giovedì 5 dicembre 2013

Il guardiano di Debre Tsion

Abraha

‘Per quanto tempo rimarrai qua?’. L’uomo ci ha seguito in silenzio. Fino alla porta della chiesa. Poi si è appoggiato al bastone. Il gomito sul legno, la mano a sorreggere il viso che scivola fino alla fronte. Nelle campagne di Etiopia gli uomini assomigliano a trampolieri. Incrociano le gambe, stanno in piedi un po’ inclinati piantando bene il bastone per terra. Sono immobili. 
Ha 56 anni, Abraha. Questa volta il suo volto mostra la sua età. Faceva il contadino. Nella piana di Gheralta ha lasciato una capanna, una moglie, alcuni figli, i campi da lavorare. Quattro anni fa ha deciso di salire fino alla chiesa di Debre Tsion. E’ una delle più belle chiese rupestri del Tigray, regione del Nord dell’Etiopia. Ci si arrampica per un’ora (passi da occidentale) prima di raggiunge il balcone di roccia dove è stato scavata la chiesa. Abraha ne è il guardiano. Ha scelto di essere il guardiano. 'E' volontario', mi dicono, ma sospetto che questa non sia la parola in tigrino. 

Non so perché Abraha, a un certo punto della sua vita, abbia fatto questa scelta. Non chiedo. ‘Ho deciso che fosse così’, mi traducono. Non ha un salario. Come cibo solo la ‘njera, la focaccia acida di questi altopiani, con sopra un po’ salsa. Nessuno, da queste parti, ne farebbe a meno. Dorme in loculo in muratura, un pagliericcio sopra un rialzo del pavimento in terra. Una donna, una monaca, forse la vedova di un prete, macina le granaglie che i fedeli portano fino alla chiesa e prepara l'impasto. Il prete sale solo alla domenica o quando ci sono turisti da accompagnare. ‘Solo Dio sa quanto resterò qui’. E poi, senza che io chieda, aggiunge: ‘Non sto cercando niente, ho deciso senza alcuna ragione. Se cerchi qualcosa sei sulla strada sbagliata’. Vorrei essere sorpreso, mi domando perchè non mi stupisco di queste parole. Abraha, a volte, scende fino al paese. Va a trovare moglie e figli. Poi risale.

Vorrei parlare la tua lingua. Non esiste possibilità di un vero scambio di parole. Rimarrebbero comunque senza un sapere. Come ti dobbiamo sembrare noi, stranieri, che saliamo qua per il piacere di farlo e paghiamo per visitare la tua chiesa, paghiamo una guida, un autista, un prete e chi ci sorveglia le scarpe? Non ti sei mosso di un metro da quando siamo arrivati.
Ti fotografo. Alla fine, come sempre, ce ne andiamo. Allora sposti la mano, cambi il peso sul bastone, allunghi un poco le dita. Fai il gesto del denaro. Non lascio un solo birr. E mi porto dietro un rimorso.


mercoledì 4 dicembre 2013

Il tè di Mohammed

Mohammed nel 2007
 
Il viaggio sta finendo. E allora posso barare un po’. Ogni volta che risalgo il vallone del torrente Saba mi fermo da Mohammed. Mohammed Tchai Tchai fu il primo afar che incontrai nei confini della loro terra. Questa è una storia di molti anni fa. L'ho già scritta, la ricopio:

‘Albeggiava, quando, anni fa, per la prima volta, arrivai alla sua acacia. Aveva i capelli lunghi come un hippie di altri tempi. Curiosi riccioli ondulati che non si aggrovigliavano, ma scendevano fin sulle spalle. Era fatto di spigoli, Mohammed. Aveva occhi mobilissimi e irriverenti. Un sorriso stranissimo e perenne. Il cielo si era appena schiarito, il tè era già pronto. Venivamo da Berhale. A piedi. Eravamo partiti che era ancora buio pesto. Mohammed ci sorprese. Un miraggio. Sotto l’acacia c’erano le braci di un fuoco, tre sassi come sedili, tazzine di plastica colorata. Appesi all’albero i sacchetti del tè, dello zucchero, della farina di teff. Una burra poco distante. La sua famiglia dormiva ancora. Mohammed era ed è uno straordinario barista. Questo era ed è ancora un bar. Il luogo più bello che, quel mattino, potessi immaginare. 

Mohammed nel 2010

Guardai con lentezza Mohammed. Lui sostenne il mio sguardo. Ci venne da ridere. Quest’uomo ci mise mezzo secondo a demolire decine e decine di stolti libri che dipingevano come feroci gli afar. Tirai fuori un articolo scritto da un cronista di successo: ‘Feroci come il deserto, spietati perfino con sé stessi, elusivi come una cupa leggenda’. Rialzai gli occhi e lo guardai nuovamente. Con premura mi invitò a sedermi e si mise a sfaccendare con tazzine e acqua bollente. Un paio di bambini uscirono dalla capanna. Clan familiare. Nomade stanziale. Bevvi il tè più buono della mia vita. Mi godetti il lampo di colori del cielo. Ero in pace con me stesso. Appallottolai il foglio di giornale con l’articolo e osservai, con soddisfazione, le braci dei carboni consumarlo tranquillamente. Chiesi a Mohammed se potevo fotografarlo. Fece un gesto con la mano e scomparve nella sua burra. Riapparve con una splendida camicia bianchissima made in China con su stampigliato un fantastico drago alato nero. Non aveva dimenticato il jile, il suo pugnale. Sul manico, aveva sistemato un fiore di plastica rosso. Un tempo, mi avevano spiegato, voleva significare un nemico ucciso, quel mattino mi apparve come un vezzo elegante. C’erano tre, quattro diaframmi di differenza fra la camicia e il suo viso. Lui si inginocchiò davanti all’ingresso della capanna, una mano appoggiata a un bel bastone’.

Mohammed nel 2012

Ogni volta che risalgo il vallone del Saba mi fermo da Mohammed. Costringo chi è con me a seguirmi fino alla sua capanna. Adesso è un piccolo patriarca: i suoi figli e i suoi nipoti si sono moltiplicati. E’ un accampamento familiare, il suo. Il suo viso si è affilato, le rughe hanno inciso gli anni. A volte si taglia i capelli. Ma, credo, che li preferisca lunghi. Ogni volta mi invita a rimanere per la notte. Prima o poi dovrò accettare. 

Quest'anno non ho avuto fortuna: Mohammed non era a casa. Era andato al paese. Una piccola fitta la cuore. Mi dico sempre che dovrei avvertire la sera prima. Ma sua moglie e sua figlia erano alla capanna-bar. Sua moglie ha schierato i figli da una parte della capanna e i nipoti dall’altra. Hanno offerto il tè. Come sempre il più buono del viaggio. Niente più tazzine di plastica. Ma quattro bicchieri barocchi: cristallo e fregi dorati, quasi delle brocche, segno di ospitalità. Abbiamo bevuto rumorosamente, lasciato le foto, un abbraccio, un andare, un restare. 

Sì, dovrò accettare l'invito a passare la notte. Accadrà?


martedì 3 dicembre 2013

Il maestro di Melabday


Mohammed

La scuola di Melabday, il ‘luogo del miele’, ha la nostra benedizione. Da qualche anno, lasciamo qua penne, matite, quaderni, perfino un mappamondo e lavagne che qualcuno di noi decide che è bene portare in questa solitudine.
Mi piace Melabday. Ho ricordi di questo villaggio. Qui finisce il nostro cammino nel canyon del Saba River. La nostra fatica trova riposo sotto due acacie. Vi arriviamo dopo sette ore a piedi. So che c’è una pozza di acqua calda per lavarci, una moschea, un bar con il frigorifero, un pozzo con una pompa indiana.
Ma deve essere accaduto qualcosa negli ultimi mesi. A sera non si accende nemmeno una luce: niente elettricità, mi spiega Mohammed, il maestro della scuolina. ‘Da otto mesi, la linea si è interrotta’. Il frigorifero è coperto da un telo. Al bar non c’è nessuno, solo la polvere. Anche il pozzo è deserto. Il muezzin non chiama alla preghiera. Mi spiegano che gli uomini sono quasi tutti a cercare oro.

Solo al mattino una pattuglia di bambini sgambetta verso la scuola. ‘Sono sessantotto’, mi spiega ancora Mohammed. Tre classi fra la prima e la terza. Il nostro mappamondo dondola sgonfio dal soffitto. Asfaw lo rigonfia. Mohammed ha 28 anni. Ne dimostra molti di più. Guadagna 850 birr, poco più di trenta euro al mese. Paga 150 birr di affitto per una capanna. Per fortuna, il suo paese non è lontano: sette ore di cammino al nostro passo. Ha studiato chimica, Mohammed. ‘Sono felice: vivo nella mia terra’.

Lo scorso anno, di primo mattino, i bambini si mettevano in fila per l’alzabandiera. Adesso la bandiera è accartocciata in una fessura del muro di cicca. Non c’è la corda per alzarla al palo di fronte alla scuolina.





domenica 1 dicembre 2013

Il cammino degli uomini del sale

Arhottati nel canyon del fium Saba

Ci sono abitudini in questi viaggi in Dancalia. Abitudini tranquille. Sicurezze, potrei dire. I primi due, tre chilometri della risalita del Saba River, ad esempio. Da qui le auto non passeranno mai, qui contano solo i piedi, questo è il cammino delle carovane del sale, degli arhottai, degli uomini che, da sempre, vanno nella depressione della Piana del Sale a prendere l’unico minerale che l’uomo può mangiare.

Abitudine, immutabile, è la borgutta, il pane del cammino. L'impasto di farina e acqua che si cuoce attorno a una pietra rovente. Poi il fuoco del bivacco a bruciarne la crosta. Pane duro. Adatto per giorni e giorni di un andare a piedi. Pane da inumidire nel tè. Dietro la Grande Pietra Rossa del canyon del Saba River, gli arhottai preparano la borgutta, bagnano le corde, riempiono le otri, sfamano i dromedari: li attende la Piana del Sale.
E allora non chiedo. Conosco le storie, le parole, gli sguardi, so del gioco delle mani che rotea l’impasto. Gli uomini delle carovane appaiono fragili come cartavelina, ma hanno muscoli tirati, flessibili, potenti. Wolde, un giorno, mi disse di avere sette figli. Cammelliere da almeno venticinque anni. Ogni anno ridiscende il canyon del Saba River almeno dieci volte. Vale a dire centoventi giorni di cammino davanti al collo di un cammello. Nella sua vita ha percorso cinquecento volte il canyon del fiume Saba. In discesa. E in salita. Le sue mani sono consumate dal sale e dalle corde. I cammelli hanno cicatrici là dove le funi scorticano la pelle. E gli uomini? ‘Nessuno dei miei figli dovrà fare questo mestiere’, dice Wolde. Silenzio. Faccio una domanda per spezzare un imbarazzo. Per non guardarti negli occhi. Pendolare biblico, Wolde. Una condanna? Una normalità?

Ho scritto la storia di Wolde mille anni fa. Hailè mi ripeterebbe la stessa cosa. Tutti gli uomini delle carovane sono Wolde. Come sempre, qualcuno del nostro gruppo cura la ferita sulla mano dell’uomo. Gesto di aiuto. Per la nostra coscienza. Noi andiamo. Da qualche tempo, ho preso l’abitudine di prendere la corda del primo cammello di una carovana e di guidarli per un tratto del canyon. Loro si lasciano condurre e gli arhottai mi prendono in giro. Questa volta ho trovato tre dromedari che si erano staccati dalla loro fila. Ho afferrato il cordino e ho cercato il cammelliere. Gli animali mi hanno seguito con docilità. L’uomo mi è venuto incontro, mi ha toccato la spalla. Non so come sdebitarmi con questi uomini.


giovedì 28 novembre 2013

Scopare ad Hamed Ela


Hamed Hela

Scopare ad Hamed Ela, villaggio dei cavatori del sale, in mezzo alla Dancalia, cosa trenta birr. Qualche centesimo in più di un euro. Un maestro di scuola, nelle campagne, guadagna 850 birr al mese, poco più di trenta euro al mese. Affittare una capanna ad Hamed Ela per metterci dentro un panchetto dove sistemare le tazzine per il caffè e un giaciglio per terra costa 500 birr al mese. Un letto slabbrato, di pelli di capra intrecciate o corde, per una notte, per un uomo dell’Etiopia, costa trenta birr. Per un turista, cento birr.

Tutto questo, i frenji, gli stranieri che sfidano il caldo soffocante della Dancalia (non è vero: il caldo qui ha qualcosa di complice con la tua pelle, e, se sei fortunato, a sera, si alza anche un brezza torrida e bella), non lo vedono. Forse lo intuiscono. Ma non lo vedono. Non hanno occhi per il lato oscuro delle Afriche. Non è colpa loro. Non sono qui per questo.

Otto anni fa, ad Hamed Ela, c’era una sola miss. Una ragazza tigrina dalla forme rotonde e un grande sorriso. Passavamo da lei per il caffè e ci trovavamo sempre gli autisti delle nostre macchine. La miss aveva seguito i pochi militari che l’esercito aveva spedito fino a qua. Allora Hamed Ela non era nemmeno sulle carte geografiche. Nemmeno GoogleEarth riusciva a scoprirla, era mimetizzata con il nulla. Poi sono arrivate le compagnie minerarie. Oggi qui c'è campo per i cellulari, a volte una connessione internet, una air-strip privata, un eccelente centro medico tirato su dai canadesi della multinazionale del potassio. E, a protezione del nuovo mondo, il governo ha mandato un bel po’ di soldati. Gente dell’altopiano o della scarpata. Amhara, tigrini, oromo. Dagli stivali neri e le bandoliere attorno alla vita. Spesso si nascondo dietro occhiali scuri. Militari di mestiere. Incassano 200 birr al giorno per fare la scorta ai turisti che vanno a Dallol, il luogo dei geycers, a pochi chilometri di distanza dalla frontiera con l’Eritrea. Così hanno i soldi per pagarsi una scopata, un caffè e una birra. Le puttane sono arrivate a decine. Storia banale da Far-East africano.

A., per pagare solo l’affitto della sua capanna, a un passo dall’accampamento dei militari, deve scopare una volta e mezzo al giorno. Attorno al suo materasso, ci sono caramelle colorate. Spero che ci siano anche preservativi. In un angolo, il tavolinetto per il caffè e le braci sempre ardenti.
‘Non riesco a mandare a mia madre nemmeno cento birr al mese’, dice. Racconta che è andata a scuola,  sa tre parole di inglese, dice che ha cercato di vendere piccole ceramiche al mercato. Non è andata bene. Non so chi l’abbia consigliata di scendere nella fornace di Hamed Ela. Ha l’aria della malinconia, A. Della desolazione. I suoi occhi hanno smarrito la luce. O, forse, questo io voglio vedere. Qui è pieno di puttane. R., un autista, mi spiega: ‘Scelgono di fare questa vita. E’ un modo per cercare di ribaltare un destino. E’ difficile che tornino indietro. Non sono disprezzate. Alcune trovano anche un uomo che le sposa e mettono al mondo un sacco di figli’. Ne ho incontrate molte, negli anni dell’Etiopia. In ogni bar, una donna ti aspetta. Hanno una allegria che a me appare disperata. Ridono con forza. Ma io sono bianco, occidentale, intriso di un modo di pensare occidentale. Che cosa ne so? So che gli occhi di A. non brillano. Almeno credo che così sia. Mi dice che vorrebbe andarsene da qui. ‘Mi trovi un lavoro?’. Chiedo a un autista di parlare con lei.


Prendo il tè. Lascio una manciata di birr (l’equivalente di dieci scopate) e due camicie da donna. Promettiamo a noi stesse che le compreremo un cellulare per poterla ritrovare anche se se ne andasse da qua. Lei fa scomparire tutto con un gesto che, se fossi in Italia, definirei ‘indifferente’. Non mi scrollo di dosso niente, mi tengo tutto nella pancia. Ma vado via. Torno alla mia capanna. Al mio letto, alla mia cena.