martedì 11 settembre 2012

Nel bosco di Tricarico


Tricarico






Ho sempre pensato che Tricarico non esistesse. Un luogo immaginario. Un pianeta da Piccolo Principe. Nei primi anni ’70, a quel tempo ascoltavamo i Beatles e i Rolling Stones, a Firenze apparvero organetti, fisarmoniche e tamburelli. E, mi dicono, un nuovo modo di suonare la chitarre. Antonio Infantino studiava a Firenze e invece di seguire gli Scarafaggi si inventò i Tarantolati. Veniva da questa misteriosa Tricarico. La sua musica faceva muovere gambe e cuore. Veniva davvero da un altro pianeta, Infantino. Non sapevamo nulla di Rocco Scotellaro e delle maschere. E se lo avessimo saputo, avremmo avuto la conferma che quel pianeta era abitato da gente leggendaria. No, ne eravamo certi, Tricarico non esisteva.

La voce di Beppe

E anche quando, qualche anno fa, ho cominciato a viaggiare per la Lucania, ho evitato, quasi con cura, di andare a vedere se Tricarico fosse o meno un paese reale. Come volevano convincermi quei cartelli lungo la strada Basentana. Era una terra mitica, Tricarico.

Nel bosco
Rocco

Poi una sera, merito della testardaggine di amici tricaricesi (Loredana, Rocco, Antonio…loro sì, sono apparsi all’improvviso in quel luogo che fa miracoli che è Matera), mi ritrovo in un bosco. So che Tricarico è vicina. Ho persino visto questo paese allungato, come un dragone, su una collina.
Rocco accende un grande fuoco. Adele canta fra gli alberi. Daniele suona il tamburello. Beppe legge, con voce che mi sorprende, sotto la luce di una lampadina che appare un lampione. Carmine trova vecchi cd e dà vita un sottofondo di musica che sembra essere suonata da elfi della foresta. Antonio ed Elisa sfidano ogni legge di gravità riuscendo a scivolare, nel loro irreale tango, sulle pietre di una rotonda rurale. E io, a Tre Cancelli, alle porte di Tricarico, racconto di Ernesto Guevara. Se questo non è un sogno…

Adele e Daniele

Lorendana

Per convincermi che Tricarico esiste, mi hanno portato in una piazza e mi hanno fatto sedere ai tavoli di un bar. Poi mi hanno detto di leggerne l’insegna. Si chiama La Poderosa. Sobbalzo. La motocicletta di Latinoamericana è arrivata in Lucania. La Norton 490 sulla quale Mial Alberto Granado e Che Ernesto Guevara, giovani ansiosi di vita, cominciarono il loro viaggio per la Maiuscola America. Mi ritrovo ai Tre Cancelli a parlare del piccolo libro In viaggio con il Che, edito da Terre di Mezzo, mentre l’estate finisce. I ragazzi che sono venuti ad ascoltare, per la prima volta, indossano giacchette e maglioncini. E’ piacevole l’aria del bosco.

Carmine

Strane sensazioni. Un bosco, un fuoco, la sera, un aperitivo forte, la danza e la musica, la voce di Beppe, il cibo. Rocco che dice: ‘E’ tempo di andare in Argentina’. I piccoli libri escono dalle librerie e camminano fra gli alberi. Penso alle foreste andine. Alle notti passate da Alberto ed Ernesto sulle sponde dei grandi laghi attorno a San Martin de los Andes. Penso alle coincidenze. A questo viaggio in Lucania che non vuole finire. Ai libri di cui abbiamo raccontato fra i Sassi di Matera e i boschi di Tricarico. Penso che le icone di queste montagne sono Padre Pio ed Ernesto Guevara. Le statue del santo taumaturgico sono ovunque in questi paesi. I ricordi di Ernesto Guevara sono nel bar del Popolo ad Accettura e nel bar Zamby’s a Pietrapertosa. A Tricarico c’è addirittura il bar La Poderosa. Quanti amici ho, da queste parti, che hanno un tatuaggio guevarista scolpito sul braccio o su un polpaccio?

Le parole


La sera di Tricarico, l’ultima di questa strana rassegna di libri delle Terre di Mezzo (nome non fu mai così appropriato), si fa dolce nella musica, nel cibo, nel vino, nel fuoco. Alberto ed Ernesto rimettono in moto la vecchia Norton. Che ha trovato nuova energia fra queste montagne. Spariscono nella notte. Non so dove siano diretti.

Il ballo di Antonio ed Elisa


Antonio ed Elisa danzano il loro tango sulle note di Comandante Che Guevara.
Tricarico, 8 settembre

lunedì 10 settembre 2012

La Festa della Bruna/L'ebanista

Angelicchio Chico


Attorno al piccolo tavolo, ci sono le ceramiche di Peppino. Il laboratorio dell’artigiano materano è un buon posto per incontrare Angelicchio. 85 anni. Piccolo e magro. Dalla memoria formidabile. Ebanista. Non è un semplice falegname, Angelicchio. Ha costruito, per tutta la vita, mobili. Ha fabbricato porte, cassoni per il grano, bare. ‘Il falegname mette chiodi, un ebanista sa lavorare il legno’, mi spiegano. Angelicchio è una delle storie invisibili della grande Festa della Bruna, la Festa di Matera. Dal 1952 allo scorso anno, ha costruito gli scheletri dei Carri Trionfali che, durante oltre mezzo secolo, hanno trasportato la Madonna della Bruna nella processione finale del 2 di luglio. Carri destinati alla distruzione rituale nella piazza centrale della città. Solo fra il 1961 e il 1969, Angelicchio passò la mano. Tira le somme l’ebanista: ha fabbricato lo scheletro di ben quarantanove carri. Per quaranta ha lavorato in solitudine. Negli ultimi anni, ha aiutato Eustacchio. Anche quest’anno, i nuovi costruttori, i Daddiego, hanno chiesto consigli al vecchio architetto delle ‘architravi’ del carro. ‘E’ sempre stato un orgoglio lavorare al Carro’, dice Angelicchio.


Angelicchio


Gli ebanisti del Carro Trionfale sono personaggi sconosciuti. La gloria pubblica è dei cartapestai che ne costruiscono la meraviglia barocca. Ma senza questi falegnami il Carro non esisterebbe.

Aveva 24 anni, Angelicchio, nel 1952. Fu un cartapestaio celebre, Ciccillo Pentasuglia, a chiedere la sua collaborazione. ‘Ma si era sbagliato. Credeva che avessi esperienza – ricorda – Non era così. Non sapevo niente del Carro’. ‘Te la senti?’, insistette Pentasuglia. ‘Me la sento di lavorare’, rispose il giovane. Ammette: ‘Quell’anno feci più che altro il garzone. L’anno successivo, lavorai da solo. Pentasuglia veniva a vedere e annuiva in silenzio’.

Il tavolo attorno al quale parliamo si affolla. Il Carro Trionfale è storia seria a Matera. Ognuno mette passione nelle sue domande.
Il Carro viene distrutto dalla folla nella notte del 2 luglio. Si salva soltanto lo chassis e l’ossatura. ‘Quando cominciai, il Carro aveva le ruote di legno. I semiasse erano di leccio. La sua ossatura era vecchissima. Ogni anno la lavavamo con la calce bianca. Nel 1956 fu deciso di cambiare. In Puglia comprammo lo chassis di un camion Calabrese. Togliemmo le gomme dai cerchioni’. Perché la gente di Matera vuole sentire il carro arrivare, vuole il fragore metallico delle ruote di ferro sulle chianche, le pietre bianche del Piano dei Sassi. La Festa della Bruna sono anche i suoi suoni, i suoi rumori, le sue grida.

Il carro trionfale


A metà marzo, Angelicchio prendeva un mese di ferie. Ogni giorno si alzava alle quattro del mattino. Andava a piedi lungo la strada di campagna che, allora, collegava i Sassi al cantiere alle spalle della vecchia chiesa di Piccianello. ‘Ho sempre avuto qualche guaio di salute – ricorda l’ebanista – Ma a marzo stavo benissimo. In perfetta forma. ‘Maestro, ha ripreso colore’, mi dicevano’. Nel 1972 capitò che si cominciasse a lavorare a maggio. Fu una corsa contro il tempo. Quattro settimane per costruire lo scheletro, le torri, i pilastri, i sostegni dei bassorilievi e il meccanismo meccanico che alza e abbassava la statua della Madonna. A quel tempo, i lampioni della città erano sostenuti da cavi. Erano necessarie tre persone (due manovali e un frenatore) per azionare il rullo che consentiva alla Madonna di salire e scendere ogni volta che un cavo elettrico si avvicinava.

La 'terra' di Matera


‘Riandavo al Carro quando il lavoro dei cartapestai era quasi finito. C’era da sostenere i pupazzi’. Erano le grandi statue di queste presepe viaggiante. ‘Il carro doveva essere largo al massimo due metri e ottanta. L’arco che conduceva alla piazza della cattedrale era tre metri e venti’. Bisognava essere artigiani certosini. L’urbanistica dei Sassi dettava le misure del Carro. Rimanevano appena venti centimetri per lato. L’auriga tratteneva il fiato quando si avvicinava l’arco della cattedrale. E le torri del Carro non potevano essere più alte di quattro metri e mezzo.

I cieli sopra Matera


Nel 1996, alla vigilia della Festa, per un brutta storia di pizzi (Matera si rifiutò di pagare la protezione del Carro. La malavita pretendeva 24 milioni di lire), il Carro stesso venne bruciato. In tre giorni Angelicchio e i cartapestai riuscirono a far sì che potesse intraprendere comunque il suo viaggio.

Ha visto cambiare le tecniche della cartapesta, Angelicchio. ‘Quattro cambiamenti di lavorazione per i rivestimenti’, dice. Negli anni ’50, Pentasuglia utilizzava la carta dei sacchi di cemento. Solo negli anni ’70 cominciò a essere usata la carta di giornale. ‘Solo le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno. Quelle del Corriere della Sera non funzionavano’, spiega. Poi vennero i tempi del cartoncino e del cartongesso per coprire le intelaiature. I materiali del cartapestaio, da alcuni anni, condizionano il lavoro dell’ebanista. Cambiano le colle: ‘Quelle di farina fanno venire i vermi dopo un po’ di tempo’.

‘C’era un ultimo compenso per l’ebanista – ricorda Angelicchio – all’auriga spetta di diritto il rostro del Carro. A noi spetta la porta della torre dove sale la Madonna’.
Matera, 6 settembre











mercoledì 5 settembre 2012

Pallottoliere sulle sponde del Nilo


Mohamad Morsy (da ilfoglio.it)


Pallottoliere sulle sponde del Nilo.
Metto in fila solo notizie (trafiletti che riempiono le pagine, in realtà) apparse sui giornali.

L’undici di agosto, il presidente egiziano Mohamad Morsy, uomo dei Fratelli Musulmani, riceve l’Emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani. Il nuovo, vero protagonista degli equilibri mediorientali e mediterranei, un musulmano wahabita, se ne va dopo aver promesso di lasciare nei forzieri della Banca Centrale egiziana due miliardi di dollari. ‘Per rafforzare l’economia’, spiega l’Emiro.

I qatarini non devono mai riposare: i banchieri della Qatar National Bank stanno trattando l’acquisto della filiale egiziana della Sociètè Generale francese, seconda banca privata del Cairo. Comprarla tutta costa 2,8 miliardi di dollari. Doha ne vuole appena il 77%.

A fine agosto, l’instancabile Morsy vola a Pechino con ottanta uomini di affari. Se ne torna a casa con un’altra promessa. La Cina investirà tre miliardi di dollari nei prossimi due anni in business egiziani.

Gli Stati Uniti, alleati storici e privilegiati dell’Egitto, si prendono paura. Si affrettano a promettere la cancellazione di un debito per un miliardo di dollari. Come parte di un pacchetto di aiuti ‘per rafforzare la democrazia’ (sono meno diretti dei qatarini). In più Washington preme sul Fondo Monetario Internazionale perché acceleri le pratiche per aprire un credito da 4,8 miliardi di dollari al governo dei Fratelli Musulmani (altre fonti dicono che i miliardi sono 3,2).

I sauditi ci fanno la figura dei parenti poveri. A giugno si erano limitati a versare nelle casseforti egiziane appena 430 milioni di dollari.

Non voglio fare le somme. E’ che questo accade in un paese dove solo il 10% della popolazione ha un conto corrente.
Matera, 5 settembre


domenica 2 settembre 2012

Viggianello.4/E, alla domenica, gli uomini alzarono l'albero


Le mani sorreggono la Cuccagna

‘Se cammini, entriamo assieme in chiesa’. Il capo ha fretta, è l’ultimo giorno, accelera il suo passo lungo la salita del Corso. Oggi deve alzarsi la Cuccagna. E’ lavoro per gente che sa usare motoseghe e forza, leve ed equilibrio. Bisogna andare in chiesa a prendere la Rocca, la Cima, l’abete. Ha passato la notte tranquillamente distesa nella navata della chiesa di Santa Caterina, basilica madre di Viggianello.


La Rocca nella chiesa di Santa Caterina

Messa al mattino. Poca gente in chiesa. C’è la famiglia del capo. Don Francesco parla con voce sommessa. Strana cerimonia con quell’albero al centro della chiesa. Finisce la messa, è come una piccola scossa elettrica. Grida per San Francisco, un canto e poi i ragazzi afferrano la Rocca. Deve fare il viaggio inverso a quello della sera precedente. Percorre nuovamente il piazzale della chiesa, ruota su se stessa per risalire la il vicolo-scalinata che conduce al Corso. Qui compie un’altra manovra spericolata per districarsi nella curva a tornante della strada principale del paese. Poi la strada è in discesa, passi svelti e impazienti fino al piazzale dove aspetta la Cuccagna.

La Rocca lascia la piazza della chiesa

La fatica degli uomini

Il Capo osserva le manovre dei rocchisti

La marcia della Rocca

La marcia della Rocca


Mattina di lavori. I buoi danno mano a un ultimo spostamento dell’albero. C’è una buca nel piazzale che lo aspetta. Là dovrà essere innalzata la Cuccagna.
E’ tempo per l’innesto. E’ un incastro complesso. Lavoro da boscaioli esperti. Viene scavata una scalanatura alla cima della Cuccagna. Qui dovrà incassarsi la Rocca. Per la prima volta, dopo decenni, i boscaioli di Prastio lavorano assieme alla gente di Torno. La Pace del Pollino ha retto alla prova della Festa. Gli uomini delle due contrade, rivali per decenni, si passano la motosega, si danno consigli, si aiutano. Danno a turno colpi di mazza. I caporali osservano in silenzio. Sono codici di paese, difficili da comprendere da chi viene da fuori. I lavori hanno trovato il loro ritmo.

Innesto della Rocca nella Cuccagna

Ultime manovre con i buoi

Si 'lega' la Rocca e la Cuccagna

Gli uomini incrociano legni di faggio, costruiscono quattro forche. Sono le leve robuste che dovranno innalzare la Cuccagna. Non posso crederci: l’albero verrà sollevato a mano, metro dopo metro, solo con la forza delle braccia. Ora i paesani si fanno sotto la Cuccagna, fanno le prove dei loro muscoli. E’ lo sforzo di un paese. E’ fatica da titani. Solo uomini in gioco. Si infilano piccoli tronchi sotto la Cuccagna. Fulcri sui quali l’albero poggia sollevato da terra. E’ lavoro da maestri.

Si solleva la Cuccagna

La fatica del paese

La Rocca 'fiorita'

Si alza la Cuccagna

Centimetro dopo centimetro

Il caporale di Prastio dà ordini. Fa tacere la banda. Bisogna ascoltare i comandi. Questa Festa è senza musica. C’è tensione. La prima forca si alza a sostenere la Cuccagna. Gli uomini ubbidiscono alle grida del capo e di suo fratello. Avanti con la prima forca, poi la seconda. La quarta arriva quando l’albero è già a quarantacinque gradi. I paesani si affannano sotto il peso della Cuccagna. L’albero, diretto da un intreccio di corde, si alza centimetro dopo centimetro. La Cuccagna ondeggia, cigola, dà qualche brivido. Un’ora per tirarlo su con lentezza emozionata. Un’ultima spinta, uno scrollone, un contraccolpo. L’albero è in piedi. Qualche timore. Oscilla. Si ferma. E’ stabile. Poi, in un momento, va tutto a posto. La Cuccagna è stata guidata dentro la piccola fossa. Si incastra alla perfezione. L’albero punta al cielo. Il costone delle case di Viggianello fa da corona aerea alla Cuccagna. Il lavoro non è finita, colpi di mazze per consolidarne le ‘fondamenta’.

Si alza l'albero

La Cuccagna a mezz'aria


E' quasi fatta....
Si lavora alle 'fondamenta'


L’albero, con la sua cima infiorata dalle stelle filanti, è bellissima. C’è felicità liberatoria fra i paesani. Di nuovo abbracci, birra a casse, grandi sorrisi. Niente lacrime, questa volta. Un vecchio si avvicina al sindaco si passa la mano sulla guancia, porta il dito all’occhio. Un segno. ‘E’ stato magnifico’. Uno sguardo per intendersi. Guardo Franco e Giuseppe, i capi di quelli di Prastio e di Torno, scambiarsi un brindisi con due bottiglie di birra Peroni. Gesto quasi timido. Forte come una stretta di mano.

L'albero è in piedi. Quasi

L’albero rimarrà in piedi fino all’anno prossimo. Sarà abbattuto solo pochi giorni prima dei giorni della nuova Festa. Il suo legno verrà messo all’asta. Fine di un ciclo annuale. Solo allora i boscaioli di Viggianello riprenderanno il cammino di Zà Perna e del colle dell’Impiso. Allora, si ricomincerà. Da sempre. E per sempre.

L'albero rimarrà in piedi per un anno

Vado via nel tempo della controra. Non rimango per la processione e il tempo religioso. Me ne dispiace, ma devo partire. I saluti ora hanno fretta. La gente va a tavola. Questa volta ci si trova in famiglia. Tempo di intimità, per i familiari più vicini. Per raccontarci la storia della Festa. L’albero è solo. Giù, nel piazzale.

Vigggianello, 26 agosto