Firenze, 18 dicembre

Venerdì 17



Venerdì, 17 dicembre, a Campiglia Marittima è cominciato a nevicare alle otto e trenta del mattino. La neve ha subito attaccato. E' stato l'inizio di una lunga giornata. 

Ore 9.
Mostrami tutta la tua potenza. E qualcuno accetta la sfida. Venti minuti. Venti minuti e le finestre si spalancano, la neve arriva da ogni lato, non cade, vola come una liana lungo linee orizzontali e oblique, ti accerchia e trova subito terra e cemento e asfalto sulla quale attaccare. 




Gli olivi sono alberi alpini, il mare è pista per sciatori, una parapendio si tira dietro un ragazzo vestito di nero in piedi su uno snow-board, i cani saltellano sorpresi, alcuni uomini maledicono il momento in cui sono usciti di casa, la ragazza del bar si infuria e sfascia il cellullare, altri se la godono provando numeri da equilibristi. La tormenta dà sfoggio di violenza perfetta. Bellissima nel suo ardore. Grandiosa nella sua forza. Non esiste difesa. Se non stare lì ad aspettare la sua clemenza. E, nel frattempo, fosse anche l’ultimo della tua  vita, godersela. Questi, davvero, sono istanti in cui pensi che vale la pena essere al mondo. Sono la ragione dei tuoi giorni: ammirare questo spettacolo che non può essere raccontato. Quale fotografia può rendere giustizia al mare che ‘fuma’. 
Le sue acque sono più calde dell’aria, più calde del cielo, più calde delle nuvole basse. E allora emettono vapori, ogni onda smuove fiocchi di vapori: è una nebbia che si innalza e vola veloce seguendo il ritmo di una marea incessante. E’ una mare atlantico che si è spostato sulle coste di Baratti. Una signora, per braccio a suo figlio, ride come una bambina felice e scatta fotografie con la delicatezza di un grande artista. Suo figlio è stupito di sua madre. Camminano, un braccio nel gomito dell’altro, lungo la spiaggia, e lei non vuole perdersi un solo istante di questo giorno che mai, nella sua vita, aveva visto.

Ore 16.
I momenti della paura sono stati sulla pista ghiacciata dell’autostrada. Claustrofobia a cielo aperto. Nessuna via di fuga. Il camion che ti si incolla alle spalle, vedi lo sperone del suo parafango all'altezza del tuo lunotto. Il tuo cammino diventa un risiko fuori equilibrio. Ti viene voglia di mettere una musica a tutto volume e lasciarti andare con un gran finale sperando che lo schianto sia immediato. Invece, vivacchi, facendo finta di non avere addosso una paura che manda a balzelloni il cuore. Immagino che il viso, coperto da sciarpa e berretto, non lasci intravedere nessuna emozione. Ma perché quel camion non si stacca da dietro? Sbandi sul ghiaccio e non puoi lasciarlo passare. Non c’è spazio. C’è solo un sentiero ghiacciato sul lato sinistro dell’autostrada dove forse puoi passare tenendo la prima ingranata e non pensando a cosa potrebbe accadere se le ruote si ribellassero a quel fragile comando del volante. Fai lampeggiare i fari posteriori e vai avanti. Perché niente altro è previsto dalla gabbia dell’autostrada. Scopri che non ci sono pensieri che ruzzolano nella testa: c’è da fare una cosa, andare avanti, e si fa. Alla fine, ti sposti sul ghiaccio e il camion ha uno moto stupido di rabbia. Clacson che fa sobbalzare, clacson che un urlo di pazzia e la sua massa rossa che sfiora (ti sembra che sfiori) il tuo sportello. Non passa mai la mole di questo pachiderma. E vai avanti. Il cielo si rabbuia e non sai dove è finita la paura. E’ impalpabile e invisibile. Ma assente dai tuoi gesti. Mani sul volante e qualche volta azzardi a mettere la seconda. Un altro camion. E gli stronzi con i Suv.

Ore 19.30
Siamo bloccati. Da un bel po’. Sulla doppia curva di un piccolo ponte. Strada di accesso a Livorno. Per arrivare fino a qui ho fatto lo slalom fra alberi abbattuti e la follia di un’autostrada di ghiaccio.

Il camionista rumeno ha una bella voce. Da cantante blues. Ma non passa le notti al Cotton Jazz Club. Ha solo fumato un milione di sigarette. Cento solo oggi, immagino. Ha il finestrino abbassato, nonostante le temperature sotto zero. Mi avvicino navigando su una lastra di ghiaccio. Lui scuote il fumo della sigaretta e ha un sorriso quasi divertito. Forse rassegnato, ma non dimesso, non amaro. Ha una sua dolcezza. E la barba puntuta. Non si è rasato questa mattina. E’ in viaggio da una dozzina di ore. E’ bloccato dalla neve, dagli alberi caduti, dagli immensi camion-cisterna finiti di traverso lungo il viale che conduce a Livorno. Città che non può essere raggiunta. E’ il suo mestiere, guidare camion. Non sembra poi molto preoccupato. Aspetta. Una sigaretta dopo l’altra, il gomito fuori dal finestrino e nessun consiglio. Né per sé stesso, né per me. Ma allunga una bottiglia di grappa e l’anima prende consolazione. Mi dice che forse dalla via del mare, se hanno liberato la strada dai tronchi degli alberi, si può passare. Lui non prova nemmeno, non c’è spazio per fare manovra. Aspetta. ‘La notte, qui’. Lo lascio con un gesto di intesa. Lui alza la mano e la cenere della sigaretta vola via. Fra lampeggianti e piste di neve ai bordi della passeggiata a mare arrivo in una Livorno deserta.

Ore 20
Infine, Monica. Come il tappo di una grande vasca, le auto si liberano. Scompaiono in qualche anfratto a me sconosciuto. La strada è un deserto. Livorno è un deserto. Ingresso dalla zona del porto e delle industrie. Un capannello di camionisti di camion-cisterna. Pozze di acqua sporca. Schizzi di qualcuno che passa troppo in fretta, mura che impediscono di vedere il groviglio di tubi e di edifici delle fabbriche. Entrare a Livorno assomiglia ai primi passi nella periferia di Bagdad. Un mondo in guerra perenne. Ha, devo ammetterlo alla mia anima malata, una sua fascinazione. Lascio che sia l’asfalto bagnato a guidare la mia macchina. Il paesaggio cambia: l’orrore urbanistico di questa periferia industriale lascia spazio, in un disonesto gioco del contrappasso, a mura medicee, banchine medioevali e alla bellezza dei lungomare liberty. Conosco le architetture del Bagno Pancaldi e della Terrazza Mascagni. So che le sue pietre, lavorate con maestrie da manovali più che esperti, sanno di mare. Qui vive Monica. Le finestre della sua casa danno su questo mondo. Ho conosciuto Monica appena una settimana fa. Un gioco di coincidenze e talismani che allacciano la Palestina al mondo andino del Nord dell’Argentina per approdare in una casa sul mare a Livorno. E non mi sono smarrito a seguire queste tracce. So ritrovare la casa di Monica (non è difficile). E la sua porta di apre, nonostante sbagli a suonare il campanello. Sapevo che questa casa era perfetta per viverci. Si sentono, nella notte, le onde correre sulle banchine, se ne immaginano gli spruzzi altissimi. Sembra di avvertirlo il mare attorno a questa casa.
Dovevano esserci amici a cena. Ci sono due orate. Questa giornata è una meraviglia. Le orate sono per me. Mi aspettavano. Sei ore per arrivare da Piombino a Livorno. E’ stato un grande venerdì 17.