venerdì 17 gennaio 2014

San Mauro Forte/Il suono dei campanacci


E stasera, 16 gennaio, per le strade di San Mauro Forte, notte di Sant'Antonio Abate, in Lucania, il suono dei campanacci. 



























martedì 14 gennaio 2014

Addis Abeba/L'imperatore, la suffragetta comunista, il ribelle, i partigiani, il cantante

La tomba di un arbanoucc, un partigiano etiopico

Cimitero dei patrioti. Cimitero degli uomini celebri d’Etiopia. Ma, in un posto d’onore, nel giardinetto davanti ai gradini che conducono alla Sellasiè Church, la grande chiesa ortodossa della Trinità, riposa Sylvia Pankhurst. Aveva 78 anni, nel 1960, quando l’imperatore Hailè Selassiè decretò che questa donna inglese aveva diritto a funerali di gloria e fosse sepolta nel più importante cimitero di Addis Abeba. Là dove lui stesso aveva deciso che avrebbe finito la sua vita terrena. Sylvia Pankhurst è la sola straniera fra coloro a cui è stato concesso di venire sepolti attorno alla chiesa più importante della capitale dell’Etiopia. Ed è una storia a suo modo sorprendente. Sylvia, figlia di Emmeline Pankhurst, donna ribelle dell’800 britannico, battagliera sostenitrice del diritto di voto alle donne, era una comunista radicale, aveva fondato il partito comunista inglese, ne era uscita a sinistra e aveva litigato perfino con Lenin. Doveva essere una grande donna. Dal carattere tosto anche se le sue foto mostrano una dolcezza fuori del tempo. A 45 anni, Sylvia ebbe un figlio, Richard (oggi, quasi novantenne, è uno degli storici più importanti dell’Etiopia), e rifiutò di sposarne il padre, un anarchico italiano. Nel 1936 militò nei movimenti anticoloniali e si battè contro l’invasione italiana del solo paese indipendente dell’Africa. Fu così che maturò la paradossale amicizia fra un imperatore africano per diritto divino, un autocrate spietato, e una donna inglese che sognava la libertà in nome del comunismo. Nel 1956, Hailè Selassiè invitò Sylvia a vivere ad Addis Abeba. Non avrebbe più lasciato il suo nuovo paese.
L'abuna dagli occhiali scuri

La Selassiè Church

Bisogna avere attenzione in questo cimitero. E’ uno specchio dell’Etiopia. Ne racchiude i misteri incomprensibili a noi occidentali. ‘Cera e oro’, si dice qui ad Addis Abeba: ‘una parola, due significati’. Niente è come sembra. Qui, nella cappella più importante della chiesa, è sepolto proprio il negus, il ‘re dei re’, il 225esimo successore di Menelik I, il figlio della regina di Saba e di re Salomone. Negli anni ’30, Hailè Selassiè, divinità per l’Etiopia rurale e per i rastafarians giamaicani, aveva ordinato la costruzione della chiesa della Trinità pensando di farne il proprio mausoleo. Oggi, nel cimitero che accerchia la basilica è sepolto Melles Zenawi, il primo ministro dell’Etiopia, morto nel 2012. Melles, per decenni, è stato un ribelle. Comunista filo-albanese, si diceva. Leader della gente tigrina del Nord del paese. Capo guerrigliero. La sua lotta sfiancò una tirannia africana che, anch’essa, si diceva comunista. Per quasi vent’anni, dal 1991, dopo la incredibile vittoria di quella guerriglia, Melles è stato l’uomo forte dell’Etiopia. Fu lui, nel 2000, ben otto anni dopo il ritrovamento delle sue ossa, ad autorizzare il funerale solenne di quell’imperatore con cui niente aveva a che spartire. Melles allora disse: ‘Non dimenticate che era un tiranno e un oppressore’. Oggi, il ‘re dei re’ e l’ex-guerrigliero sono sepolti a pochi metri di distanza. Ingombrante e marmoreo (un marmo scuro, dai riflessi granata) il sarcofago di Hailè Selassiè si trova nella ostinata penombra della grande chiesa. La tomba di Melles Zenawi, invece, è all’esterno, fra gli alberi dei giardini dove la gente di Addis Abeba cerca pace dal traffico della città. Il suo sepolcro in pietra nera, vanamente addolcito da fiori di plastica, è sorvegliato da soldati armati ed è privo di sfarzi. Vi è una sua grande foto: ha in mano il libro ‘The spirit of Africa‘.
La statua dorata di Telahun Gessasse


 
Abba Patros di fronte alla tomba di Asnakech Worku
Strano cimitero. Racconta la storia irraccontabile di questo paese. Qui, in un angolo quasi dimenticato, vi è il sepolcro di Lorenzo Taezaz, un eritreo che fu fra i consiglieri più vicini all’imperatore. E proprio l’Eritrea, la sua lotta per l’indipendenza, sarà la miccia che consumerà il potere decrepito di Hailé Selassiè. La tomba di Lorenzo è accerchiata dalle erbacce, la sua statua fu scolpita da uno scultore italiano. Ha lasciato una firma: Ferruccio Vezzoni, artista toscano, celebre per i suoi busti funebri.
Qui riposano anche gli abuna, i vescovi, i patriarchi della chiesa ortodossa. Mi colpisce la foto di uno di questi alti prelati con occhiali scuri. E poi i notabili delle corti reali e i cantanti. Abba Petros, un giovane prete (parla italiano, sta studiando filologia a Bari, questi sono gli incontri imprevisti di Addis Abeba), mi accompagna a una tomba-monumento. E’ sovrastata da un krar in pietra dorata. Asnakech Worku era ‘la regina del krar’, strumento simile a una cetra a cinque o sei corde con cui inseguire i ritmi delle scale pentatoniche delle musiche d’Etiopia. Sembra di sentire il suo suono ipnotico: si srotola fra i ginepri che fanno ombra alla sua tomba. Cimitero musicale: anche la statua di Telahun Gessasse, cantante strappacuori, è dorata. Una chiave musicale è scolpita nel marmo nero e Telahun continua a cantare allungando il braccio verso il pubblico. Canta per gli arbagnuocci partigiani della Resistenza etiopica contro gli invasori italiani. Sono sepolti qui con le loro armi e le loro medaglie. E poi, più recentemente, ha cantato, in maniera muta, anche per l’equipaggio dell’aereo di Ethiopian Airlines precipitato in Libano nel 2010.

La tomba di Sylvia Pankhrust

La tomba della moglie di Lorenzo Taezaz

 
L'orto fra le tombe
Un uomo, un vecchio, vestito con eleganza antica e stracciata, mi guida fra le tombe. Dice che vive qui, nella chiesa, nel cimitero. Mi mostra il suo piccolo orto. Spinaci, alcune piantine di cipolla, un’insalata, una piantina di pomodori. Verdure che crescono ai bordi di una tomba. L’imperatore, il ribelle, i musicisti possono essere contenti. E anche la comunista Sylvia può esserlo: cimitero imperiale con addosso una strana idea di democrazia.

(questo articolo è la versione integrale dell'articolo uscito sul numero Cinque di Erodoto. www.erodoto108.com )




sabato 4 gennaio 2014

L'ostaria è un teatro



(versione integrale di un articolo apparso sul numero 5 di Erodoto108) 


Questo non sarà solo un breve articolo. E’ un innamoramento improvviso. E come ogni colpo di fulmine non rispetta alcuna regola. Tutto è accaduto perché mai, fra una leggera nebbia autunnale, nella piana malinconica della Riviera del Brenta (per me, toscano, un mondo senza colline non è nemmeno immaginabile), a fianco del fosso delle Donne (dove si parcheggia, scivolandoci dentro, quando si è ubriachi)…ecco, ho perso il filo. 

Ricomincio. Allora: mai avrei immaginato di trovare qui, in una osteria (una ostaria, in realtà) del profondo Nord-Est, un manifesto con su Totò (che era napoletano del rione Sanità) accanto alla bellezza da lacrime di Tina Modotti (donna messicana che, in fondo, era nata a Udine).  Entro e nell’osteria e i due volti spiccano come stelle sul perlinato che ancora protegge, come nei tempi antichi, le pareti di questo locale. E’ bastata questa visione a sbigottirmi e a far battere il mio cuore. Amore a prima vista. Così ho mandato a rane tutti i miei pregiudizi sul Nord-Est e vi racconto dell’Ostaria dei Kankari. Che poi, da queste parti, sono gli ubriachi.

Totò e Tina mi hanno distratto. E così non vi ho detto della bandiera No-Tav che sventola dal balcone sopra l’ingresso dell’osteria. E nemmeno della scritta, un po’ nascosta, che, da sempre, sta affissa sopra la porta: Foresto ricorda: in sto locale i osti gà ea mare putana. Bisogno di traduzione? No, non credo. Se così non è, inventatevi il vostro significato.
Arredo spartano, una ventina di tavoli in due stanze, dove sono riusciti a fare entrare perfino un piccolo palcoscenico per musiche e spettacoli. E, naturalmente, un bancone da bacaro con sopra la delizia di cento spunceti, leccorniose tapas veneziane. In estate, si mangia all’aperto e dentro si gioca a biliardino.
Entri qui dentro e subito scopri che, oltre al vino e a birre eccellenti, hanno anche la spuma. Anzi: ‘E’ tornata la spuma’, annuncia, con orgoglio, un manifesto. E un altro cartello colorato invita ad assaggiare la pasta, pasta kankara, ovviamente. ‘Leggermente piccante. Appetitosa. Afrodisiaca. Per l’appetito di chi sa amare’. Ecco, sono arrivato a casa.




Non è semplice, per chi non è di queste parti, raggiungere l’ostaria. Non sta mica in paese. E’ imbrecanata in questa piana dove, nei mesi dell’inverno, si stende la nebbia del Nord-Est. Non so dirvi dove sia. Dalle parti di Mira, un paesone, quarantamila abitanti, dalla storia operaia (ricordate la Mira Lanza?), persa in un cruciverba di fossi, argini di canali, pioppeti, rotonde, e case sparse. La troverete, non preoccupatevi. Questo locale passa per essere il più bohèmienne della Riviera del Brenta e, in certi giorni, proprio quando la nebbia è più fitta, si viene qui (e vengono tutti) a cercare conforto alla malinconia e mettere assieme briciole di gioia. Si vezzeggiano un poco all’ostaria. Descrivono così i loro amici-clienti: ‘filosofi (falliti), musicisti (falliti), illustratori (falliti), giornalisti (falliti)’. E infine: ‘metalmeccanici e figli di troia (questi ultimi invece riuscitissimi), tutti allegramente seduti agli stessi tavoli uniti’. Sì, sono arrivato a casa.

Fra l’altro, questo luogo ha storia: l’ostaria c’è da sempre. Un tempo era il bar Sprint. Per anni e anni è stata conosciuta come Checco, il cancaro, luogo da leggenda del Nord-Est, quelle che racconta Marco Paolini. E qui veniva Paolino, che, alle nove del mattino, già si aggrappava al bancone per bersi due ombre. Mezzo vino e mezza acqua, perché il dottore gli aveva detto di dimezzare le sue dosi quotidiane. Tenete presente che, a Mira, il mezzo bicchiere, da allora, è conosciuto come Paolino. Qui, attorno a questi tavoli, si riuniva anche la sinistra ostinata a sopravvivere in un Veneto democristiano. Baluardo rosso. Gli operai della Mira Lanza e i contadini dei campi di mais passavano qui il loro tempo liberato e perduto.  Adesso sta qui la gente che intuisce che la bandiera bianca dei No-Tav rappresenta qualcosa di più che una battaglia contro un treno.

Moira


Adesso tocca ai personaggi e interpreti. Ho conosciuto Moira, 38 anni, a una tranquilla semina di granoturco in un campo su cui vogliono costruire un centro commerciale. Stava lì a suonare una immensa fisarmonica e a cucinare salsicce e polenta. Vi erano ragioni a sufficienza per conoscerla meglio. E’ così che ho scoperto che fa l’ostessa. Da quindici anni. Lasciò il teatro e il pianoforte per amore di un ragazzo che voleva fare l’oste. Ma poi lui se ne andò, lasciando solo lei dietro al bancone.  Anni duri, immagino. Ma l’attrice imparò a cucinare, a passare il tempo con Paolino che fumava quattro pacchetti di sigarette al giorno e andava avanti a mezze ombre. Pagò debiti su debiti. E alla fine decise: ‘Se io non posso andare in giro a fare teatro, porto qui il teatro’. E l’ostaria divenne palcoscenico per uno spettacolo ogni sera. Un luogo da favole. Non so quanto dorma Moira. Piccola, rotonda, occhi che scintillano di meraviglia, un sorriso che dà felicità, lei è cuoca, fisarmonicista, suona il pianoforte e ora sta ritrovando anche il modo di tornare a fare teatro. Di sé fa scrivere: è il perfetto caso delle ‘braccia tolte alla cultura, e donate alla viticoltura’. Mica vero: la cucina di Moira è leggenda popolare e tutti noi seguiamo ballando lei che cammina con la fisarmonica in mano. E’ vera cultura, questa ostessa.

Marco è quello con la barba
Poi c’è Marco. Compagno di Moira. Barba, pochi capelli, sorriso gentile, parole sommesse. Cultore profondo di birre in terra di vini bianchi. Segno cancaro, e quindi predestinato. Tranquillo, pacioso, attento. Quasi un maestro di sala mentre raccoglie ordini ai tavoli. In più suona, canta e ha una chiacchiera per tutti coloro che qua entrano.

Musica in osteria

Mi dicono di Juri. Non c’era quando io sono venuto qua. Cameriere tutto fare. ‘Faceva parte dell’arredamento quando mi sono ritrovata qua dentro’, ricorda Moira. Quindi copio, e mi fido, quanto scrivono di lui: ‘Leggenda delle leggende: racchiude in se stesso il gatto con gli stivali, il gobbo di Notre Dame, Gianni e Pinotto (tutti e due insieme, come se Pinotto avesse mangiato Gianni), il mago Galbusera, Paolo Rossi (tutti e due, come se l’attore avesse mangiato il calciatore) e soprattutto Batman e Robin’. Come se Batman avesse mangiato Robin. Ho un’ottima ragione per smarrirmi nuovamente alla ricerca di questa osteria: bisogna conoscere Juri.

Altre buone ragioni: qui si va alla riscoperta della memoria di un popolo. Delle feste. La luna peosa, a ottobre, a esempio: se coperta di vapori e nebbia, sarà anno da ricordare. O il capodanno contadino, a marzo, con tanto di gemellaggio con Tiggiano, paese della Puglia, dove si compie lo stesso rito dimenticato. Si va di casale in casale a festeggiare i contadini. E poi qui si celebra anche sant’Ippazio, E, giorno importante, si viene all’ostaria, la notte di Natale. Dopo la messa, si passano le ore notturne della festa santa assieme a Moira.

Il menù


Alla fine quasi mi dimentico il cibo. Che è roba da leccarsi i baffi. Cibo a chilometro zero. Viene dall’orto (hanno anche il tempo per l’orto!). Cavoli e verze in inverno. Perfino cavolo nero in Veneto, una rarità. Con pancetta. E poi polenta e salsicce. Pasta. Ma quando mi sono seduto al tavolo, ho assaggiato il bufalino (e c’era anche l’asino). Povere bestie (attenzione: menu per vegetariani e perfino per vegani, non preoccupatevi), ma questa carne arriva dal microallevamento di un contadino che sta a meno di mezzo chilometro da qui e che stava per fallire perché cacciato via dal mercato del latte quando ha deciso di allevarli, i bufali.

Ecco, Marco ora scrive il menù con una grafia quasi invisibile da amanuense. Si siede al tavolo con noi e, chiacchierando, consiglia e suggerisce. Il racconto dei cibi è già spettacolo. Sì bisogna avere tempo, all’ostaria dei Kankari. Ed è un bel tempo.

Ostaria dai Kankari, Via Fossa Donna, 93, Marano di Mira (Venezia); Tel. 041.479594;http://kankari.it/; e-mail: ostariadaikankari@gmail.com . Gli osti avvertono: la controlliamo ogni giorno di San Mai. Giorni e orari di apertura: Lunedì: 11.45 – 14.45 / 19.00 – 2.00; da mercoledì a sabato: 19.00 – 2.00. Domenica: 17.00 – 2.00;  Riposo settimana: martedì.




mercoledì 1 gennaio 2014

Venti anni fa, in Chiapas.....

(Foto di Andalucia Knoll, da Erodoto108, numero 4, preparazione del pranzo comunitario durante la escuelita dello scorso agosto)


(di Hermann Bellinghausen. Articolo apparso sulla Jornada, giornale messicano, del 31 dicembre....)

Traduzione a cura del comitato Chiapas 'Maribel' di Bergamo (http://chiapasbg.wordpress.com)



......In queste ore, 20 anni fa, centinaia di comunità maya nel sudest messicano si disponevano finalmente a sollevarsi in armi contro quello che hanno sempre chiamato malgoverno, dopo di anni di preparazione per la guerra di liberazione nazionale. Le famiglie chol, tzeltal, tojolabal, tzotzil, salutavano padri, figli o fratelli miliziani. Gli insorti, molte donne, li avrebbero guidati dalla Selva Lacandona, gli Altos e Zona Nord per occupare simultaneamente diverse città all’alba di fine anno. E così all’alba ad Altamirano a distruggere l’orologio del municipio; a San Cristóbal de Las Casas, alle prime luci del giorno, i locali, i turisti ed i primi giornalisti (Amato Avendaño Figueroa, direttore del Tiempo, il primo fra tutti) andarono a vedere chi aveva occupato e svuotato il palazzo, dal suo balcone lessero, per voce del comandante Felipe notoriamente senza passamontagna, la Dichiarazione della Selva Lacandona dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), e fecero conoscere le loro richieste. Il subcomandante Marcos, unico meticcio, attrasse immediatamente l’attenzione dei media. Dall’oscurità alla luce, un poco impacciati, si vide che chiunque fossero, erano preparati per quello che volevano fare. Col volto coperto, chiedevano per tutti tutto, niente per noi.

Ad Ocosingo, il secondo giorno li aspettava una battaglia sanguinosa e lì sarebbe caduto il maggior numero di ribelli, tra loro il comandante Hugo, rispettato dirigente tzeltal. Molti furono giustiziati dall’Esercito federale (che attaccò proveniente da Palenque) faccia a terra, con le mani legate dietro la schiena, ma la maggioranza morirono in combattimento. La strada verso le vallate fu disseminata di cadaveri di indigeni con la divisa di un esercito contadino che avrebbe ridefinito l’idea di modernità, secondo le classi dominanti. Nelle prime ore era corsa voce che non fossero messicani, che parlavano come stranieri. Devono essere del Guatemala, dissero i caxlanes sbarrandosi in casa. Quasi troppo facile sembrò la presa di Las Margaritas, dove gli insorti affrontarono la polizia; in quell’azione cadde ilsubcomandante Pedro, ed il mondo non lo avrebbe conosciuto. Le comunità della valle tojolabal lo recuperarono e lo piansero con tutti gli onori.

Salvo che ad Ocosingo, il ripiegamento degli insorti fu rapido, quasi misterioso. Lasciando Las Margaritas, i ribelli passarono per la fattoria del generale, ex governatore e proprietario terriero Absalón Castellanos Domínguez e lo fecero prigioniero. Era responsbiale di molte vite di indigene e sarebbe stato giudicato per i suoi crimini. E come ne La voragine, di José Eustasio Rivera, se li divorò la selva. O la montagna tzotzil degli Altos.

Le elite credevano che all’alba del 1994 il Messico starebbe entrato nel primo mondo come socio di lusso delle potenze del nord. Col chiasso dei guastafeste indigeni in un lontano angolo della patria, il paese si trovò piuttosto di fronte ad una guerra quasi inverosimile, ad un’eloquenza inedita alla quale nessuno potè essere indifferente. Il loro Ya basta! cambiava le regole del gioco. I media accorsero in massa da tutti i paesi. C’era un nuovo giocatore: i popoli indigeni del Messico. Il resto, è storia....