mercoledì 11 settembre 2013

11 settembre/La mitezza di Salvador Allende



E’ stato già scritto: ‘Avevo vent’anni…..’. E quel giorno, undici di settembre del 1973, fu un tumulto. A sera ci ritrovammo in piazza San Lorenzo, non so perché avessero scelto una piazza diversa da quelle solite delle manifestazioni. Ricordo qualcuno che sul palco diceva: ‘Esiste uno spartiacque…’.  C’erano le bandiere. I pugni levati. Una malinconia addosso. Essere senza parole. Un toccarsi l'un con l'altro. Tenersi per mano. 

C’è un planisfero sulle scale della mia vecchia casa. In mezzo all’oceano Atlantico ho messo, anni fa, una piccola foto: di Salvador Allende….ecco, oggi, quaranta anni fa, colpo di stato in Cile. Moriva un uomo dall’aria di ‘cittadino comune’, venne ucciso (non importa se si sparò un colpo in testa) il presidente che, davvero, aveva fatto sognare un giovane generazione che un altro mondo fosse davvero possibile quando nemmeno sapevamo che questo volevamo. Morì un uomo ‘comune’. 

Molti anni dopo, Antonio Skàrmeta, nella sua casa di Santiago, mi disse: ‘Allende non era un guerrigliero, non era un profeta, non era un poeta: era un cittadino comune’. Ho riletto queste sue parole in un articolo che ha scritto in questi giorni. Ha ragione Skàrmeta: Salvador Allende, con il suo fisico rotondo, gli occhiali dalla montatura spessa, non era un eroe, ma un uomo testardo, che credeva davvero che fosse possibile una società più giusta. Non era un sognatore, era un uomo pratico. Per questo faceva paura. Non era minoritario, non voleva esserlo, provava a davvero a realizzare un’utopia che guerriglieri e poeti non erano riusciti a realizzare. Conosceva i pericoli che il mondo stava attraversando. 
Noi eravamo cresciuti nella leggenda tragica di Ernesto Guevara, erano ancora i tempi del Viet-nam, erano già scoppiate le bombe in Italia, non eravamo più ragazzini. Eppure un uomo ‘tranquillo’ come Salvador Allende riuscì a conquistarci. Avevamo fiducia in lui. E, oggi, mi chiedo perché un paese così lontano come il Cile (ieri ho chiesto a ragazzi mediamente informati se sapessero chi governa quel paese oggi e non hanno saputo rispondermi) fosse diventato per noi una speranza così intensa e perché, fra i tanti drammi del mondo, il colpo di stato in Cile provochi ancora un’emozione così forte. Forse perché era una speranza vera, solida, un appoggio nel qualche trovare serenità per il futuro. Allende sapeva dare entusiasmo oltre l’oceano. Raggiungeva i nostri cuori europei. E, ancor oggi, il volto di quell’uomo mi emoziona.

Guardo la sua ultima foto: l’elmetto in testa, un maglione da bancarella a losanghe, una pistola in mano, gli occhi rivolti al cielo. Sapeva bene che la sua rivoluzione ‘a empanada e vino rosso’ stava per essere spazzata via. Non poteva sopravviverne. 

Ricordo la sua disperazione e la sua lucidità quando mesi prima, alle Nazioni Unite, cercò di fermare, con le parole, la barbarie che stava per abbattersi non solo sul suo paese. Avvertì: 'la struttura politica del mondo sta per essere sconvolta. Le grandi imprese multinazionali non solo attentano agli interessi dei Paesi in via di sviluppo, ma la loro azione incontrollata e dominatrice agisce anche nei Paesi industrializzati in cui hanno sede'. Era il 1972. Allende era preveggente: quelle le parole fecero davvero paura e i generali, e gli Stati Uniti, decisero che dovevano liberarsi di quell’uomo ‘pericoloso’. Ecco, i militari e Henry Kissinger vedevano un pericolo in quell’uomo mite. La mitezza come minaccia per l’ordine spietato del mondo.

A Santiago, molti anni dopo, feci in tempo a incontrare Francisco Coloane, il grande scrittore del furore della Patagonia. Volevo vederlo perché sapevo che era stato lui, in un giorno di pioggia e di pianto, a leggere l’orazione funebre per Pablo Neruda. Nemmeno il poeta volle sopravvivere all’infamia dei militari. Morì pochi giorni dopo il colpo di stato. Ci voleva coraggio per andare al cimitero, ci voleva coraggio ad alzare i pugni chiusi, a piangere per Neruda e per Allende, a piangere per il Cile. Ma in tanti andarono a quel funerale. Coloane era un uomo altissimo. Quel giorno, attorno a quella tomba, chiuso nel suo impermeabile, dominava una scena tragica. Sì, fu tragedia greca quel funerale.

‘Ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano’, disse Allende nell’ultima sua ora. Cosa posso dire? Come rendere solide queste parole?  Il palazzo della Moneda, nel Barrio Civico di Santiago, è un brutto palazzo. Grigio, basso, lungo, schiacciato da grattacieli e accerchiato da strade troppo larghe. Oggi, accanto alla Moneda, c’è la tua statua, Salvador. Ancora ci ricordi che ‘la ragione’ e la giustizia sono più resistenti della ‘forza’. Salvador Allende è memoria, speranza, ancora sogni per il futuro.


domenica 8 settembre 2013

Frammenti di Perpignan, racconto senza immagini

Questo è davvero un racconto senza immagini. E per di più caratteri bianchi su sfondi neri (qualcuno sa aiutarmi a cambiare grafiche di questo blog?). E' quasi impossibile leggere diecimila battute, cinque pagine di frammenti. Io non lo farei. Ho la Lumix, la uso, ma davvero ho voglia di raccontare i miei frammenti del festival di fotogiornalismo di Perpignan senza una sola immagine. E così mi sento fotografo e non giornalista. Accidenti, c'è scritto 'presse' sul mio accredito e non 'photo'. Se seguite il nome dei fotografi, troverete i loro lavori e potrete vederli. 
Forse, fra qualche giorno, metterò una foto di Darcy Padilla. Perchè sì, lei, mi ha preso per mano e non so dove mi abbia portato.




Martedì scorso, Darcy Padilla ha ricevuto una mail da Portland. Le annunciava il primo giorno di scuola di Elyssa, la figlia di Julie e di Jason. Darcy ha un sorriso, alza le braccia, lei parla alzando le braccia. E’ contenta come se Elyssa fosse sua figlia. Un po’, lo è.

Tutto è raccontato: http://www.darcypadilla.com/thejulieproject/intro.html. Passo dopo passo. Una macchina fotografica che non ha reticenze, non si tira indietro. Non nasconde. Rivela. Dice. Abbraccia.

La storia che raccontano le fotografie di Darcy Padilla, fotografa californiana, non mi lascia in pace. Mi trattiene a Perpignan. E’ la ragione per la quale valeva la pena venire fino a qua. Al Visa, alla venticinquesima edizione del festival del fotogiornalismo.

Il lavoro di Darcy è un workinprogress. Un lavoro che continua da venti anni. Che non finirà mai, solo quando Darcy deporrà la macchina fotografica. E, forse, nemmeno allora. Cominciò in un giorno di febbraio del 1993 quando incontrò Julie nell’ingresso del hotel Ambassador a San Francisco. Julie aveva in braccio la sua prima figlia. Aveva otto giorni Rachael. E Darcy, giovane fotografa, voleva raccontare, con la fotografia la storia degli uomini e delle donne che vivevano in un albergo per gente senza fissa dimora. Non immaginava che questo incontro avrebbe segnato tutta la sua vita.

Non riesco a uscire dalla cappella dove Darcy mette in mostra gli anni che ha passato con Julie, con Jason e con Elyssa. Darcy ha raccontato la storia, senza speranza, di un uomo e una donna devastati dall’aids e dall’emarginazione. ‘Io volevo solo capire com’è possibile che questo accada a una donna come Julie’. Raccontare questa storia vuol dire ‘condividere’. Vuol dire ‘esserci’. Vuol dire passare settimane e settimane, mesi e mesi, anni e anni, con loro. Vuol dire diventare parte di questa famiglia che vive in una casa senza luce e senz’acqua. Vuol dire vedere la devastazione delle anime e dei corpi. Vuol dire che la macchina fotografica scatta quando qualcosa, che nemmeno percepisci, accade. Lo sguardo di Elyssa si alza verso il cielo e lo sguardo del padre Jason guarda in camera. Questo è un istante che ‘racconta’.

Darcy sa di essere prigioniera di questa storia. Ha vissuto la morte di Jack, il primo compagno di Julie, la separazione di lei dai suoi figli. Ha conosciuto Jason, il nuovo compagno di Julie. Li ha seguiti nella loro migrazione verso l’Alaska. Ha visto nascere Elyssa: è uscita dalla pancia di sua madre con le mani levate verso l’alto. Era lei nella sala del parto. Ha visto morire Julie. E ha continuato a vivere con Jason e Julie. Ha assistito ai litigi, alla loro solitudine, alla disperazione. Ancora una migrazione: a Portland, la famiglia adottiva di Jason che lo ritrova grazie al sito di Darcy, una nuova possibilità. Elyssa va a vivere con la sorella adottiva di Jason. L’uomo rimane solo. Le lacrime sul suo volto. Ma oggi Jason è nuovamente in carcere. Elyssa, storia che ancora non è stata raccontata, è andata a scuola nemmeno una settimana fa. Darcy sorride.

E’ un lavoro che stordisce, quello di Darcy. ‘Elyssa è una bambina luminosa’, dice la fotografa.

Spiega tecniche: ‘Ho cominciato negli anni ’90. L’hotel Ambassador era scuro. Potevo usare solo il bianco nero, avevo bisogno di ‘spingere’ la pellicola’.



C’è qualcosa che lascia interdetti a Perpignan. Alla fine ti senti accerchiato da un mondo splatter. C’è solo sangue, corpi spezzati, bruciati, fatti a pezzi, malattie terribili: questo è il fotogiornalismo del festival, mi spiegano. Non appare un filo di speranza. Ricordo quando rifiutarono una foto di una bambina palestinese in una rivista di prestigio. Il fotoeditor disse: ‘Sorride’. E la scartò. Il mondo deve essere una maledizione. Mi piace Majiid Saeedi, fotografo iraniano, che fotografa un buon pranzo in un ristorante di Herat. Il mio ricordo della Palestina, oltre i check-point, è quello di un popolo che cercava di afferrare i frammenti di gioia che anche là la vita riesce a offrire. Abbiamo passato belle serate in Palestina.

Perché oltre duecentomila persone, contate tutte una per una, su foglietti di carta in cui i ragazzi alla porta mettono crocette, vengono a vedere tutta questa disperazione?

Queste storie devono essere raccontate, è vero. Altrimenti, la Siria è una riga distratta su un giornale, un’immagine della televisione all’ora di cena.

La contraddizione è fra le mostre, colme di sangue, e le birre che scorrono, con ebbrezza, nei bistrot delle città. C’è un clima di adrenalina, voglia di festa a Perpignan. Reazione ai bambini sventrati che abbiamo appena visto proiettati in un luogo che si chiama Campo Santo?

Dovrei leggere prima di scrivere. Non lo faccio.

C'è il solito tabù in tutto questo festival: non si parla pubblicamente di soldi. Canon e Getty Image sono gli sponsor, ma, alle proiezioni, non viene detta la cifra. E quanti di questi grandi reportage sono figli di sacrosanti compensi a chi si è fatto fotografare? Solo gli assegni delle 'borse' e dei 'premi' ai fotografi sono annunciati. 

Arriva la ministra della cultura francese e appaiono poliziotti-rambo armati come marines. Hanno un’aria tetra e inutilmente feroce. Stonano. Mettono barriere ovunque e ti guardano con cattiveria. Hanno auricolari alle orecchie. Anche gli uomini della security del festival non hanno un’aria da dame della carità. Che qualcuno li fotografi. Nessuno li fotografa.

Mi piace una stampatore di Barcellona. In un mondo di soli Mac (Bill Gates si metterebbe a piangere in queste sale: qui esiste solo la mela morsicata sapientemente illuminata), questo ragazzo snodabile e sudato (una treccia rasta, un anello al naso, capelli rasi) gira con una scatola di legno da cui estrae stampe raffinate con tanto di timbro della stampante. Mi piace. Ma le foto, ovviamente, raccontano di guerre. Con stampa elegante come una cena reale. (www.addretouch.com) 

Mi torna sempre in mente Hillman: ‘Agli uomini piace la guerra. La felicità della guerra. Il senso di onnipotenza nel tenere in mano un Ak-47’.  Chi di noi non vorrebbe essere in quella casa di Aleppo appena abbattuta dal colpo di una carroarmato? Lì, voglio stare. Quando l’aereo sganciò una bomba sulle capanne che ci nascondevano pensavamo solo a come fotografare quanto stava accadendo. GoranTomasevic rimpiange di non essere stato a Stalingrado. Goran va vicino. Ogni volta deve toccarsi per assicurarsi di non essere stato ferito. Fotografa la morte. La guarda. Osserva uomini che rantolano nel sangue. Dice: ‘Ogni retromarcia è esclusa’. Noi, spettatori, leggiamo la didascalia e cerchiamo le tracce del sangue nel salotto dove stravaccano i partigiani siriani.

Eppure le foto sono tutte uguali. Il cecchino scita di Najaf è identico allo sniper di Sarajevo. Il vecchio che cammina di spalle in una strada di Aleppo è uguale al vecchio che camminava di spalle a Vukovar. Le guerre sono monotone. Il loro fascino è la ripetizione. Sono prive di fantasia. Bus bruciati, scale che non portano più da nessuna parte, scuole distrutte in cui si intravedono i disegni dei bambini, sacche di flebo tenute in mano sopra il corpo di un morente, pance sventrate che escono dai pantaloni di chi prima esibiva la sua divisa da combattente alzando le due dita in segno di vittoria. Tutto qui.

Majiid Saeedi è perfetto. Forse troppo. Racconta un altro Afghanistan. Ma la geometria della foto del ristorante di Herat non ha una sola sbavatura. E nemmeno il maestro coranico che invita al silenzio i suoi allievi o l’uomo sospeso davanti a una gigantografia di Hamid Karzai. E’ quasi una scenografia. Un quadro rinascimentale.

Nel 1388, scoppiò il primo conflitto fra gli inglesi e gli afgani. Non finirà mai quella guerra.

Non mi convince il lavoro di Andrea Stav Rees. Ha fotografato l’orrore dei ghetti per malati di mente in Indonesia. Troppe foto. Troppo didascalico. Non emoziona. Guardo le foto come se dovessi ammirare un quadro. Non avverto il dolore. Non ho sussulti. Temo che si sia solo estetica, anche se la incrocio e mi convinco che la sua è stata passione. Deve togliere almeno trenta foto. Saper togliere. Come si fa? Ma il volto della bambina di 15 anni incatenata, inchioda anche me alla sua prigionia. Come il corpo di un ragazzo che cerca di bagnarsi in una doccia di cemento. Forse bastavano queste due foto.

Vado a distrarmi con le foto di leoni di Michael Nichols. Applausi. Ne avevo bisogno. La vita corta e felice dei leoni. Mi disturba solo che voglia precisare: ‘Ho lavorato nel Serengeti. Per due anni. In zone chiuse ai turisti’. E' che mi piacerebbe che i turisti potessero vedere quello che ha visto Michael. Contraddizione. C’è anche una fotografa bravissima che è stata capace di raccontare la lotte degli elefanti rimasti orfani. Non ne ricordo il nome, ma mai ho visto foto così belle di questi animali.

Negli anni ’90, Joao Silva faceva parte del bang bang club. Scapestrati e guasconi fotografi sudafricani. Donne e pallottole, alcol e sopra le righe. Sempre. Ubriacature per ogni foto di morte pubblicata. Adrenalina a mille. In prima linea in ogni violenza. Uno di loro si è suicidato dopo aver vinto un Pullitzer. Un altro venne ucciso e la sua morte ripresa in diretta. Un fotografo prima scattò e poi lo soccorse (almeno così viene raccontato in un film). Joao Silva non si è fermato. Fino a un giorno di ottobre del 2010 quando è saltato su una mina in Afghanistan. Ha perso entrambe le gambe. E’ ancora vivo e guarda i suoi figli crescere, guarda la sua compagna passarsi la mano fra i capelli. ‘Sapevo che un giorno sarebbe toccato a me’. Dice:‘Ho guardato le foto della mia vita e non ho trovato il capolavoro’. Non ha risposte a domande che si pone di continuo, Joao. Ricorda quando fotografò una bambina mutilata in Angola: ‘Mi guardava con fierezza. Ero io ad aver paura’. E dice anche: ‘Ho ancora molto da imparare’. Mi piace, Joao.
Guardo gli ultimi tre scatti degli sminatori con cui si trovava quando la mina esplose.

I fotografi fotografati hanno sguardi privi di ogni espressione. Non sono ne infastiditi, ne orgogliosi. Sono spenti. Come se la loro vita si esaurisse dietro alla macchina fotografica. I loro occhi non hanno l’intensità degli uomini e delle donne che fotografano. 

E nel chiostro dei domenicani, c’è anche la mostra dell’esercito francese. Hanno un involontario senso dell’ironia, i militari. In mezzo alle mostre che raccontano lo sfacelo delle guerre, loro costruiscono una storia sulla bellezza del fare il soldato. Seguono passo passo le reclute Amir Desbois, Azhar Hassanie e Cyril Malahotky (ehi, Francia, questo sì è un paese dai mille popoli) che, da giovani appena usciti dalla scuole, diventano guerrieri e partono per il Ciad e il Mali. Nelle foto si esaltano le mitragliatrici leggere che hanno una buona ‘cadenza di tiro’ e Cyril è entusiasta del sistema di puntamento Felin…..perchè stanotte non prendete qualche foto di corpi violati dalla mitragliatrice leggera e non le poggiate sulle immagini di Devenir Soldat?

Quanto vengono pagati i ragazzi che fanno i custodi delle mostre?

E la sera si va al cafè de la Poste. C’è un altro caffè di fronte. Semivuoto. Chissà cosa ha fatto di male. La gente di Visa preferisce la Poste. Ci si affolla, si parla ad alta voce, ci si mette in mostra. Ci si sente al centro del mondo. Dove i camerieri sono equilibristi devastati dalla fatica. Stanno in piedi con la forza della volontà. E si muovono come marionette di Charlot. Anche attorno a loro andrebbe fatto un reportage. C’è un nero che spunta dalla finestrella della cucina e guarda con occhi bianchissimi e un’assente curiosità.

Guardo le foto di Don McCullin e di John  Morris. John era fotoeditor di Life a Londra nel 1944, ma, per una volta, volle andare a fotografare la guerra. Partì per la Normandia con una Rolleiflex. Scatti bellissimi. Guardo le loro foto. Guerre di mille anni fa. Un mezzo tecnico diverso. Lento. Ma le foto di Don e di John danno umanità. Mostrano empatia. Sono pulite. Non omettono, ma provano pietà. Hanno compassione, clemenza, stupore. Non sono una prova di coraggio o di adrenalina. Come se i fotografi rimanessero senza parole di fronte all’indicibile. Questo che quasi mai c’è nelle foto dei fotografi di oggi. Il digitale, certo, non aiuta la partecipazione. E’ spietato, abbiamo scambiato relazioni umane e il dono del tempo con la velocità e la comodità.  Don e John hanno addosso un sentimento. Che è tristezza. Malinconia. Quasi amore. La foto più celebre di Don: quel marine in Viet-Nam, quel soldato seduto con il fucile in mano e gli occhi che si intravedono sotto l’elmetto. Quegli occhi sono uno scambio con il fotografo. Un patto fra loro due.
(mi viene il sospetto che questo sia un pensiero da uomo del ‘900).

Non c’è nemmeno una foto del latinoamerica. Non esiste per il fotogiornalismo? Gli zapatisti non sono un buon soggetto?

Ma qualcuno ha mai pensato a fotografare la comunità araba di Perpignan?

La grande, commovente dolcezza delle foto di Maika Elkaiv sull’omosessualità in Viet-nam

Si è svuota la sala delle agenzie e dei portfolio. I ragazzi staccano le foto. Rimango solo. Contro una finestra. Ho sonno. Hanno staccato anche la connessione wi-fi. Finito. Che ci faccio qui? E ora dove vado? Fuori si è messo a piovere. Esco. Cammino. Mi bagno. Non ho desideri.





venerdì 6 settembre 2013

Pisa-Perpignan, una storia senza immagini


Trentasei euro per scavalcare il Mediterraneo occidentale. La mano invisibile del mercato, guidata dagli algoritmi, mi è incomprensibile. Ma ne accettiamo, senza sensi di colpa, la complicità: vogliamo pagare poco per viaggiare. Così è più caro il treno che non l’aereo, spenderò più di bus che non per volare per raggiungere Perpignan. Non ci sfiora l’idea delle contraddizioni: come è la storia dell’impronta ecologica? In quale giorno abbiamo già sfruttato l’ultima risorsa della Terra?

Low-cost sta anche per poca gentilezza. Nello spazio fra aeroporto ed aereo sono banditi i sorrisi, i metodi calmi, l’indulgenza. Hanno fatto addestramento da marines le ragazze di Ryan Air. Oppure sono arrabbiate per questo lavoro. Hanno un solo compito: fare in fretta e vendere. Perché insisto a prendermela: ho scelto con determinazione di volare a basso costo. Ho quello che merito.

Batticuore nella coda dei passeggeri: misurano e pesano le valige? Ci si sporge per vedere. Ognuno di noi ha il suo peccato. Io giro con giacchetto dalle mille tasche e giubbotto da inverno nonostante i quasi trenta gradi. Si aggirano le regole. Non si contestano le regole.

La sola voce felice è quella di chi ti annuncia, in maniera registrata, una fantastica colazione: lattina di orange passion fruit, panino implasticato, succo Jaffo (boycott Israel), bursting with fruit juice e amazing cappuccino accompagnato da springles. In più un gratta e vinci. Perché sono seduto qui a fare finta di leggere John Berger mentre sono affascinato da quanto va in scena nel corridoio dell’aereo?

Vado al festival di fotografia di Perpignan, il più importante incontro di fotogiornalismo al mondo. Andiamo a vedere i drammi che sono accaduti su questo pianeta. Festival di fotografia: e quindi lascio a casa la macchina fotografica. Racconto senza immagini.

L’aereo atterra e parte una marcia trionfale. Contagia la platea dei viaggiatori che applaudono. Abbiamo perfino venti minuti di anticipo. ‘The best company….’. Credo di essere in un film di Virzì. E io sono nel film. Per mia volontà. Finalmente l’hostess mi dona un sorriso mentre scendo. I miei compagni di viaggio parlano dei luoghi di Barcellona da evitare: raccontano, con mezzi sorrisi, di scippi e aggressioni.

Bus, Catalogna, cartelli in tre lingue. L’aereo si è disperso per la Costa Brava e Barcellona. Siamo in tre per Perpignan.

La mia casa è vicino alla stazione. Casa di uno psichiatra. Almeno a leggere la targhetta fuori dalla porta. Viene giù a pezzi. Crolla la porta della doccia. Non ci sono lenzuola. Rue Charles de Gaulle, dalla stazione verso il centro. In cento metri, sette kebab….mangio falafel e bevo Coca-Cola. McDonald deve aver perso la sua battaglia della globalizzazione. Il kebab è il cibo più diffuso in Occidente. Mangio le stesse polpettine che divoravo ogni sera in via delle Beccherie a Matera. Matera e Perpignan, provincia del MedioOriente gastronomico. Carne che arriva dalla Germania dopo essere passata per la Nuova Zelanda o l’Argentina. C’è della potenza spaventosa in questo andirivieni del cibo sopra gli oceani. I kebabbari sono arabi. Gentili, quasi premurosi. Gli istruttori delle hostess non sono passati di qui. Pareti nude del loro negozio. Sedie di plastica.

Perpignan

Cammino per le strade di Perpignan. Arabi e fotografi. Una piccola geografia di punk a bestia agli angoli del centro. Piccole strade, labirinto di viuzze. Ancora kebab. Un vecchio in jallabia seduto e perso di fronte al negozio del figlio. Mi perdo, mi ritrovo, giro a caso. Non chiedo. Mi ostino a cercare di orientarmi. Scappo. Spero di imbattermi in qualche mostra. Non ho voglia di andare ad accreditarmi. Vogliono sessante euro. Cammino fino alla stanchezza. La mostra di Sebastiano Tomada. Le foto di Aleppo. Il dramma di Aleppo. Sì, servono le foto. Eccome se servono. Fanno vedere i corpi, il disastro del viso, il sangue, le ferite, l’urlo. Il sangue sulle jallabia bianche. Sebastiano e il suo stampatore donano tonalità pallide alle foto. Penso alla guerra in bianco e nero di Mc Cullin. Sebastiano sa essere lì, in mezzo ai feriti e ai morti, e ci si rende conto che sta ‘partecipando’. Non è un estraneo, non è un osservatore. E’ parte di quella guerra. Lo vedrò poche ore dopo: ha l’aria smarrita, sorride timidamente.

Nelle foto, vi è sempre il nome dello stampatore.

La mia attenzione sul guanto bianco (foto di Sebastiano Tomado)


Mi colpisce una foto di capre che brucano fra le macerie del quartiere di Machhad ad Aleppo.
Osservo un guanto di plastica accanto al viso disperato di un uomo ferito. I suoi occhi. Il sangue sulla jallabia. Mi fisso sul pacchetto di Gauloise che spunta dal taschino della camicia di un uomo ferito che viene trasportato in maniera scomposta lontano dalle bombe.

Il pacchetto di Gauloise

Ci sono sempre autobus carbonizzati in queste foto. E uomini armati che camminano con superbia in mezzo a strada in rovina. La ‘felicità della guerra’, ha scritto Hillman. E il generale Patton guardando la collina dei morti sussurra: ‘Quanto mi piace tutto questo’. Almeno fino a quando non ti fai male.

La mostra di Darcy Padilla

 Mi immobilizza la tenacia di Darcy Padilla. Per diciotto anni ha fotografato la vita, la morte di Julie (http://www.darcypadilla.com/thejulieproject/intro.html). E dopo, quella di sua figlia e del suo compagno. Una storia di Aids, ferite, figli e figlie, Jack, Jason, violenza, solitudine, infinita compassione, anche bellezza, disperazione. Anche Darcy, come Sebastiano, ha partecipato. Per quasi venti anni, è stata lo specchio di una cronaca che non conosce un buon fine. Sto lì, seduto nella grande cappella che ospita la fila delle foto. Sto lì e non ho niente da dire. Mi siedo su un gradino di quello che era l’altare. Guardo e riguardo le foto. Il compagno di Julie, Jason, è vissuto, da bambino, in ventuno centri di accoglienza infantile. Julie, se ho ben capito, ha avuto sei figli. L’ultima Elyssa grida ‘ti detesto’ al padre Jason. La sorella adottiva di Jason alla fine si prende cura della bambina, abbraccia il fratellastro e sussurra: ‘Tutti si aggiusterà’. Già, tutto andrà bene.

La chiesa dei Domenicani e la mostra di McCullin

Sono troppe le foto di Mc Cullin. Sono nella chiesa dei domenicani. Ci passo davanti senza fermarmi. Sosto soltanto davanti ai miliziani cristiani a Beiruth, foto scattata negli anni della guerra civile. Uno di loro sta suonando la mandola araba. Mi sembra che una donna accenni il passo di un ballo. Il suo compagno ha un Ak-47 in mano. Hanno appena sparato, forse. Ai palestinesi. Erano i giorni di Sabra e Chatila.

Sui muri di Campo Santo


Su un muro di Campo Santo, lucciole di carta giocano con una scimmia che passeggia tranquilla a quattro zampe. Prendo fiato. Altre persone si mettono a guardare con me questo strano collage.


Il cerchio del silenzio

In una piazza incontro una decina di persone, tutte anziane (la mia età), che stanno in cerchio in silenzio. Al centro una lanterna. Saprò che ogni primo giovedì del mese vengono qui. E compongono questo cerchio. Vogliono ricordare gli immigrati e le ingiustizie commesse contro di loro. Due giovani fotografi si uniscono al cerchio.

Cercando di capire la geografia del festival

Poliziotti-rambo controllano gli accessi alla proiezioni serali. Uomini dello staff, con fisici da culturisti, respingono chi non ha badge. Almeno a questo ingresso. Uno di loro mi vede spaesato e mi regala il biglietto: ‘Domani se lo procuri’.

Visa pour l'image (ci ho messo un po' a capire Visa, è la mia prima volta)


Le foto raccontano dell’anno appena passato. Dalla morte di Chavez alle fabbriche incenerite del Bangladesh, dalla miseria di Cipro alla guerra civile in Messico fra bande di narco: è accaduto qualcosa di bello in questo anno? Cerco una buona notizia. Premiano Mc Cullin. Ha occhi chiari e una bella faccia. Dice: ‘Sono imbarazzato a mostrare davanti a voi il dolore delle persone he ho fotografato’.

Sul palco. Non ricordo il nome dei due fotografi

Alla fine, saliamo, invitati, tutti sul palco. Centinaia e centinaia di persone. Per ricordare due fotografi francesi prigionieri in Siria. Un momento di silenzio. Non so cosa voglia dire non dimenticate: ma non dimenticate i due francesi e nemmeno Dominico Quirino e padre Paolo Dall’Oglio. Anche loro inghiottiti dalla ferocia che si è scatenata in Siria. Soprattutto non dimenticate i siriani.

A mezzanotte è ancora il kebab. Cos’altro possono mangiare? Questa volta ci sono due ragazzi. Oggi è giorno di falafel. Mi sento pesante.


E in tasca ho la mia Lumix. Ho barato un po’.

lunedì 2 settembre 2013

I giorni di Aliano/La notte commossa dell'Italia interna

Il ballo di Caterina

Alle cinque del mattino, la stella del mattino a illuminare l’ultimo pezzo della luna, Franco Arminio decide che è il tempo perfetto di un comizio. Sale sul palco deserto di musicisti (sono state abbandonate due scatole di cartone per pizza), guarda verso la piccola folla di trenta persone di follia e grida che una delle prime leggi della paesologia (sinonimo complicato di una rivoluzione, almeno così la intendo io) è ‘l’oltranza’. ‘Per la rivoluzione – ora la usa anche lui questa parola – ci vuole l’eccesso’. E noi, a piedi, nel corso di Aliano, un po’ matti, un po’ troppo saggi, stiamo guadagnandoci l’alba dopo una giornata sterminata. ‘Devi puntare all’infinito – comizia sul serio Franco – Non devi accontentarti di una stella, ma devi volere la via lattea’. Poi non ci riesci, ma intanto noi siamo qui. Stremati e orfani del sonno.

Piazzetta PaneVino

Il venerdì dei giorni della ‘Luna e i Calanchi’, al paese di Aliano, cuore della Lucania, è davvero una follia. E' già sabato, in realtà, quando dal paese parte il bus delle cinque e trenta del mattino, non sale nessuno. L’autista stupito di trovarsi di fronte una piccola folla di insonni. Facciamo anche un tentativo di occuparlo. Trenta persone sono sopravvissute ai Parlamenti  dell’Italia Interna, giornata di parole e poesie sull’Italia sconosciuta, e ora camminano nella notte verso il cimitero di Aliano. Quasi perdiamo la strada, due paesani ci accompagnano fino alla cortina dei cipressi. Il cimitero è nel punto più alto del paese. Ecco le tombe, le luci fioche, il cielo tinto di perfetto blu-scuro. La tomba di Carlo Levi. Oggi qui si è ospiti e non prigionieri dell’esilio. Sulla lapide di Carlo, ci sono piccole pietre, una sigaretta, bigliettini, un frammento di uno specchio. La tomba si affaccia sugli ulivi. Franco si siede a fianco del sepolcro. Caterina canta la sua voce. Un poeta sussurra il flauto. Livio, con i suoi capelli ricci, ha dita leggere sulla chitarra. La magia è una storia semplice. Franco legge le poesie per sua madre. C’è incanto, dolore, bellezza e, subito dopo, un’immediata allegria. Sorge il sole, le ragazze se lo godono, noi ci mettiamo davanti ai cancelli del cimitero per una foto di gruppo.

Il cammino notturno verso la tomba di Carlo Levi


Non riesco a trovare il sonno. Vado fino al bar. Ottavio, quattro orecchini per orecchio e occhiaie da sonno perduto per sempre, non ha i cornetti e non ci dice che ce li ha il forno a mezzo metro di distanza. Riappare il mondo reale. Fra i cipressi del cimitero, più alta degli alberi, una torre per cellulari. La vogliamo la modernità ad Aliano? Voglio mettere in rete questo post fintamente sovversivo? Il giovane assessore alla cultura mi attiva un wi-fi personale nel corso del paese.

Due bar si fronteggiano nel corso di Aliano: ‘Il brillo parlante’ e il ‘666’. Mi spiega Ottavio: ‘Lo so che è il demonio. Ma non era un angelo anche lui?’.

Un sassofono nella notte


Si sta bene ad Aliano. In questa follia ‘inoperosa’ e inutile. Tre giorni di follia che ‘non servono a niente’. Ma tessono inconsapevoli reti. E regalano un bel frammento di vita. In fondo, l'importante è costruirsi un buon passato. Sappiamo che non cambia niente, ma per qualche ora Aliano ha sovvertito l’ordine reale di ogni logica. C’è stata compassione, clemenza, indulgenza in queste ore. E questa mi appare come una sovversione.

Per dodici ore poeti e politici, musicisti e attori hanno messo in scena i Parlamenti di un’Italia ignorata. Una donna di Avigliano ha recitato le sue poesie in una lingua allegra e straziante. Il giornalista di Taranto ha narrato del sangue malato dei bambini della sua bella città. Franco indossa una maglietta con su scritto: ‘A Sud di nessun Nord’. Il Sud entusiasma, e poi precipita nella depressione. Abbiamo un vero nemico: ‘gli scoraggiatori professionali’. Ma, ad Aliano, i ragazzi dei paesi hanno saputo di non essere soli. In altri paesi, fra la Maiella e il Pollino, ci sono altri mille ragazzi simili a loro. Hanno gli stessi desideri, bevono la stessa birra, passano le stesse ore, cullano gli stessi sogni e amareggiano le stesse depressioni. Coltivano la stessa voglia di felicità.

I poeti. Donato

I poeti. Roberto Linzalone


‘I paesi lucani quando stai per arrivare si allontanano. Sei a tre chilometri, pensi di essere arrivato e loro si spostano. Non si fanno trovare’.

Poeti e poeti. Per ore e ore. ‘E’ rarissimo che artisti lucani lavorino assieme’. Qui, per un giorno, accade.

‘Questo è un lavoro di sartoria’

La pizzica


E’ innaturale stare seduti tutte queste ore. Ma è un sacrificio dell’oggi. Da domani si cammina di nuovo. I Parlamenti dell’Italia interna cominciano alle dieci del mattino e vanno avanti fino al crepuscolo.

Rocco canta dei treni che non passano dalle stazioni fantasmi della Lucania. Eppure ne è passato uno che aveva a bordo la squadra nazionale femminile di pallavolo. Che desiderio salirci a bordo.

Rocco De Rosa insegue la sua musica al piano. E’ un Aliano Concert.

Franco Arminio e le sedie vuote


‘Batteziamo di nuovo le cose’. Silvana ci chiede di chiudere gli occhi mentre legge la sua poesia. E’ imbarazzante. Corro il rischio di addormentarmi. Sfioro il corpo di una ragazza. So che sto muovendo le mie dita in qualcosa che è una carezza. Desiderio. Le parole di Silvana costruiscono i miei sogni.

‘Bando ai cinici, largo ai pensieri solenni, agli imbarazzi, agli aggeggi di amore’, dice Silvana. E ora aprite gli occhi.

Dio Mio, questi giorni sono frammenti dispersi. Hanno ritmo.

Oggi, ad Aliano, è morto Amedeo Noschese. Aveva più di ottanta anni. Si affiggono cartelli mortuari. Il negozio dalla vetrata più grande del paese è quello delle onoranze funebri. Voglio manifesti che annuncino nascite

Rocco Papaleo


Non abbiamo paura della morte. A sera Rocco Papaleo leggerà oltre cento cartoline spedite dai morti. Ci vuole coraggio a fare questo.

Si intreccia poesia e politica.

‘Organizziamoci attorno alle nostre debolezze’

‘Il sacro è la luce che illumina le migliori fotografie’

‘Indossare il nostro sguardo migliore’

L'alba al cimitero. Monica e le sue amiche

I quadri di Roberto Campoli arrivano da Genova. Sono ricavati da piccoli materiali abbandonati: un bicchiere di plastica, un tovagliolo dell’Ikea, un frammento di ferro arrugginito.

‘A Sud del Sud, c’è il Sud. E poi un ultimo Sud’. Alla fine c’è il Sudafrica.

Ulderico Pesce è un folletto. Rivendica il diritto alla nostaglia. Il raccolto non è andato bene. Non è colpa di Dio. La miseria non è colpa di Dio. E’ un delitto degli uomini. Se non c’è il pane, non dipende da Dio.

Comizio notturno di Franco Arminio


Non voglio più fare il cameriere, l’avvocato mi ha detto che non rischio poi tanto se porto roba su al Nord.

Fabrizio Barca ci dice che ci sono solo tredici operai nel parlamento italiano. E cinque sono nel movimento Cinque Stelle.

Il capitalismo non produce emozioni.

Rocco mi consegna la prima cartolina di un morto. La ricopio qui….’Qui la fine della primavera e la fine dell’inverno sono più o meno la stessa cosa. Il segnale sono le prime rose. Ne ho vista una mentre mi portavano nell’ambulanza. Ho chiuso gli occhi pensando a questa rosa mentre davanti l’autista e l’infermiera parlavano di un ristorante nuovo dove ti fanno abbuffare e si spende pochissimo’.

Daniele Sepe e la bellezza del sassofono

E il gruppo di Daniele Sepe canta Athaualpa Yupanqui. Lo ascoltai a Pavia. Nel 1975. Adesso ho lacrime negli occhi. Canto a squarciagola abbracciato a un paesano. E anche lui conosce la canzone tucumana. Sono disperato. Sono felice. Sono disperato. Sono felice.

Alle due e trenta ancora i poeti gridano alla luna. Alle tre del mattino, Roberto Linzalone racconta di come non divenne un poeta della Laterza. Prima Donato si era seduto su tappeto e lo aveva fatto volare con le parole. Perfino Nunzio si è messo a muovere parole gettando fogli sulla platea. Gaetano Calabrese mi regala un volantino di poesie. Scopro che lo fa con tutti. Con vanitosa generosità.

Alle quattro del mattino un regista di 91 anni mette su un film in bianco e nero degli anni ’50 sul mondo contadino della Lucania. La platea si allunga sulle sedie verdi. Le teste oscillano. Lui è in piedi, ritto, sorretto da un bastone di legno.

Il flauto e la tomba di Carlo Levi


Alle cinque il pifferaio magico decide che è tempo di fare un corteo per le strade del paese. Vuole vanamente organizzarci. ‘In fila per tre’. Lo guardiamo come se fosse un matto.  Ci rinuncia. Il corteo si mette in movimento. Sono bellissimi. Siamo bellissimi. Caterina è in testa con la sua gonna bianca. E’ il Quarto Stato questo.

Franco Arminio scrive a Carlo Levi


Alla fine, il pifferaio magico ha avuto ragione: all’alba, il sole che sorge fra gli olivi, siamo alla tomba di Carlo Levi.

Livio Arminio, il sonno, la chitarra, la tomba di Carlo Levi


Il sole sorge sul volto delle ragazze. Una di loro ha perfino il rossetto. Monica è bella e con gli occhi di stanchissima dolcezza. Franco Arminio insiste per la foto di gruppo.

Confondo le notti. Non so più quando ho afferrato il suono di un organetto in un angolo lontano di Aliano. Quattro ragazzi ballano tarantella e poi cantano in napoletano. Vengono da Cesena. Ecco, Italia. Italia interna.