giovedì 14 marzo 2013

Diario di un viaggio imprevisto 6./La baia dell'Uomo Morto

Dove sei David Foster Wallace. Ho un bisogno urgente di te.


Questo vi sembra un buon posto per morire? Dead's man bay a Peter Island

Alba. Sulla baia a mezza luna dell’Uomo Morto. Dead man’s bay. Devono avercele piantate queste palme che sono allineate come soldati in parata. Sono perfette. Alba da meraviglia. Il sole e il cielo fanno il loro dovere. Sono sempre sorpreso dalla indifferenza della bellezza. Anche quando morì quell’uomo, in questa baia, il sole e il cielo fecero il loro dovere ai Caraibi. Mi sembra strano bere un aperitivo painkiller, ammazzadolori, assieme a un uomo morto. Onore a chi non ha cambiato il nome di questa baia. E ha rivendicato antiche storie di pirati. Chi se ne frega se oggi è folclore...

Ho scoperto che se alzo la bandierina che sta di fronte alle poltrone da mare, appare all'istante una cameriera.

Spiagge di zucchero, scriverebbe David Foster Wallace

E direbbe che questa è opera di Photoshop. Ma no: come avrebbe dovuto reagire un mercante i sardine norvegese di fronte a questo spettacolo? Lo avrei comprato anch'io. Chiedo perdono ai beni comuni
Fu un norvegese, produttore di sardine e petroliere, a comprarsi Peter Island quasi sessanta anni fa. Raccontano, ma è una storia, che un americano la ricomprò dai suoi eredi solo perché un maestro di tennis lo cacciò dal campo di gioco. L’americano era un conservatore (due milioni di dollari per la campagna di George Bush), un filantropo e un fondamentalista cristiano a quanto ho capito, e il suo business erano i ‘prodotti naturali’. Fin dal 1949. Precursore di ogni produttore bio. Oggi i suoi eredi guidano una multinazionale di creme e lozioni per il corpo.

Il biliardino al Caribe

Nella villa più grande di Peter Island mi commuovo di fronte al vezzo di un biliardino Balilla al centro del grande salone. Sarà in dotazione d'uso o è stato chiesto a comando? Nazional-popolare da casa del popolo in terra d'élite. Ho voglia di giocarci una partita. Ma sto qui da solo, nemmeno uno straccio di compagno di giochi.

Un numero qua è importante. Sono insistenti in questo. Lo fanno con garbo e discrezione. Ma la carta di credito è più importante del passaporto e della patente nautica. Ci vuole la carta di credito per guidare una barca. E ci vuole la carta di credito per varcare il pontile di un resort.

Le sedie del tramonto. Un'idea per Ikea

Champagne al tramonto

Ecco, lo champagne


Tramonto sulla corona delle isole. Sedie multicolorate. Bellissime. Ci fanno notare che ci sono perfino le capre in questa isola. Moet Chandon per il tramonto. E da un Iphone, una musica italiana. I ragazzi scattano foto per gli ospiti. Si torna fanciulli al Caribe. Ma Wilbert, caraibico di Saint Vincent, è manager serio e dice: ‘Mi piace la natura’. Mi piace Wilbert. Ha l’aria di un uomo appassionato. Credo che voglia bene a questo posto. 

Wine dinner

Wine dinner. Parla troppo il mercanti di vini. Ma la cuoca inglese è simpatica e imbarazzata. Da venti anni, se ne sta alle isole Vergini e almeno ci mette un po’ di Caribe nella sua cucina. Mi ubriaco, immagino. Il maestro di cerimonie è attento alla mia allergia ai crostacei. Di fronte a me, troppo distanti per il mio inglese, due avvocati inglesi. Da sette anni alle isole. Hanno ufficio per clientela off-shore. Il 70% degli investimenti che passano attraverso l’economia tax-haven delle isole è storia cinese. Ma qui approdano le oil company. Dalla repubbliche ex-sovietiche, dal latinoamerica. Transitano gli affari cinesi in Africa. Il 41% della finanza di Hong Kong passa per questi mari. Eppure, in giro, non vedi nemmeno mezzo cinese. Mi dicono che qua ci sono un milione e ottocentomila società. Le mie statistiche dimezzano questa cifra. Mi sa tanto che io mi limito a calcorale solo le incorporation bunsiness, le società di diritto locale. Sono oltre 470mila, a dar retta ai report del Register of Corporate Affairs. I due avvocati, felici e corpulenti, bevono di gusto ottimi vini. Hanno speso 160 dollari per questo wine dinner. Mi sorprendo a pensare: nemmeno tanto. Complimenti alla cuoca. I vini erano veramente una delizia. Il mercante avrebbe potuto parlare di meno. Tanto nessuno ascoltava.
Il ferry se ne va e non c’è tempo per trattenere i due avvocati. Sorridono ancora: ‘Il lavoro è facile e queste isole garantiscono neutralità e riservatezza’. Rimango con il mio porto e le mie curiosità in mano.

Pettinano la White Beach

Colin, il nostro accompagnatore, ha una giacchetta nera e maglietta gialla. Come fa a non sudare? Sembra uscito da un film dei Soprano’s. Mi sta simpatico: ogni cinque minuti, dice: Magnifico e nemmeno si guarda attorno. Mi spiega perché i top-manager dei resort sono tutti ‘stranieri’. Ne ho incontrati di francesi, americani, caraibici. Nessuno delle isole Vergini. ‘Chi nasce qua, se ha possibilità di studiare, vuole lavorare nel financial. Nell’off-shore. Guadagna di più’. Vogliono il brivido del potere finanziario, i figli delle isole Vergini. Fin da piccoli frequentano banche e uffici legali. Non gliene importa niente della bellezza e della natura. Hanno adrenaline dentro e vogliono diventare ricchi. Dal lunedì al venerdì, stanno di fronte a un computer. Al sabato vanno a Miami, Portorico o Saint Thomas a fare shopping, stordirsi, fare festa.

I bassi della Steel Island

 Sulla spiaggia, suona una steel band. La sua musica mi incanta. I suonatori di bidoni hanno camicie rosa corrose dal sudore. Si muovono appena e sono serissimi. Ma la loro musica fa volare. Almeno per un po’. Mi sembra un'orchestra di mille strumenti. Mi piace da impazzire la bassista: non le sfugge nemmeno un sorriso, il cuore e il talento sono roba seria. Posso venire via con te? Ascoltare ogni sera la tua musica?

La baia dell'Uomo Morto

‘Perché non è in spiaggia’, mi dice la cameriera. Già, perché non sono in spiaggia?
Somewhere in Caribe, 7 di marzo








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