mercoledì 13 ottobre 2010

D2, Departamento de Informaciones de Cordoba



La Vespa rossa, modello 58, è nella piccola stanza che è stata chiamata: 'La sala delle esistenze da raccontare'. Suona meglio in spagnolo: 'Sala de vidas para ser contadas'. La Vespa apparteneva a Luis Carlos Monaco.Viaggiavano in due su questa meraviglia, lui e Ester. Luis aveva comprato la Vespa nel 1972. Venne sequestrato dai militari assieme a Ester nella primavera australe del 1978. Scomparve nel nulla. Passò per gli orrori di questo luogo, il D2, il Departamento de Informaciones della polizia di Cordoba. Uno dei tanti centri clandestini di detenzione e tortura della polizia argentina in quegli anni osceni. Dal 2006, da soli quattro anni, queste stanze, queste prigioni, questi scantinati ospitano l'Archivo de la Memoria della città di Cordoba...

Si sta immobili in queste stanza: accanto alla Vespa, c'è una chitarra (la chitarra di Paco), c'è la collana di Rosa, c'è il quaderno di un bambino, perfino un vecchio giradischi che ha addosso ancora la voglia di suonare. Sono gli oggetti di vite che furono cancellate. Non riesco a uscire. Sto con le cose che raffigurano la vita. Nelle altre stanze ci sono le grida, i graffiti sui muri, le fotografie.....ma qui sento pulsare la vita. E mi interrogo su dove ero io quando accadeva tutto questo....

Ci sono opere di artisti in questo luogo. In una stanza, un video parla di donne che si riuniscono per pelar cipolle. Pelano cipolle assieme per piangere. Perché il pianto è importante. Perché il pianto è anche una liberazione. Perché si pelano cipolle e poi si cucina. Il pianto e la preparazione di un cibo. Non so se ho capito bene. Forse vi è libertà di capire cose differenti. Qui vi è stato l'orrore che ha travolto una generazione di ragazzi a me coetanei e oggi credo di intravedervi anche l'ostinazione della vita. Memoria, ricordo, riscatto (trasformare questa immonda prigione nel monumento alle vittime, nel condannare alla vergogna i torturatori) vogliono essere anche forza della vita. Di vite ostinate, di altri ragazzi che viaggeranno a cavallo di una Vespa rossa.

C'è un piccolo cortile in questi spazi angusti. I prigionieri dovevano pur passare di qui. Si intravede un pezzo di cielo azzurro e la cupola della cattedrale gesuitica. Tutto questo avveniva a un passo dal mondo. I ragazzi che da qui non uscirono mai più vedevano quella cupola.

Usciamo in silenzio dal D2. Anche il sole, fuori, ci appare diverso. Dobbiamo riabituarci. Ritrovarci. Capire se siamo usciti con le nostre gambe. Le strade di Cordoba sono invase dai ragazzi, dai venditori, dalla gente che, in fila, aspetta l'autobus.


Cordoba, 12 ottobre

martedì 12 ottobre 2010

Chavez a Cordoba





Un giovane artista, Fernando Sanchez Castillo, ha alzato una statua a Chavez in plaza de la Intedencia, nel centro di Cordoba. Performance. Ha perfino la valigia nella quale, raccontano le malelingue, si trovavano gli 800mila dollari destinati alla campagna elettorale dei Kirchner. Qualcuno, nella notte, ha rubato il fucile dalla statua.
Sanchez Castillo nega che la sua statua raffiguri Chavez: 'El es mas guapo'. Per l'artista il suo è un monumento al 'Caudillo'.
Cordoba, 11 di ottobre

Cordoba

Colonne della Memoria al Buen Pastor
Piazza Italia, Cordoba










Ciità sgarrupata. Seconda città dell'Argentina. Quasi due milioni di abitanti. Giorno di festa. Domani è il 12 di ottobre. Si festeggia la 'scoperta delle Americhe'. Il governo ha anticipato di un giorno per evitare un 'ponte' troppo lungo. Chiedo del significato di questa festa ai ragazzi con gli skate seduti sui gradini di un monumento: 'E' l'arrivo della primavera'. 'Festa è festa', mi risponde un uomo di sessanta anni. Qualcuno mi dice anche che vi sono comunità indigene che protestano. Certamente non qui. Non per le strade di Cordoba. Festa è festa. Per gli indigeni questo fu il giorno della 'conquista' europea, l'inizio della loro scomparsa. Ma Cordoba, oggi, appare gioiosa, invasa da ragazzi, grande concerto di musica fusion nella piazza accanto a una chiesa neogotica. Mi spiegano: 'E' musica tradizionale, ma suonata da giovani'. La gente balla, affollato il bel mercato de las pulgas al Paseo dos Artes. Il bar Alfonsina è pieno di giovani. Bohemia di Cordoba. Birre da un litro. Cordoba è città di università. Città radicale. Il cordobazo del 1969 fece cadere una truce giunta militare. La resistenza alla dittatura degli anni '70 qui fu tenace. Era una città di operai. Qui avvenne il sequestro (e l'uccisione mai chiarita del dirigente Fiat Oberdan Sallustio). Lo è ancora, ma le fabbriche sono in crisi, molte hanno chiuso. I ragazzi che incontro fanno gli artisti, gli artigiani di strada, lavorano nei ristoranti, negli alberghi in estate, aprono campeggi, molti stanno nei call-center (duecento euro al mese), nessuno, apparentemente, ha un lavoro stabile. Hanno la bellezza e la libertà disperata dei ragazzi. Il futuro, in un giorno di festa, non esiste. Un terzo del lavoro in Argentina è informale. Il 18% della popolazione, avvertono le statistiche, oscilla fra la povertà e l'indigenza assoluta. I miei amici stanno attenti al prezzo della carne e della frutta.


Una delle prigioni della dittatura era il Departamento de Informaciones. Un edificio coloniale nel centro di Cordoba. Venti metri dalla cattedrale gesuitica. Un passo dalla piazza San Martin, la piazza principale. Qui, sotto gli occhi di tutti, scomparivano i ragazzi della resistenza. Oggi questa palazzina dalle mura bianche è un archivo de la Memoria. Aperto solo nel 2006, oltre vent'anni dopo la caduta dei militari. Centinaia e centinaia di nomi sono ricordati in un grande vetro sulla facciata della prigione. Lucio y Gladys riconoscono gli amici, quei nomi, per loro, hanno volti e storie quotidiane.
Anche il grande carcere femminile del Buen Pastor era nel pieno centro della città. Nell'elegante quartiere di Nueva Cordoba, un tempo terra della ricca borghesia. Oggi è un paseo, un luogo di cultura, di arte, di bancarelle, di negozi, di ragazzi che passano le notti sui suoi gradini, di mostre, di negozi di artigiani. Trasformazione della città. Nove colonne ricordano la vita di altrettante giovani donne. Alcuni volti sono sorridenti, felici, belli. Altri severi, le foto sono di vecchi documenti di identità. Facevano le studentesse, le maestre, le assistenti sociali. Una scritta rossa ricorda che erano 'militanti'. Solo di Rosa è stato ritrovato il corpo. Ancora una volta Lucio y Gladys ricordano le amiche, le vicine di casa. I ragazzi siedono sui gradini davanti al monumento. Qualcuno di loro fa volare le clave, altri parlano fino a notte fonda. Attorno è la festa.

I luoghi dell'orrore sono raccontati, sono mostrati, sono dentro i luoghi del tempo libero, della bellezza disordinata di una città argentina. Tutti sanno che la memoria non ha trovato pace. Vorrei chiedere ai ragazzi, a chi ha venti anni ora cosa pensa di questi monumenti. Non lo faccio. Guardo, nelle foto, i volti sorridenti di Alicia, di Rosa, di Susanna. Helena Maria sembra propria un ragazzina. Non ho pensieri. Non so dare significati. Penso al mio 'non sapere' quando, a Firenze, passo per piazza Tasso, la mia piazza, e getto un'occhiata distratta sulle lapidi che ricordano caduti partigiani nella mia città....

I giornali di Cordoba ricordano il disappunto de las madres de Mayo per non aver avuto il Nobel per la Pace.
A cena, mi presentano una donna. Fa il medico. Prima mi hanno detto: 'Scomparve anche lei nelle carceri di militari. Ha conservato la sua gioia di vivere'. La memoria riaffiora ogni momento. Sono passati meno di trent'anni. Scomparvero trentamila persone e il mondo, come sempre, chiuse entrambi gli occhi. C'è anche una psicologa seduta con noi: ha assistito per anni las avuelas de Plaza de Mayo. Il giorno dopo la ritrovo a una piccola manifestazione in difesa del diritto all'acqua.

Cammino per le strade di un giorno di festa che non vuole finire a Cordoba.
Agua de Oro, 11 ottobre

domenica 10 ottobre 2010

Un aereo per l'Argentina

Un raggio di sole, qualcuno ha aperto uno spiraglio in un finestrino. Da occidente arriva la luce. Per ore e ore, nessuno ha sollevato la tapparella degli oblò. L'aereo è un mondo a parte. Umanità sospesa. Aereo colmo di gente. Passaporti argentini. Bambini. Due cani. Aereo di famiglia. Si conoscono, come se fossero trasvolatori abituali dell'oceano.
Quasi non ti accorgi di cambiare mondo. E' diventato normale. I non-luoghi (gli aeroporti, i caffè degli aeroporti, il passaggio dell'imbarco, le dogane, i controlli di polizia - osservo il gel sui capelli del poliziotto spagnolo) sono diventati luoghi. Una bambina, a ogni passo, accenna un gesto di danza.
Non ho ricordi.
Esco da solo dalla porta scorrevole del lungo corridoio di uscita degli 'arrivi' di Cordoba. Cielo limpido, è primavera, gli alberi lo sanno e lo mostrano al mondo. Esco, accenno un passo verso sinistra e sbucano fuori dalla gente in attesa Lucio (senza i baffi, i capelli lunghi, dalle punte bianche, senza i suoi immancabili baffi, la pancia, un maglione girocollo bianco) y Gladys (piccola, con grandi occhiaie, viso di spigoli, i capelli diventati biondi) l'abbraccio, l'abbraccio, l'abbraccio. Mierda al tiempo. L'abbraccio è lì. Non ha il sapore della distanza, nè del ritrovamento. E' normalità. Ritrovarsi era scritto, la conversazione, che non era tale, riprende.
Ci sono problemi pratici da risolvere. Soldi da cambiare, sorvegliare la macchina in un divieto di sosta eccessivo. Normalità. Un viaggio con il senso della normalità. L'Argentina, la Sierras chicas, là fuori sono territori ruspanti e senza inganni. Andiamo. A casa. Ad Agua de Oro.
Agua de Oro, nove di ottobre, 2010

venerdì 8 ottobre 2010

Diario

Ho sempre detestato i diari in pubblico. Dovrei provare a fare giornalismo e non autocoscienza. In fondo questo era o è il mio mestiere. Radio e giornali parlano solo di quanto accaduto in un paese del Sud. Un ragazza uccisa, violenza, omertà (omertà femminile, scrivono amiche che stimo). Il nostro raccontare, il nostro rimanere incollati alla televisione o ,al rovescio, spegnere lo schermo lcd e ignorare, non voler sapere. Non aver la televisione, dicono gli amici che ritengono questo saggezza. Ho come la sensazione che si sia cancellata la storia: che, ancora una volta, il mezzo abbia oscurato il messaggio. Siamo (io in prima fila) più interessati al 'mezzo', al 'medium', alle trappole della televisione e del comunicare che non alla morte di una ragazza.
E poi penso che noi, così 'equi  e sostenibili', non avremmo mai alzato gli occhi sulla normalità, per noi anormale (a volte siamo davvero insopportabile nel nostre pensarci da 'un'altra parte', ovviamente più giusta, di quella ragazza, del suo paese, della sua famiglia.

Basta, non ho resistito, scusatemi. Ho chiuso le valige, fuori è una giornata di straordinaria bellezza, ho dimenticato quando era possibile dimenticare. Chiudo anche il computer. E come mille altri (l'aereo sarà pieno, gli aerei saranno pieni) mi metto in cammino. Con la sensazione che il mondo vada da sé.  Vado in Argentina. Una danza immobile? No, un andare.

mercoledì 6 ottobre 2010

Trent'anni fa

Trent'anni fa, 1980, partivo per il Mexico. Non ne sono sicuro, ma credo che sia stato il mio ultimo viaggio senza un programma, senza una meta vera, senza un lavoro. Partivo per la stanchezza di qualcosa che non andava. Andavo a chiedere rifugio a un amico, Enrique, con il quale avevo vissuto ben cinque anni in una casa celebre a Firenze. La nostra casa era finita nella Guida all'Italia Alternativa di Re Nudo. Non so come Enrique vi fosse arrivato, so che dividemmo anni di gioventù assieme e che lui mi accolse nella sua piccola casa a Ciudad de Mexico. Non aveva macchina allora, mi attese ore e ore, con Luzma, all'aeroporto, alla fine pagò una fortuna per un taxi, a casa c'era una tavola apparecchiata.
Fra un ritorno e l'altro, sono rimasto quasi due anni in Mexico. La mia vita cambiò.

Trent'anni dopo, oggi, una nuova partenza. Come allora, senza una 'committenza'. Vado per 'andare'. Non arresto le palline che rotolano. Avverto la paura che forse avvertivo anche trent'anni fa. A un certo punto si lascia fare all'aereo. L'importante è arrivare alla scaletta dell'aereo. Poi ci pensa lui a trasvolare un oceano. Come allora, due amici, Lucio y Gladys, saranno all'aeroporto. Anche loro hanno vissuto in quella casa sulle colline sopra Firenze. Anche loro sono amici di Enrique. L'ho cercato, quest'uomo messicano, ma ho solo potuto lasciare messaggi che spero lo raggiungano. Mi ostino a credere che ci sia casualidad in questa storia. Ma so anche che l'ho voluta, preparata, desiderata. Avevo deciso questa partenza un anno fa, quando Leonardo, il più grande dei figli di Lucio y Gladys, mi disse che suo padre avrebbe compiuto sessanta anni nel giorno della 'scoperta' delle Americhe. Non è una storia che ricomincia. E' una nuova storia. Si è chiuso, si sta chiudendo un cerchio, e, forse, se ne apre un altro. Buen viaje.

martedì 5 ottobre 2010

Due giorni, forse tre

Alì, la sua valigia, le mie valige

Le valigie, già. La leggenda del viaggiatore leggero. Ma io ricordo le partenze, sempre affannate di Alex Langer. Ho quasi chiuso le valige con due, forse tre giorni di anticipo. Quando parto? Fra quanto tempo? 'Lui stesso non vuole crederci: ha sognato e desiderato per mesi questo momento e ora come è possibile che non voglia più partire?...Nasconde dietro un sorriso, una stanchezza improvvisa, un indefinibile senso di solitudine'.
Metti una maglietta , togli una camicia. E la tecnologia? Che ci ha reso più pesanti, più fragili, ma ci ha donato l'illusione della facilità. Quanto pesa la tecnologia che mi porterò dietro? Per fare cosa?
Un giorno Mohammed arrivò all'appuntamento in Algeria con solo la sua jellabia addosso. Doveva stare fuori almeno venti giorni. L'unico bagaglio che aveva era il cellulare (scarico) nel taschino della veste. Niente altro. Riuscirà mai a noi, bianchi, occidentali, liberarsi di ogni peso? Il cellulare è più indispensabile di un paio di mutande? Un targhi beffardo non viaggia con abiti di ricambio o un sacco a pelo, ma con un cellulare (scarico).
In Dancalia, chiesi ad Alì il nostro scout di posare a fianco dei miei zaini. Lui, afar vezzoso, aveva solo una piccola valigia (da bambole, direi) e l'inseparabile khalasnikov. Guardo attorno nella mia camera: l'immenso zaino-valigia con le rotelle (ma non poterò mai più uno zaino in spalla?), la pesantissima borsa fotografica e la onnipresente borsa grigia che mi accompagna dal 1983 (una borsa-sacca elegante, allora era di moda, roba buona, ha retto fino a oggi). Guardo tutto questo carico e sono sconsolato.....L'ho scritto io: 'La partenza è un momento di fine e di inizio'.
Lascio che le palline rotolino, non le arresto. Ma sto pensando a cosa sto dimenticando. E questo non credo che sia saggio.

Argentina/1

Questa settimana partirò (partiremo) per l'Argentina. Ho fatto una promessa difficile da mantenere: scrivere questo blog....non ho ancora ben capito le ragioni di un blog: un diario in pubblico? Una maniera per tenere contatti con molti amici con più facilità? Davvero interessa a qualcuno sapere cosa penso io di un film o di un libro? Eppure ho fatto il giornalista per anni, forse lo faccio ancora, ho recensito libri, film e concerti e non mi sono mai chiesto se quanto scrivevo interessasse o meno (e non facevo il critico). E' solo il 'mezzo' a determinare   la correttezza di un contenuto? Sul giornale andava bene e su un blog è meno comprensibile?

Non ho una risposta. Mi tengo la vanità di uno scrivere pubblico. Dovrebbe essere il mio mestiere, vorrei che fosse ancora il mio mestiere. Ma è probabile che vada in Argentina proprio perché questo mestiere, nel mio caso, si è incriccato. Ho due mesi davanti a me e li passerò dall'altra parte dell'oceano. Dopo mille anni, faccio un viaggio che non ha committenti, che non ha un progetto, che non ha un alibi. O meglio, l'alibi c'è ed è importante. Molto. Il compleanno di un amico che non vedo da trent'anni. Il sessantesimo compleanno. Un giorno importante. 'Come i diciotto', mi disse un ragazzo argentino. Ma so che Lucio non vuole che sia fatta festa. Io vado in Argentina per questa fragile e potente ragione.

Non ho ancora aperto una sola pagina di una guida. Sto leggendo un vecchio libro di Roberto Arlt. Lo volevo fare molti anni fa e i libri sono sempre rimasti fra 'quelli da leggere'. Ora ho aperto le prime pagine. Andare in Argentina perché c'è Roberto Arlt da leggere? Questo è meno ragionevole.

Ho tenuto un blog al tempo di un lavoro fra Palestina e Israele. Ma allora attorno a me ne succedevano di cose. Non sono riuscito a scrivere mentre mi trovavo in Bosnia la scorsa primavera. Molti appunti, pochi blog che nessuno ha letto. E ora? Mantengo la prima promessa, scrivere il primo giorno della settimana nella quale, senza uno scopo, parto per l'Argentina.

mercoledì 8 settembre 2010

Il circolo della comunità 'africana' nella vecchia Gerusalemme



Festival di Venezia, 2010. Julian Schnabel, artista e regista newyorchese, ebreo, ha presentato il suo film Miral, tratto dal libro La strada dei fiori di Miral di Rula Jebreal, giornalista e scrittrice, palestinese nata a Haifa. Rula è la compagna di Julian. Rula è figlia di un imam, uno dei guardiani della moschea di al-Aqsa. Il padre, ogni mattina, si alzava alle cinque di mattina per guidare la preghiera. Rula è una palestinese nera, una 'black palestinians', una donna con discendenze africane. Ancora oggi i black palestinians vivono accanto a uno degli ingressi di al-Aqsa. Sono una piccolo comunità, dimenticata perfino nell'universo palestinese. Un giorno assistetti a una partita di calcio a Tulkarem, nei Territori Palestinesi, e fui stupito di vedere molti giocatori dalla pelle nera. Venivano da Gerico. Dove la comunità di palestinesi dalle lontane origini africane è numerosa. Andai, allora, a trovare la piccola comunità di Gerusalemme. Mi parlarono di loro, mi parlarono di Rula. Che, in quelle settimane, stava aiutando Schnabel a girare il film. Questo articolo è uscito sul mensile Nigrizia. 




    Uno degli ingressi al quartiere 'africano' nella vecchia Gerusalemme


                                Nato Africano, nato Palestinese
Alì Jedda, 58 anni, osserva con attenzione l’andirivieni della folla alla porta di Damasco. Città vecchia di Gerusalemme. Quartiere musulmano. Tavolinetto del popolare caffè Rihimon, un piccolo balcone sui gradini che discendono verso la Via Dolorosa. E’ mattina. La strada comincia ad animarsi. Ingorghi di uomini, donne con il velo, carretti, preti ortodossi dalle tuniche nere, mercanti, ragazzi senza lavoro, muscolosi agenti della sicurezza israeliana con pistola nei pantaloni, turisti con abiti colorati, anziani con la kefiah, qualche ebreo ortodosso che passa quasi correndo.
Alì Jedda nella sua casa nel quartiere 'africano
Fuma troppo, Alì. Una malattia ha reso difficile i movimenti del suo braccio destro. Una stampella lo aiuta a camminare. Avrebbe bisogno di cure. Molti palestinesi (vecchi, giovani) si fermano. Lo salutano con calore ed affetto. A voce bassa si dicono le novità. Alì, con poche parole e molti sguardi, ci racconta quanto avviene sotto i nostri occhi: il rito sotterraneo, eppure così visibile, della guerra a bassa intensità fra israeliani e palestinesi è nei gesti quotidiani. Giovani soldati, mitragliatori dondolanti appesi alle spalle, pattugliano i vicoli della città santa. Alì ci spiega ogni movimento, ogni sussulto della folla, dei negozianti, dei militari in mimetica verde. E’ una guida preziosa per uno straniero inconsapevole del gioco feroce che, ogni giorno, si svolge fra le pietre di Gerusalemme.
Alì, una storia di militanza radicale, diciassette anni di prigione nelle carceri israeliane, è palestinese. Ed è nero. Africano. Suo padre era il mukthar, l’uomo ‘scelto’, il saggio della comunità afro-palestinese di Gerusalemme. Lui, oggi, ne è uno dei portavoce, uomo amato e rispettato fra gli stretti stradelli che conducono alla Spianata delle Moschee, uno dei cuori più sacri dell’Islam.


Caffè turco. Un’altra sigaretta. ‘Gerusalemme è la mia fidanzata’, dice, con parole studiate, Alì.  E’ vero: fortissimo è il legame fra la comunità afro-palestinese e questa città. In fondo: questi africani hanno scelto di vivere qui. Il Ciad è lontano. Il Sahel è lontano. Sconosciuto, irraggiungibile. Troppo vago nel passato della famiglia. Muhammad, il padre di Alì, lasciò la sua terra, le savane attorno a N’Djamena, ottanta e più anni fa. Pellegrino musulmano sulle piste verso le città sante. Andò alla Mecca. Arrivò a Gerusalemme. Voleva pregare nella moschea di al-Aqsa. Si inginocchiò di fronte alla pietra del sacrificio di Abramo e nel luogo dal quale Maometto ascese verso i sette cieli. Muhammad Jedda non è mai tornato in Africa, si è sposato con donna africana, ha avuto figli, è morto in Palestina a 99 anni. Trovò la sua nuova terra fra le pietre e i vicoli da labirinto di Gerusalemme.
Fra le corti e le piccole stanze di due ribat, antichi ospitali islamici, già viveva, quando vi arrivò Muhammad, una piccola comunità africana. Erano le guardie e i custodi di al-Aqsa, avevano le chiavi dei grandi portoni delle Moschee, ne sorvegliavano uno degli ingressi principali. Compito di prestigio nelle gerarchie musulmane. Privilegio e dovere conservato fino alla Guerra dei Sei Giorni. E, in qualche modo, mantenuto anche dopo l’occupazione israeliana della Gerusalemme araba: uno dei nipoti di Muhammad è stato guardia del corpo del leader palestinese Faisal Hussein, allora, nei mesi dopo gli accordi di Oslo, ‘ministro’ per la città santa.
Eppure, nonostante questo ruolo storico, nessuno ha mai scritto la storia dei black-palestinians, degli afro-palestinesi. Nessuno ha mai realmente indagato su questa comunità africana che ancora vive nel cuore più profondo di Gerusalemme. ‘E’ come se fossimo invisbili’, dice Alì Jedda. Gli africani di Palestina non compaiono sulle mappe della città. Il loro piccolo quartiere, le corti di due antichi edifici medioevali, è ignorato dalla geografica ufficiale, etnica e religiosa, di Gerusalemme. Ma lo storico Arif al-Arif,  primo sindaco arabo dopo la guerra del 1948, ha sempre riconosciuto le glorie degli afro-palestinesi: ‘Non hanno mai abbandonato Gerusalemme. Nemmeno negli anni più difficili’. Fu Arif ad affidare a questa piccola comunità la custodia della tomba di al-Busari, il notabile che, otto secoli prima, aveva fatto costruire il ‘quartiere’ nel quale oggi loro vivono. E’ appena fuori le mura sacre di al-Aqsa: in Al’a ad Deen street (in realtà uno stretto vicolo), abitano quasi cinquanta famiglie africane, poco meno di quattrocento persone stipate in un alveare di case minuscole ritagliate fra le pietre di due antichi palazzi mamelucchi. Fra il 1200 e il 1500, questi erano davvero ostelli religiosi. Nei secoli ottomani, fino alla Prima Guerra Mondiale, furono trasformati in prigioni per i condannati a morte e all’ergastolo. Nei primi del ‘900 diventarono ospizio per i poveri. Fino a quando, negli anni ’20, il controverso mufti di Gerusalemme Haj Amin Husseini (leader della resistenza palestinese, ma anche alleato di Hitler negli anni della Seconda Guerra Mondiale) non affidò i due antichi ribat agli africani di Gerusalemme. I due edifici, oggi, sono proprietà del waqf, associazione benefica islamica: la comunità nera della città santa paga un affitto simbolico.

Storia intrigante e sconosciuta, questi degli afro-palestinesi. Oggi loro rivendicano origini leggendarie. Bilal ibn Rabah al-Habashi, Bilal, il ‘figlio dell’Abissino’, un ex-schiavo africano, fu uno dei più fedeli compagni di Maometto. Primo muezzin della nuova religione. Era nero, proveniva dagli altopiani etiopici. Fu lui il capostipite degli al-Salamat, popolazione nera della penisola arabica? Nei lenti secoli della espansione musulmana in Nordafrica, gli al-Salamat seguirono l’ondata migratoria araba. Si fermarono ai confini fra Africa Nera e Sahel. In Sudan e in Ciad. Erano uomini di fede. Devoti e mistici. Divennero allevatori e contadini nelle oasi a ridosso del Sahara. Con il tempo, molti intrapresero immensi viaggi di ritorno verso la Mecca come pellegrini. Alcuni arrivarono fino a Gerusalemme. Spesso erano viaggi troppo lunghi per tornare a casa. E, in quei secoli, in Medioriente, stavano arrivando altri africani. Ma il loro destino era ben diverso da quello dei pellegrini: questi erano schiavi razziati da predoni arabi a sud del Sahara. L’Egitto era un grande mercato schiavista, frequentato dai beduini della Palestina e dei deserti del Medioriente. Avevano bisogno di mano d’opera per le piantagioni di cotone o per badare agli animali. Queste mercanti di uomini trascinarono milioni di schiavi verso la valle del Giordano e le aride piane del Tigri e dell’Eufrate. Incerta qualsiasi statistica: fra il 1500 e il 1900, dai tre ai nove milioni di africani potrebbero essere stati deportati verso i paese arabi del Mediterraneo orientale. In Palestina, oggi, vi sono comunità africane a Gerico, a Gaza e fra i beduini del Negev: stime inattendibili parlano di 60mila africani come discendenti di questi uomini e donne razziati per quattro secoli. Oggi sono comunità che ignorano, e vogliono ignorare, il loro passato. Sono palestinesi da generazioni. Nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, divennero gente in fuga. A Gerico, tuttora, vivono nel vecchio campo profughi. Diversa, invece, è la storia degli africani di Gerusalemme: Alì e la gente del suo quartiere sono gli eredi diretti (una prima generazione) di pellegrini musulmani o dei volontari africani che si erano arruolati negli eserciti arabi durante la prima guerra arabo-israeliana del 1948. I loro paesi di origine sono il Ciad, il Sudan, il Senegal, la Nigeria. Nessuno di loro ha mai visto la terra dei loro padri.

Moussa, 48 anni, giornalista di al-Quds, giornale in lingua araba, appoggia il passaporto sul piccolo tavolo del salottino-ingresso. Documento prezioso. Passaporto francese del padre, rilasciato quarant’anni fa dal consolato di Parigi a Gerusalemme. Ben si capisce: el-Ghos Muhammad Khala era nato a Mosnia, in Ciad, allora colonia francese. Guardiano della moschea, anche a leggere il suo vecchio passaporto. Che non potè mai essere rinnovato.  Il 1960 è l’anno delle indipendenze africane. Quale diventava la nazionalità di el-Ghos? I giordani che controllavano, allora, la Gerusalemme araba negarono la cittadinanza a quest’uomo africano. Eppure el-Ghos era qui da prima che i sovrani hashemiti entrassero nella città santa. La sua famiglia rimase senza documenti e, oggi, è ancora così. Moussa e i suoi fratelli, al pari degli altri abitanti di Gerusalemme Est, non sono giordani e, allo stesso tempo, non possono avere documenti palestinesi (la questione degli abitanti della Gerusalemme araba fu esclusa dagli accordi di Oslo). Solo Israele può dare a loro un lasciapassare dove scrivono che la loro cittadinanza è giordana. Ma, con un documento rilasciato dagli israeliani, ogni viaggio verso il Ciad, terra di origine, è vietato. ‘E io so che a N’Djamena mio padre aveva, prima di partire, un’altra famiglia’, dice Yasser, 35 anni, responsabile del centro sociale della comunità africana.

‘Noi siamo palestinesi, ma siamo anche orgogliosi delle nostre radici africane’, dice Moussa. In fondo qui, in Terra Santa, il groviglio delle identità è inestricabile (e, spesso, volutamente, ignorato): il padre di Moussa era un pastore della savana africana, un uomo religioso a tal punto da intraprendere un viaggio senza fine pur di pregare nei luoghi sacri dell’Islam; il figlio, invece, è stato un militante laico della resistenza palestinese (cinque anni di carcere). La moglie di Moussa è una palestinese nata negli Stati Uniti. I figli vanno alla scuola cristiana. Credo che Moussa mi dica la verità: la comunità, nonostante mille difficoltà ed esodi (dopo il 1967, un quarto degli africani di Gerusalemme fuggirono, come migliaia e migliaia di palestinesi, in Giordania), è unita. Ha ritmi quasi familiari. Da piccolo villaggio africano. Come potrebbe essere altrimenti: si vive gomito a gomito, in spazi ridotti. Matrimoni e nascite sono occasioni di feste comunitarie. Si mangia assieme nei cortili (‘Come fossimo sotto l’ombra di un grande albero’, dice Alì). Si dividono felicità e dolori. Le case sono ritagliate nelle vecchie celle delle antiche prigioni. Sono stati tirati su altri muri per avere almeno una stanza in più. Case buie e aggrovigliate. Colme di oggetti, di ritratti, di ninnoli, di fotografie. Il televisore sempre acceso. Il pranzo consumato seduti sui divani del salottino. I panni si stendono sul tetto. Spesso si dorme in molti in un’unica stanza. Alcune porte sono decorate con i disegni sfavillanti che fanno sapere dell’avvenuto pellegrinaggio alla Mecca. Il quartiere, a guardare i ragazzi che si rincorrono in bicicletta o stazionano sui gradini con aria da bulli, è un frammento di Africa.

Sono poveri, gli afro-palestinesi di Gerusalemme. Spesso liquidati come kushi, ‘i neri’, dagli israeliani. C’è, non detto, anche il razzismo degli arabi: ‘Esiste gente primitiva anche fra di noi’, dice Alì. Fanno i camerieri, i manovali a giornata, i fattorini, le infermiere. Sono disoccupati. Alto l’abbandono scolastico. Dura  e in bilico la vita dei ragazzi. L’african community si è ricostruita (per trent’anni, fra il 1935 e il 1967 era esistito un Sudanese Welfare Club) in associazione proprio per tentare qualche intervento sociale. Soprattutto verso i bambini. Doposcuola, danze, ginnastiche, alfabetizzazioni. Sono rivoli di cooperazione che arrivano anche nelle corti di questo ‘quartiere’. ‘Viviamo una doppia marginalità – spiega Alì – Siamo palestinesi e siamo neri’. Hanno respinto, ricordano con fierezza, i tentativi israeliani di staccarli dalla causa palestinese: ‘Ci dicevano: ‘Siete africani, cosa c’entrate voi con gli arabi’ – racconta Yasser – Ci minacciavano, ma la Palestina è la nostra terra’. Sono radicali, gli afro-palestinesi. Molti hanno militato nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Alì Jedda non nasconde la ragione dei suoi 17 anni di carcere: nel 1968 mise una bomba nei quartieri ebraici di Gerusalemme Ovest. Nove persone furono ferite dalla sua esplosione. Alì aveva 18 anni e studiava legge. ‘Non rifarei mai un gesto simile. Ho cinque figli, amici ebrei: ho imparato che nessuno innocente deve pagare il prezzo di questa guerra. E so che le bombe non risolvono i nostri problemi. Ho pagato il mio prezzo, lo sto pagando ancor oggi’.  Una foto, sopra il letto, lo ritrae mentre stringe la mano ad Arafat.

Si entra nel doppio ‘quartiere’ africano attraverso due archi medioevali. Pietre antiche. In realtà questo piccolo labirinto è un melting-pot. Una giovane donna russa, velata, insegna aerobica alle ragazze africane. Bambini‘bianchi’ baruffano e giocano con i loro coetanei neri. Le biciclette dei ragazzi sono troppo grandi per il vicolo: dieci metri e la corsa è già finita. Giovanotti con i capelli stirati dalla gommina fanno gesti da rapper. Poliziotti israeliani, con l’aria annoiata, sbarrano con transenne l’accesso ad al-Aqsa. Piccoli mercanti siedono, impigriti, dietro le loro bancarelle. Viavai continuo di fedeli verso la moschea. Strada ‘normale’ della città vecchia.  La casa di Alì è piccola come un ripostiglio, ritagliata nell’angolo del cortile. Un letto, un divano, un tavolino, il frigorifero, fiori di plastica, la televisione sintonizzata su al-Jazeera. Alle pareti, la sua foto da ragazzo (con la cravatta) e le foto allegre dei figli alle pareti. ‘Vorrei che fossero avvocati o medici’, si augura Alì. Accanto alla foto della stretta di mano con Arafat, c’è una vecchia stampa che ritrae l’ingresso a Gerusalemme, pochi anni dopo la morte di Maometto, del califfo Omar ibn al-Khattab. Uno sguardo di Alì: ‘Il suo cammelliere era nero’.  

venerdì 23 luglio 2010

Calcio a Mostar





Calcio

Ogni mattina passo davanti al club degli Ultras croati. E’ il bar dei tifosi del Zrinjski, la squadra di Mostar Ovest. Ha l’aria ‘tosta’, questo club. Ragazzi con magliette nere aderenti, occhiali scuri, faccia da duri. Adesivi con croce celtica. Un murale feroce: un tipo dalla testa pelata che sventola una bandiera bianco-crociata. Davanti al club, una moschea. Sempre chiusa, ma ben restaurata. Non vi ho mai visto un solo fedele. Qualcuno ha disegnato una croce uncinata sul cancello dell’ingresso. Musica hard dal club. Nome da nazionalisti di cultura, Zrinjski: Nikola Subic Zrinjski, generale croato, erede di una famiglia feudale, morì, nel 1566, nella difesa di Szigetvar, città ungherese, contro gli eserciti di Solimano, il Magnifico. Fort Alamo croato: duemila soldati cattolici contro oltre centomila musulmani. Raffinatezza da politici chiamare la squadra con il nome di un eroe nazionale croato. ‘Siamo di destra’, dice un ultra. ‘A little bit’, precisa.

Alla fine dell’800, erano più espliciti i notabili croati di Mostar che scelsero per la loro squadra di calcio il none di Hrvatski sokol, ‘il Falco Croato’. Glielo proibirono. Il Zrinjski risorse negli anni dello stato fascista di Croazia. Per scomparire con la Jugoslavia di Tito. Il calcio, nei Balcani, è politica. Nuova resurrezione del Zrinjski sotto i due campanili di Medjugorie nel 1992. C’è la Herceg-Bosnia croata e vi è bisogno di simboli. Per questo rinasce la squadra di calcio. Non c’è campionato, va a giocare in Croazia e fa trasferte in Germania e Canadà. L’antico eroe, sconfitto e  ucciso dai Turchi, si trasforma in un centravanti.

La guerra finisce. Lo stadio della Collina Bianca rimane nella geografia croata di Mostar. Nemmeno a pensarci che possa essere restituito a quelli del Velez, la vecchia e gloriosa squadra di Mostar. Che loro giochino nei campetti delle campagne musulmane. Il Zrinjski si impossessa dello stadio. Due squadre nella città. Al diavolo gli slogan del Velez: ‘Unità’ e ‘Mostar nel cuore, Velez fino alla tomba’. La separazione della città divide anche e soprattutto le sue pulsioni calcistiche. I tifosi si organizzano per il derby come se fosse una battaglia. ‘Aspettiamo solo quel giorno’, dice un tifoso del Zrinjski. Con eccitazione, immagino. Si schiera l’esercito quando Velez e Zrinjski si sfidano. I croati, leggo nell’albo, hanno vinto scudetti nel nuovo campionato della Bosnia-Erzegovina.

Mi consigliano di girare alla larga dal club. Mi spiegano che quelli non amano le facce che non conoscono. Non è così: ci entriamo a prendere un caffé. Tutto qui. Non vado in cerca di guai e non chiedo caffé turco. Dopo un paio di giorni ho fatto l’abitudine a quell’affresco minaccioso, agli adesivi con le croce celtiche, alla musica dai bassi violenti. A notte, un comando automatico, accende le luci della moschea deserta. I ragazzi del bar fanno finta di niente. Ci sono linguaggi espliciti che si confrontano nell’anima di Mostar.

Segni di identità
In qualche modo si impara gli automatismi di un confronto silenzioso. Questa strada che percorro ogni matti, la via fra Didaka Buntica, attraversa, senza segni apparenti, il confine fra la Mostar croata e quella musulmana. Le scritte sui muri sono un segno. Il coraggio spudorato di chi le scrive si vede dai metri conquistati. I tifosi del Velez, i Red Army, l’Armata Rossa, si avvicinano più che possono al club degli Ultras. La scrittura dei loro slogan è nervosa, veloce, un po’ spaventata. C’è paura in questo scrivere a un passo dal nemico. Vi è paura dietro l’odio delle tue tifoserie.