domenica 7 novembre 2010

Chiesa di Santa Barbara alla Poma


Chiesa di Santa Barbara alla Poma
Il bilancio di questa chiesa (mille e settecento abitanti ai tremila metri della Poma, paese di contadini delle altezza andine) è in un foglio protocollo appeso accanto al fonte battesimale. Scrittura con penna Bic rossa. Nel 2009 sono entrati (donazioni e concorsi a premi) 2059 pesos, meno di 400 euro. Sono stati spesi 971 pesos, quasi 200 euro. Il primo marzo, è stato pagato il pranzo al padre (forse venuto da fuori): sette pesos, poco più di un euro. La spesa costante è la bolletta della luce per la chiesa. E’ stato comprato un costoso rotolo di scotch (quattro pesos e mezzo, meno di un euro) e gli addobbi per l’albero di Natale sono costati 43 pesos, otto euro.
Quanto è costato il mio biglietto aereo per venire fino qua?
La Poma, primo di novembre

Ruta 40

Ruta 40 all'Abra el Acay

Strada che  risale il Latinoamerica. Strada di ripio. Non è semplice terra o sabbia o ciottoli. Si naviga su piccole pietre, quando si decide di viaggiare lungo la straordinaria Ruta 40. Si sa bene cosa si affronta quando la si percorre. Strada leggenda. Un high-way sterrata che raggiunge paesi sperduti nella pampa o nella Ande. Parte dalla fine della Patagonia e risale tutto il continente. Qui, Argentina del Nord, si perde da Cafayate, elegante regione di vinattieri, a Cachi, già montagna oltre i duemila metri, fra la fertilità del fiume Calchaquì e l’aridità della Puna argentina, la steppa di alta quota.
 
Paesaggi di questa terra. Le vigne crescono nella sabbia. I preti mettono altoparlanti sulle chiese e i canti della messa invadono la piazza di San Carlos. Gli uomini sembrano non farci caso e mangiano, a metà mattina di questa domenica, strepitose zuppe di locro. Una venditrice ha portato un pentolone nella piazza del paese. Ricordo che a Rio Mayo, villaggio patagonico, erano gli altoparlanti delle caserme a scuotere l’aria immobile.
La Ruta 40 sfiora cimiteri e finca. Si apre un varco nel groviglio geologico della quebrada de las Flechas. Qui le montagne sembrano sfogliarsi, roccioni messi per verticali a strisce continue e ondeggianti. E’ come se la geografia fisica si fosse ribaltata. Non so come facciano a stare in equlibrio questi canyon che si appoggiano l'uno contro l’altro.
La ruta 40 è un buon logo. Niente asfalto, viaggio solo per coraggiosi. Un cuoco celebre si è rifugiato a Molinos per aprire un albergo cinque stelle in una antica casa della nobiltà spagnola e ha fatto scrivere sopra l’ingresso: ‘Cucina d’autore’. Molinos è lontano da tutto. Buen ritiro.
La strada diventa un serpente. Segue, come un’ombra, tutti i capricci del fiume Calchaqui. Diventa stretta come un’acciuga. Predilige le curve. Una dopo l’altra. Come su un autoscontro. Fa scivolare le ruote perché vorrebbe conoscere il ghiaccio. Distrae con paesaggi che cambiano ogni chilometro. Montagne aspre e colorate e improvvise praterie dove pascolano mucche e cavalli mischiati assieme.
Con tornanti doppi, la ruta 40 entra a Cachi. Paese dai marciapiedi come piattaforme sopraelevate. Paese-snodo del turismo. Si infittiscono i pulmini degli operati di Salta. Russi si sdraiano nei ristoranti. Sono stati aperti wine-bar. Strano paese. E’ domenica: pick-up malridotti, ma dall’aspetto gongolate scaricano famiglie di contadini davanti alla bella chiesa dagli intonaci d’avorio. Anche a Cachi, l’altoparlante rimanda canti e parole per la piazza. Giornata di viaggio. La Ruta 40 è un ‘on the road
Cachi, 31 ottobre

Le parole corrette


Diego racconta delle comunità kolla attorno a Tilcara. Sta attento alle parole. Non userebbe mai la parola ‘aborigeno’ (che si nota su molti cartelli confinari delle proprietà collettive, in genere vi sta scritto: comunidad aborigenas). ‘Ma aborigeno sta a significare che siamo senza origini. E questo non è vero’. Diego non ama la parola ‘indigeno’ (e il suo paese, Tilcara, si è autodefinito ‘indigeno’, con il patronato di San Francisco, bella contraddizione). ‘Indigeno ci mette ai margini. Indica una marginalità’. Non usa mai nemmeno la parola: ‘sciamani’, Diego, usa, con abitudine, il termine abuelos per parlare dei vecchi saggi di ogni comunità. Diego spiega dei ‘popoli originari’.
Tilcara, 28 ottobre

Incontri/5


Juan Domingo, consigliere comunale a Cobres


A quattromilanovecentocinquantotto metri, Abra de Acay, passo andino, incontriamo Juan Domingo. In motocicletta. ‘Non va tanto bene in montagna, va meglio quando devo andare nei campi’, dice. Soffre l’altezza, la moto. Juan è lì, in piedi, imbozzolato in una giacca a vento di cartavelina (modello Nautica). E’ un ‘consigliere comunale’. A Cobres. Altre montagne. Più a Nord. Una volta al mese, Juan deve andare alla Poma (mille e settecento abitanti), municipalidad di questa regione remota (remota per chi? Per noi, che veniamo dalle città, non per questa gente). Allora Juan prende la moto e viaggia, sbandando sul ripio. Passa la prima notte a San Antonio de los Cobres, sgangherato paese di minatori del borace, e poi sale fino al cielo dell’Abra de Acay. ‘Per discutere di progetti e di tutto quello di cui dobbiamo parlare’, spiega Juan. Non sa cosa significa Acay nella lingua dei popoli originari. ‘L’ho sempre sentita chiamare così fin da quando ero bambino’. Assieme mangiamo pane e tonno al riparo di un piccolo muro. Oggi un sole bruciante ci ha regalato una giornata senza vento. Doniamo acqua alle pietre della Pacha accumulate sul passo. Poi Juan spinge la moto per la discesa da vertigini dell’Abra. La sua moto parte solo a spinta.
Abra el Acay, 2 novembre

Las ofrendas/Il giorno dei morti alla Poma




Tremila quindici metri. Una coppia di vecchi cammina lungo il sentiero per il cimitero della Poma. La donna ha in mano la corona di fiori di carta. L’uomo (cappello a falde larghe, basette e baffi bianchi  che risaltano sulle rughe abituate al sole) tiene stretta una Bibbia. Vigilia del giorno dei Morti. Si va al cimitero ad adornare le tombe con i nuovi fiori dai colori vivaci. A casa è già pronta la tavola con las ofrendas, le offerte al parente che se ne è andato e che, per una notte, tornerà. A casa di Margarita si aspetta il nonno. Morto lo scorso anno, il miglior tessitore di ponchos della Poma. E’ stato preparato il pollo, le patate lesse, dolci ripieni di marmellata, foglie di coca, golosinas. E’ stato lasciato un pacchetto di sigarette e una bottiglia di vino Toro. ‘E’ quello che piaceva al vecchio’, spiega Margarita. Ora l’attende una notte di veglia e di preghiera. Si pregano i morti dell’ultimo anno. Devono ancora trovare la strada per l’al di là. Sono indecisi e inquieti. Al cimitero si versa acqua sulle tombe, si accendono candele. Non vi è né tristezza, né malinconia. Mi chiedono una foto attorno alla tomba. Sorridono. Mi raccontano dei morti. Domattina i cibi disposti sulla tavola verranno mangiati, distribuiti ai parenti o agli amici, donati a chi passa in quel momento davanti a casa. Si racconteranno storie sul nonno di Margarita. Il dolore sarà scomparso per lasciare spazio all’allegria. E’ stata riaperta la vecchia chiesa del paese historico: la Poma, ottanta anni fa, venne distrutta da un terremoto. E’ stato ricostruito un villaggio dalle case tutte uguali, ma gli abitanti di queste altitudini curano il vecchio villaggio come se ancora vivessero lì. Nella chiesa antica si ricorderà l’infermiera deceduta lo scorso anno. La coppia dei vecchi cammina lentamente verso questa preghiera notturna. Al cimitero ci sono tombe crollate, tombe senza nome, tombe dimenticate. Due vulcani andini sorvegliano il villaggio. La strada sale fino all’Abra di Acay. Sfiora i cinquemila metri.
La Poma, primo di novembre

L'astuzia della solitudine/Incontro con Flavia y Damiana

Flavia y Damiana


A quattromila metri, sotto il passo dell’Abra de Acay, che sfiora i cinquemila metri. Una casa solitaria. Di adobe, fango e paglia. Nessuno vive qua attorno per chilometri e chilometri. Per mesi, questo è il regno del gelo. Però Flavia e Damiana, madre e figlia, cinquanta e trent’anni, hanno fatto della solitudine la loro vita. E la loro economia. Il marito è morto dieci anni fa. Flavia e Damiana hanno deciso di rimanere sulla montagna. Con capre e lama da pascolare. E, guardando il mondo che passa (una/due macchine al giorno durante la primavera australe. Non di più. Turisti che non temono le altezze e la strada insidiosa), hanno compreso il mondo. Hanno capito, donne-pastore, che la solitudine è anche un affare. Un cartello per colpire l’attenzione (come se una casa solitaria oltre le nuvole non fosse sufficiente), la lana di lama per fabbricare guanti e cappelli, un dolcissimo cucciolo di lama e otto cani giocosi fuori dalla porta per attrarre ancor di più. Tre turisti al giorno si fermano. E comprano i guanti e i cappelli. Scrutano la casa di una sola stanza. Si stupiscono della elettricità (pannello solare). Domandano e loro sanno le risposte: ‘Sì, quando abbiamo bisogno, scendiamo al paese della Poma a piedi. Poi la polizia ci dà un passaggio per tornare’. La Poma è almeno a trenta chilometri di distanza e mille metri più in basso. Anche in inverno? ‘Soprattutto in inverno’. Il turista è incerto. Se ne va. Flavia azzarda: ‘Cento pesos per le foto’. In fondo, c’è scritto anche nel cartello. Si vende anche la propria immagine a quattromila metri di solitudine. Il turista è spiazzato. Ha comprato i guanti a una cifra irreale. Replica: ‘Cinquanta pesos’. Flavia ha un sorriso: ‘Va bene’. Fregati. Con astuzia. Le due donne hanno guadagnato come un ragazzo di un call-center in cinque giorni.
Mi inchino all’astuzia della solitudine e ai quattromila metri di Flavia e Damiana. Accarezzo il cucciolo di lama. Mi piacerebbe ripassare di qua.
San Antonio del los Cobres, 2 novembre  

Incontri/4

Padre Ivano, Hermano Edgardo


E se a Palermo (seicento abitanti, contadini delle Ande, eredi di migrazioni boliviane) incontri due giovani hermanos, Discepoli di Jesus di San Juan Baptista? Un noviziato in un luogo sperduto che si chiama come una città italiana. Quattordici novizi, padre  Ivan (trentatre anni) e hermano Edgardo (venti anni) come responsabili della formazione. Incontri di Argentina: i due fratelli mostrano i conigli, le galline, i due maiali. Una vecchia fattoria espropriata dal governo e concessa ai Discepoli. In una regione remota. I fratelli si svegliano alle cinque e trenta del mattino. Regole di preghiera, lavoro e silenzio. Recitano il rosario camminando per le strade deserte del paese.
Palermo, 1 novembre

La scuola della Frontiera, la scuola del mais

La classe della maestra Cristina



I mais
Chullpi, Bolita Chejua, Chignanero, Puro Colorado…..Pisancalla, il nome che più sorprende….ventisette pannocchie colorate, ventisette tipi di mais nelle montagne, oltre tremila metri, di Yavi Chico. 72 famiglie. Poco meno di quattrocento persone. Nessuno giovane. Tutti migrati verso Buenos Aires. Rimangono i bambini, gli adulti, i vecchi. La Bolivia è a un passo, ultimo paese dell’Argentina andina. Qualche collectivo, nelle ore della scuola (trasporta i maestri), assicura precari collegamenti con gli altri paesi. Molti bambini camminano per un’ora e mezza per raggiungere la scuola. Una scuola straordinaria, la Escuela de Frontiera N.2, Rosario Wayar. Fondata nel 1917. ‘I bambini sono figli della montagna. Sono taciturni, solitari, silenziosi – racconta la direttrice Maria Cristina Yurquina, trentadue anni di insegnamento rurale – Ma sono stati loro i nostri maestri. Come riuscire a entrare nel loro mondo? Con il mais. Qui ogni famiglia ha il suo campo di mais, si vive di mais, se ne conosce ogni segreto. E i bambini li hanno insegnati a noi. Il mais ci ha aiutato a conquistare la loro fiducia, insegnare è diventato uno scambio continuo di saperi’. E’ facile innamorarsi della Escuela de Frontiera. Nel corridoio-sala delle riunioni sono esposte le diverse pannocchie, sulle pareti sono raccontate le leggende del mais, il calendario scolastico segue passo dopo passo quello dell’aratura, della semina e la festa della raccolta. Questi sono i giorni della semina: il meccanismo della minka, del lavoro solidario, funziona ancora. I vicini si aiutano nei lavori della campagna. I bambini escono da scuola e diventano contadini. Nei giorni della festa, i contadini di Yavi Chico vanno ai mercati di La Quiaca e scambiano il mais con carne e lana.
Non innamoratevi troppo della Escuela di Frontiere e della bellezza di Yavi Chico. Un maestro di prima nomina non guadagna più di mille e cinquecento pesos (trecento euro al mese), lo stato passa per la mensa di questa preziosa scuola due pesos e ottanta centesimi al giorno, cinquanta centesimi di euro per tre pasti. Il sorriso di Maria Cristina dice della difficoltà del vivere qui ogni giorno. Prima dei venti anni, Carlito, Julieta, Jorge e i ragazzini che ho visto questo pomeriggio saranno in viaggio per Buenos Aires. Torneranno a Yavi Chico solo nei giorni di carnevale.
Yavi, 26 ottobre

La Puna a Yavi

L'ingresso a Yavi


Le nuvole appaiono più vicine. La luna appare più vicina. L’aria è di cristallo e solitudine. Sono spariti gli alberi, poche piante resistono ai venti, al freddo e alla aridità della Puna. Altopiani fra i tremila e quattromila metri. Ana, autista delle Ande, e il suo scassato pulmino ci portano fino a Yavi, l’ultimo paese dell’Argentina. Terra celebre: resistenza indigena contro gli Spagnoli, marchesato importante nelle gerarchie coloniali, regione di ottocenteschi conflitti tragici per la terra. Da qui, nel 1946, partì una marcia di 174 indigeni fino a Buenos Aires per rivendicare diritti sulle terre comunitarie. Ha aspettato per decenni la gente di Yavi prima di ottenere il riconoscimento alla proprietà delle loro terre.

Ombra nella notte
Il treno fra l’Argentina e la Bolivia, agli inizi del ‘900, ha segnato la condanna di Yavi. Fino ad allora era crocicchio strategico dei cammini fra il Perù., la Bolivia e l’Argentina. Le case di Yavi sono i fango e terra battuta, sono sdraiate su questo deserto di alta quota per non fornire appigli al vento. Nessuno è per strada. E’ estraniante, Yavi. Qualche ombra avvolta in uno scialle appare e scompare. Il vento muove mulinelli di polvere. Una macchina malridotta. Cani trotterellano vicino ai muri. Le porte sembrano chiuse: il mondo è là dietro. Basta avvicinarsi, poggiare la mano sulla maniglia e scoprire che nessuno chiude le porte. Ma bisognerebbe essere nati a queste altezze per poterlo fare. Saper interpretare i silenzi assoluti. Solo gli ubriachi, seduti ai tavolini delle botteghe, parlano e sbandano. Due ragazzi rasta hanno aperto un hostal. Cucinano piatti prelibati, giocano a scacchi e dadi e mettono musica rock di altri tempi e dolcissimi tango. Mi appaiono come due marziani. Marisol, giovane donna, ci accompagna per la Puna, in cerca di pitture rupestri. Dona Costantina ci mostra una libreria popolare eccezionale. La chiesa ha altari barocchi e finestre protette da lastre di onice.
La Puna di Yavi

Guardo le ombre addossate ai muri. Nessun bambino ci corre dietro. Marisol mi dice che ci sono state lunghissime riunioni per decidere che atteggiamento avere verso il turismo arrivato a questa altezza sette anni fa. Le apertura sono incerte, caute, diffidenti. Eppure tutti intuiscono che è l’unica economia in movimento di queste solitudini. Sono ragazzi delle città più lontane ad aprire strani locali alternativi.
Le ombre continuano a passeggiare addossati ai muri di fango. Non c’è un solo rumore attorno. Terra del silenzio.

Yavi, 25 ottobre

giovedì 4 novembre 2010

Informazione di servizio

Questa e' solo un'informazione: Libero non mi fa piu accedere alla mia posta. Quindi non potro leggere le mail....cerchero di risolvere il problema, ma non e' cosi semplice da un piccolo paese andino.
Chiedo scusa a chi mi scrive. Ho una seconda mail: andreasimplex@gmail.com
Appena trovo un wi-fi provero' a riprendere anche il blog.
Grazie
Andrea
Ambra Pampa, 4 novembre