martedì 28 maggio 2013

Domenica del Maggio di Accettura/Il giorno della Grande Festa


La bassa musica di Accettura

Ci si ammucchia sui camion che salgono verso la foresta di Gallipoli-Cognata. Bisogna tagliare la Cima, conoscere la sposa. I musicisti, pigiati sul cassone, suonano Antoine....'tu sei bello....'

Quando io sono sola con te...

I ragazzi esibiscono le loro magliette. Mettono in mostra le scritte. 

Il taglio della cima


E ancora una volta si sale al bosco. Il primo colpo di accetta del capo della Cima



La discesa della Cima


Poi la discesa a precipizio. I volti sudati, l'orgoglio della fatica.

Il corteo del Maggio

E, da Montepiano, nelle stesse ore, si muove il corteo dei buoi: il Maggio, lo sposo va verso il suo destino.

Don Peppino

La messa nel bosco. La devozione dell'uomo che muove il corteo dei buoi.

Pic-nic


La pastorale cuoce per ore e ore. In attesa del più grande pic-nic dell’anno.

La musica

La Cima in paese

Il gran ballo della Cima


Al tramonto la Cima irrompe nei vicoli del paese. E' una corsa da tumulto.

L'ultima discesa del Maggio


Il Maggio scende in paese con la corsa dei buoi nell'ultima discesa. 


La notte della Cima

Equilibrismi fra le fronde della Cima. Si scalano le mura delle case, ci si aggrappa a davanzali pur di issare l'agrifoglio. La festa è un urlo raggiante di felicità. Questa volta guardo da un balcone, la vecchia casa del prete.

Corteo trionfale

In fine, corteo trionfale per i cimaioli e i maggiaioli. 


Che la notte sia stremata e felice. Che sappia di tarantella, di birra, di chiacchiere al bar, di grigliate davanti alle macellerie

sabato 25 maggio 2013

Marco Aime & Francesco Guccini/ 'Cinque anatre in volo verso Sud'





Hanno la stessa stazza. Alti e pesanti. Marco, 57 anni, antropologo di culto, e Francesco, 73 anni, cantante, poeta e scrittore. Francesco è capace di lasciare la sua malinconia immusonita nel wine-bar di piazza del Duomo di Pistoia e dona ironie, nostalgie e storie alle mille persone che si affollano nel tendone bianco montato a fianco della cattedrale. Marco, felice come non mai, si gode la chiacchierata con quel cantautore che è stato (ed è ancora) la colonna sonora della sua vita. Anno 1971, Marco convinse un gruppo di amici a farsi chilometri a piedi pur di ascoltare quel cantautore di cui conosceva una sola canzone, Incontro. Anno 2013, sera piovosa di una primavera che non vuole essere tale, avviene davvero questo incontro ai ‘Dialoghi sull’uomo’, storie di antropologie attorno al viaggio.





Viaggiatore immobile come Salgari, Francesco? Confessa: ha visto il mare a 12 anni (gita della parrocchia di Pavana al santuario genovese della Madonna della Guardia), è salito su un aereo a trent’anni (la sua America, mito che, dopo quel viaggio, quasi si infranse, fino a dissolversi poi nella guerra del Viet-nam), è stato quattro volte a Barcellona e due a Cabo de Roca, in Portogallo, il punto più occidentale d’Europa (già, la bambina portoghese). Andò a Roma solo a 31 anni. A Milano a 26. E’ stato anche in Argentina e, in molti, abbiamo pianto, con il tango di quella canzone sospesa. Francesco è generoso, ma smonta le nostre illusioni: solo ragioni metriche stanno dietro la Statale 17 (ma lui in autostop se ne è andato per mesi e mesi) a e la ragazza dell’autogrill non è mai esistita. E’ vero: doveva essere ‘bionda senza averne l’aria’ e non poteva che essere un miraggio di mestizia, un sogno impossibile. Francesco lascia un nichel di mancia e se ne va.


Marco afferra Amerigo, Cristoforo Colombo, Bob Dylan, Gulliver. Costringe Francesco, sempre diviso fra la pigrizia appenninica, il desiderio di tornarsene di corsa a Pavana (appena dietro le montagne) e la involontaria adrenalina di un palcoscenico dove raccontare sé stesso, a viaggiare sul serio. E lui lo fa: confessa che sta leggendo l’epopea urticante di Limonov, che ha invidiato Hugo Pratt e i marinai che hanno ‘scoperto’ le Americhe: ‘Quelli erano veri viaggiatori. Noi siamo turisti’.


Marco, con bravura, ricorda le parole che Francesco è stato capace di mettere nelle sue canzoni. Parole come ‘parietaria, policentro attrezzato comunale, anfesibena’…e di citare Roland Barthes, Shopenhauer e la Weltanschauung.




Io ho due pensieri: Guccini è vecchio (che Dio mi perdoni), ma continuo a immaginarlo su un piccolo palcoscenico di un teatro salesiano di Firenze (anch’io, Marco, ho la mia prima volta, nello stesso anno) con accanto un fiasco di vino. Sì, gli ‘eroi son tutti giovani e belli’: i ragazzi a Pistoia sembrano non accorgersi dei suoi anni e della stanchezza dei suoi occhi e lo adorano. Lo circondano d’affetto e entusiasmo e lui, spaventato, fugge a Pavana.


Alla fine, davvero, si mettono in volo le ‘cinque anatre’: vanno verso Sud, una dopo l’altra cadranno, non finiranno il loro viaggio. Solo una riuscirà ad arrivare: ‘Quel suo volo di certo vuol dire che bisognava volare’. Altre cinque anatre stanno ora per spiccare il loro volo. Che ci siano altre Thule. Che siano sempre le ultime. E anche le prime. (a.s.)

venerdì 24 maggio 2013

Sabato del Maggio di Accettura/Il viaggio del Grande Albero



L'arrivo dei buoi


Il tempo bello autorizza la lentezza dei gesti: ci sono ore di sole davanti, uomini e animali si regalano il giorno.



Il Grande Albero

Oggi, sabato di Pentecoste, si traina il Maggio, il Grande Albero, fuori dal bosco.



Gli uomini dei boschi


Quest’anno il cerro, il Maggio, è ben dritto. Un bell'albero. Ventotto metri. Ne rimarranno 26 metri dopo i lavori dell’innesto.





La marcia del Maggio


La marcia dei buoi nel bosco di Montepiano è lentissima.

Le attese

Vi è chi ha nostalgia di quando l’albero arrivava alla prima strada solo grazie alla forza degli uomini e una carrucola a mano.


ll tempo del cibo

La bassa musica ed Ernesto


 Al tramonto, un tramonto dolcissimo e dalla luce perfetta, si stendono le tovaglie sul prato. E’ l’ora del cibo. Del vino. Dell’abbondanza.

mercoledì 22 maggio 2013

Il Maggio di Accettura, venerdì/Voglia di festa


Duemila zeppole da friggere

Voglia di festa al paese.
Impazienza dei giorni del Maggio.
Quindi, notte di venerdì: si esce con le bande dopo il vino, i salami, il formaggio e i baccelli.

Corteo notturno dei buoi

La musica di mezzanotte


E le donne del Maggio friggono duemila zeppole e un quintale di baccalà. 

La pasta delle zeppole

Friggere

Le zeppole

Accettura, 17 maggio

giovedì 16 maggio 2013

Tinissima

                                 



                                      



Su uno scaffale della mia libreria si trovano i libri importanti. Le storie che vorrei avere con me in ogni casa mi trovassi ad abitare. Ho controllato: vi sono nove libri attorno a Tina Modotti. Alcuni sono biografie. A volte sono lavori mediocri; molte pagine, invece, mi hanno emozionato. Perché Tina pone domande. Perché non ha risposte. In questo, potrebbe essere figlia del Messico contemporaneo, il paese dell’enigma zapatista. Tina mi ossessiona. Da quanto la incontrai per la prima volta trent’anni fa.
Il mito di Tina è ingombrante. In realtà dovrei sbarazzare lo scaffale dalle biografie. Per incontrare la donna, l’artista, la fotografa. Per trovare Tina che amava la vita e voleva cambiare il mondo. Devo scartare, senza dimenticare, la sua sensualità, la sua bellezza, la sua rivoluzione sognata. E rimanere assorto di fronte alla sua ansia vitale.






Assunta Adelaide Luigia Modotti, nata a Udine nel 1896, figlia di un meccanico e di una cucitrice, una famiglia friulana destinata all’emigrazione, ha vissuto nei primi straordinari decenni del ‘900.Tinissima la chiamava sua madre. A diciassette anni, nel 1913, attraversa l’oceano per raggiungere il padre in California. ‘Tina non è un’intellettuale, ma è fatalmente disponibile a sperimentare la vita’, scrive di lei Valentina Agostinis, attenta osservatrice del cammino artistico di questa donnaspeciale. A San Francisco lavora come sarta, ma, ben presto, diventa attrice nella prima Hollywood. Incontra un mondo di poeti, artisti, pittori. E fotografi. Sono cenacoli selvatici di intelligenza e inquietudini. Tina ne è contagiata. Cerca una sua direzione. Con ostinazione. E’ bella, guapissima, sa sentire il suo corpo. Segue, con istinto, l’amore. Incontra Edward Weston, pioniere della fotografia di inizio secolo. E’ una passione che non conosce ostacoli. Né il precoce matrimonio di Tina con un malinconico pittore, né i quattro figli di Weston impediscono una storia appassionata. Tina ed Edward vanno in Messico. E quel paese è la loro meraviglia, il loro stupore. E’ la vita che cercavano. Tina non potrà mai dimenticare l’immensità di quel paese, i suoi vapori ardenti, i fiori che divorano la terra, le notti che laggiù hanno colori e intensità. ‘Niente si può nascondere sotto questo cielo crudele e senza nubi’, annota Weston e fotografa tutta la bellezza di Tina sul terrazzo di una casa de Ciudad de Mexico. Il Messico divampò, con tutta la sua forza, nel cuore di Tina. Weston, forse, ne fu così spaventato che dovette scappare via da questa intensità incontrollabile. Tina rimase. Erano gli anni di Diego Rivera (Tina posò per lui, forse ne fu amante), di Xavier Guerrero (Tina visse con lui), dei muralisti, della grande rivoluzione del primo Zapata, di Frida Khalo. Conosce D.H.Lawrence e John Dos Passos. Il Messico accoglieva gli esuli di ogni sconfitta. Tina è attrice di questo palcoscenico eccitato. E’ fra le donne che provano a capovolgere il mondo. Ha addosso l’elettricità disperata di quegli anni. Tina sa interpretare, con le sue foto, l’anima profonda del paese. Ha imparato la tecnica da Edward, ma più di lui ha uno sguardo che sorprende. I suoi occhi vedono qualcosa che altri non riescono a percepire. Le sue fotografie, poche, pochissime (molte sono andate perdute, la sua storia fotografica, in fondo, dura appena sette anni), lente, studiate a lungo, raccontano, rivelano. Guardo le mani del campesino poggiate su un badile e ritrovo la fatica del mondo dei contadini. Guardo le linee intrecciate dell’interno del campanile di Tepotzotlàn e vi vedo l’astrazione perfetta. Osservo il corpo nudo di Tina, fotografato da Edward, e mi sorprendo sempre della sua vitalità dirompente. E’ elettricità, Tina. Mi soffermo davanti alla foto di due calle, la luce è straordinaria, in questa immagine vedo la naturalezza dell’erotismo.

Le mani del campesino
Se Weston se ne va (se ne pentirà? Molti anni dopo, il suo diario è ancora colmo di parole di amore per Tina e per quel paese), Tina vive il Messico. Tina affolla la sua vita. Di arte e di parole, di amori e di passione. Non passa immune attraverso il suo secolo, Tina. Vive la tragedia del trotskismo. Diventa comunista, rivoluzionaria. Sacrifica la fotografia alla militanza. Il suo nuovo compagno, Julio Antonio Mella, comunista cubano, viene assassinato mentre è al suo fianco. Attraversa l’esilio, sfugge al fascismo italiano, va Mosca e vive l’incubo dello stalinismo (il suicidio di Majakoskij..), combatte in Spagna. Si perde, Tina. L’Europa non possiede la ‘dannata luce del Messico’. Non si può vivere senza quella luce. I tempi non hanno pietà per chi ha offerto al mondo la sua fragilità. Robert Capa, il grande fotografo, cerca di salvarla: ‘Riprendi in mano la macchina fotografica’, cerca di convincerla. Ma Tina ha chiuso le porte della sua vita passata. E la fotografia ora si è fatta veloce e lei ‘non è aggressiva’. Ha bisogno di un lentezza che non è più possibile. La storia terribile del ‘900 graffia a sangue la sua vita. E’ sfinita. Torna ancora in Messico, ma non cerca la sua vecchia gente. Torna per morire. In un taxi. Sola e solo a 42 anni. Sulla lapide della sua tomba, al Panteòn de Dolores, è Pablo Neruda a incidere parole: ‘Tina hermana, no duermes, no, no duermes…puro es tu dulce nombre, pura es tu fragil vida…’





(mi dicono che la lapide incisa con le parole di Neruda non c'è più al cimitero del Panteòn a Ciudad de Mexico. Ma la tomba di Tina è là)