mercoledì 10 agosto 2011

Dominicana/Toussaint

Toussaint


Non potevo perdermi Toussaint. Grande nome: il ribelle Toussaint Louverture, figlio di un capo africano trascinato fin qua nei primi decenni del ‘700, istruito dai gesuiti, capace di leggere e scrivere (raro fra gli schiavi di Saint-Domingue), guidò la rivolta dei neri contro i grand-blancs delle piantagioni di zucchero. Un Robespierre africano nei Caraibi. Quando si proclamò imperatore a vita e provò a invadere la metà spagnola dell’isola, Napoleone, altro imperator a vita, decise che quel nero aveva osato troppo. Mandò a morire 40mila uomini pur di catturarlo. Ci riuscì solo con l’inganno e lo imprigionò in un carcere gelido sulle Alpi.

Toussaint, braccia forti di chi ha tagliato migliaia e migliaia di canne da zucchero, saprà la storia del suo nome? Sì, credo di sì. Una nebbia confusa circonda il mito popolare di Toussaint. Barba a crespi bianchi, il Toussaint che ho davanti sta seduto nel suo negozio ai confini di Cuchilla, il bateye più povero del Sud dell’isola. E’ arrivato qua più di trent’anni fa. Voleva fermarsi solo per i mesi della zafra, la raccolta della canna. Le storie hanno una loro monotonia tragica. Non aveva mai tagliato canna, Toussaint. Mi dice che aveva solo studiato fino ad allora. Sopravvisse. Era forte. Non se ne è più andato, mai più tornato ad Haiti. Sei mesi a tagliar canna, sei mesi nella loma, in montagna, a lavorare nelle piantagioni di caffè. Poi Toussaint è stato più smaliziato del folle imperatore nero. Forse conosceva meglio i trucchi dei bianchi. Ha capito che la politica, qua, nell'isola, è un gioco più semplice e più bastardo. Ha tessuto le sue alleanze, ha garantito voti, si vede che ha carisma e furbizia, Toussaint. Gli hanno dato una cedula e perfino un pezzo di terra per il suo aiuto al partito. Garantiva i voti quando era necessario. Gli anno dato qualche sacco di cemento, un po’ di assi e pali. Che altro, Toussaint? Ha costruito il suo negozio. E oggi sta bene. Sa che ogni tanto verranno a chiedere voti. ‘Oggi è venuto il camion con la merce. Ho pagato i debiti. Mi ha lasciato altra merce’. Ha un bel sorriso, Toussaint.
Sull’isola, 9 agosto

Dominicana/La cedula

La cedula


Isabelita possiede la cedula. Luder, no. E un destino li separa. Un futuro li separa. Il figlio di Isabelita esiste. I due figli di Luder, no. E non esisteranno mai. A un certo punto, un maestro, se andranno a scuola, chiederà il loro acta de nacimiento e loro non potranno mostrarlo. Perché non lo hanno. Perché, per le leggi di questa parte dell’isola, non esistono. Sono invisibili. Perché stranieri. Perché haitiani e neri.
La cedula è l’ossessione di chi vive nei bateyes. E’ una card di plastica. Con foto, età, gruppo sanguigno, colore della pelle, lavoro (in genere: ninguno). Senza cedula non puoi riconoscere i figli, non hai un lavoro formale, hai ben poche speranze di essere curato in uno ospedale.
La parte dominicana dell’isola lontana dal mare ha cambiato la Costituzione un anno e mezzo fa. Fino ad allora, fotocopia degli Stati Uniti, se nascevi in questa metà dell’isola, avevi diritto alla cittadinanza. Dominicana-haitiana, ovviamente. Categoria particolare di cittadini. La tua origine diventa un marchio. La pelle nera è un marchio. E non è mai stato facile ottenere il diritto di essere almeno dominicano-haitiano. La nuova costituzione, mi raccontano, è spietata: tu hai diritto a essere considerato dominicano-haitiano solo se tua madre è dominicana. E devi dimostrarlo. E se tua madre non ha cedula non puoi nemmeno tentare di dimostrarlo.

Esistono questi bambini?


Per ottenere la cedula, mi spiega chi la conserva gelosamente in un posto segreto della sua baracca, devi avere tre testimoni con più di cinquanta anni, una carta del sindaco, una carta della scuola, una carta del padre (e se il padre è sparito? E se il padre è morto?), una carta di una chiesa (cattolica o evangelica. Non certo quella di un houngun vudu. Essere non credenti non sembra previsto). Devi andare in città e affrontare gli impiegati. Mi immagino Angelina e i suoi sessanta anni di fronte a quell’ufficio….

E loro?


Isabelita, venti anni (ma più giovane per la sua cedula) c’è riuscita, Maria c’è riuscita (c’erano le elezioni e i candidati ti aiutavano in cambio del tuo voto e di una campagna in loro favore). Luder, nato ad Haiti, studente brillante, intelligenza immediata, picador di canna per miseria, non ha speranze. E' venuto fin qua in cerca di una possibilità. C'è rimasto. Ha conosciuto la sua donna nel bateye. Non tornerà, se non lo cacciano, nella parte nera della sua isola. Ma qui sarà invisibile. E i suoi due figli non avranno un atto di nascita. Andranno a scuola per quattro anni (se il direttore chiuderà entrambi gli occhi), ma poi al primo esame scolastico verranno scoperti e cacciati via dall'aula.
Sull’isola, 9 agosto

martedì 9 agosto 2011

Dominicana/Dona Ignacia


Dona Ignacia



Il vecchio baracone ha conosciuto la forza disperata dei picadores della canna da zucchero. Qui, a venti e più per stanzone, si sono ammassati per anni e anni gli haitiani che venivano trascinata a tagliar canna nei mesi della safra, della raccolta. Per decenni e decenni è stata schiavitù, lavoro forzato. 

Betaye 9, antico villaggio al centro delle piantagioni di canna dell’ingenio Barahona, lo zuccherificio che oggi appartiene ai guatemaltechi del Consorzio. Il baracone è al cento dell'insediamento. Gli stanzoni non hanno finestre. L’aria circola da sotto il tetto. La porta è socchiusa. Dietro, seduta su una sedia, unico mobile di questa ‘casa’, c’è dona Ignacia. Seduta e in silenzio. Gambe magre, mani appoggiate sui ginocchi. Occhi che raccontano solo di rassegnazione. Non aspetta, dona Ignacia. Guardo attorno senza voler guardare. Due stracci appesi a un chiodo. Un materasso lurido in un angolo. Una pietra impedisce alla porta di chiudersi. E’ sola, dona Ignacia. Sta lì. Incapace di protestare contro di me che mi inginocchio e scatto fotografie. Pensando che questa foto ‘racconta’. Racconta, cosa?

Esco piano, non faccio che un passo nello stanzone. Lo immagino pieno di neri stremati dalle ore infinite a tagliar canna. E ora c’è dona Ignacia, la sua sedia, il suo materasso. Un filo di voce. Chiede. Lascio dieci pesos. Venti centesimi di euro.
Sull’isola, 8 agosto


Dominicana/La frontiera

Il lago Azuei sta divorando la frontiera fra Haiti e Domincana



Il lago Azuei, lago Saumatre, lago Salmastro, si fa beffe di chi, tre secoli fa, in una città olandese, mise una carta su un tavolo e decise di spezzare in due l’isola. Oggi le acque del lago stanno crescendo e annegano la frontiera. Centimetro dopo centimetro il lago sale le pendici delle colline, cancella la strada più importante fra Haiti e Dominicana, irride gli uomini che mettono argini, sommerge depositi, case, posti di guardia ancora in costruzione. Gli uomini di quel trattato di spartizione di terre colonia credevano che la geografia fosse immutabile.
Ne andranno di mezzo contadini e donne. Perderanno terreni e le radure polverose del mercato che, due volte la settimana, da l’illusione che nessun confine divida l’isola. Questa frontiera inchioda due mondi: neri da una parte e ‘bianchi’ dall'altra, gente che parla francese a occidente e spagnolo a oriente. Calcio e baseball, a voler essere gentili. Inferiori e superiori, ad ascoltare le parole nei bar. Razzismo profondo. Diffidenze. Insicurezze. Paradiso e inferno. Da un lato l’attesa di vita scavalca i 70 anni, dall’altro supera a mala pena di 50. I numeri sono una cortina che illude, ma nella terra dei neri il reddito pro-capite sta sotto i 500 dollari all'anno. Nella metà (che sono i due terzi dell'isola) sfiora i tremila dollari. Ora un lago vuole fare giustizia di ogni differenza.

Terra di Haiti, verso Malpasse


I soldati dominicani hanno divise da militare del deserto. Mimetiche chiare e occhiali a specchio. Niente foto. Aprono e chiudono un pesante e brutto cancello di ferro. Penso alle tecnologie dei check point di Israele. Tutta qui la frontiera principale fra i due paesi? Un cancello per arginare l'inondazione degli uomini e delle donne di Haiti? Due soldati alla Rambo che tengono le mani su sbarre di ferro?

Port-au-Prince, sbrindellata capitale haitiana, è a poco meno di un’ora di strada. Dall’altra parte del cancello, i soldati sono guerrieri Onu. Peruviani piccoli e impettiti da un giubbotto antiproiettile e appesantiti da armi e manganelli. Girano a coppia. Devono avere un caldo da forno sotto quella divisa da robot che sono costretti a indossare. Perfino l'elmetto blu hanno in testa. Camminano con movimenti a scatti e se ne stanno lì. Attorno il mercato: riso di aiuti internazionali, rum di contrabbando, buscones in cerca di prede, piccoli ladruncoli dall’aria di avvoltoi, donne che friggono, uomini dalle grandi pance seduti su sedie di plastica non perdono di vista un solo movimento, appaiono sorprendenti ragazzetti americana dall’aria di studenti con vistose magliette gialle, sembra una scolaresca in gita, altri uomini sono appoggiati alle fiancate di auto e pick-up, pistola infilata nei pantaloni, haitiani dall’aria truce e dal corpo felino provato dalla fatica vanno al lago da lavarsi dall’ultimo lavoro da due pesos che hanno appena finito. 

Frontiera. Facciamo appena due passi nella polvere di Haiti. E ci dicono che è meglio ritornare oltre il cancello.
Sull'isola, 8 agosto 

lunedì 8 agosto 2011

Dominicana/Il prete gigante e la messa al bateye 5



Padre Pablo muove il suo corpo africano e scende il gradone sul quale poggia l’altare. Al mattino ha tolto il suo pick-up dalla navata: la chiesa serve anche come parcheggio alla macchina. Le donne e i bambini hanno messo panche e sedie. La chiesa, la catedral, del bateye 5 non ha pareti. Può fare molto caldo, che l’aria ci provi a circolare. La chiesa è un patio coperto.
Si asciuga il sudore. Appare imponente, padre Pablo. Un congolese spedito a fare il missionario in una terra di africani-americani. Almeno per lui, i dominicani hanno ragione a chiamarlo congose. E’ domenica e padre Pablo, alle nove del mattino, è alla sua terza messa. Questa, però, è casa sua. Qui abita. Parrocchia di San Martin de los Porres, santo peruviano, mulatto e bastardo, figlio di un hildalgo spagnolo e di una schiava liberata. A piccoli gruppi sono venuti dai bateyes vicini. Molte vecchie, molti vecchi. Meno i giovani. Una striscia di ragazzi in prima fila. Padre Pablo si guarda attorno e poi tuona: ‘Mancano ventitre persone’. Conosce i suoi fedeli uno a uno. Sa che, a gruppi, siedono sempre vicini. Ha fatto i suoi conti. E questa domenica ci sono posti vuoti sulle panche. Rimprovero? Non so. Padre Pablo vuole sapere perché non sono venuti. Meccanismo di controllo? Forse di solidarietà. Bisogna sapere cosa succede al vicino. ‘Bisogna conoscersi’, dice Pablo. La vita è storia fragile in questa parte dell’isola. Si scopre che qualcuno è all’ospedale. Che c’è un giorno di lutto in un bateye e la gente è rimasta accanto alla famiglia di chi se ne è andato. Credo che padre Pablo se ne andrà a cercare gli altri. Uno per uno. Si intreccia la preoccupazione del pastore e il desiderio di sapere cosa accade nei villaggi. I bambini racconta a padre Pablo quello succede fra i vicoli di fango secco dei bateyes.



Poi sgorgano parole. Cristo diventa un indocumentado che cerca fuga e futuro nel canale di oceano che separa l’isola da Portorico. Padre Pablo vive in questo sud-ovest dell’isola da più di venti anni, ma il suo spagnolo ha le scivolate del francese. Parla con accento strano, puntuto, aggrovigliato. Le parole sembrano uscire di botto dopo aver superato un ostacolo. Saluta di continuo la sua gente e loro rispondo in coro. Se dice buena noche a metà di una frase, loro subito rispondono buen dia. Sa giocare, padre Pablo. Come tutti gli oratori di chiesa. Sguardo severo, sorriso africano, occhi che si intorvano e ritrovano luce e complicità un minuto dopo. Sull’altare un messale squadernato, un piccolo crocifisso, una candela in un bicchiere e una bottiglietta d’acqua che sta perdendo il suo ghiaccio in rivoli di goccioline. Tonaca bianca a coprire maglietta e pantaloni già stanchi della giornata appena cominciata. 



La gente sfiora con lo sguardo questo prete immenso. Abbassano la testa se si sentono osservati, le ragazzette in prima fila sorridono come bambine (ci sono io che fotografo) e guardano di traverso. Si danno di gomito. La messa è un gioco. Ha la sua ritualità caraibica. Uno stop and go. Si cita a memoria Isaia capitolo 55, versetto Uno. Si mette in mostra sapienza catechista. Le vecchie si mettono un fazzoletto a nascondere i capelli e fanno la fila per la comunione. Pochi uomini le seguono. Un ragazzino della comunità andrà in seminario il prossimo giovedì.


Il canto finale. Padre Pablo rimette a posto il vino in una piccola bottiglia di vetro.
Due giovani ci fermano. Per parlare. E subito dopo per chiedere lavoro. Lasciano il telefono.
Padre Pablo ha cortesie per gli ospiti: liquido arancione ben ghiacciato e bottiglione di coca-cola.
Gli animatori fanno cerchio sotto una veranda e aspettano una buona mezz’ora. Incontro della domenica. Andrà avanti per tutta la mattina. Così è. Fuori i paesaggio è da ultimo west. Case, binari della ferrovia zuccheriera, rifiuti che volano, castelli di acqua (ma non c’è elettricità e le pompe sono incagliate), baracche di legno. Immobilità. Ma deve esserci brezza, si muovono le foglie della canna da zucchero.
Sull’isola, 7 agosto

domenica 7 agosto 2011

Dominicana/Le acque del lago Enriquillo

Il lago invade la strada per la frontiera



La strada per la frontiera è annegata sotto le acque del lago Enriquillo. La nostra macchina avanza a vista, si va in linea retta, vento e corrente fanno sbandare leggermente il grosso pick-up. Mani di Jorge sul volante. Lui era passato qui una ventina di giorni fa e l’asfalto si intravedeva sotto qualche centimetro di acqua. Ora il lago è schiumoso, color fango, l’acqua sfiora le portiere. E’ un tratto di mezzo chilometro sparito sotto il lago. In trent’anni, la superficie del lago Enriquillo è raddoppiata: nel 1984 erano 172 chilometri quadrati, oggi sono trecentocinquanta. Ma negli ultimi tre anni, questo lago salato ha cominciato a crescere a vista d’occhio. Sono stati sommersi campi, bananeti, orti, piccole fattorie isolata. Sono arrivati i pescatori al posto dei contadini. 

Il pescatore




‘Soli, soli, soli. Ci hanno lasciato soli’, grida un pescatore che sta impilando dieci pesci pronti per il mercato. ‘I contadini hanno perso tutto’. Guardo i recinti che appena spuntano dall’acqua. Mi viene da sorridere se penso che Wikipedia avverte che il lago Enriquillo ‘ha la tendenza a diminuire per la evaporazione delle sue acque’. Questa è un depressione, qui siamo sotto il livello del mare, è uno dei luoghi più caldi dell’isola. Mi dicono che il rialzamento del lago non è un fenomeno isolato: succede lo stesso con i laghi di Haiti.

La frontiera sommersa fra Dominicana e Haiti



 Chilometri più avanti, un lago sta divorando la frontiera fra i due paesi. Non hanno fatto in tempo a finire capannoni sul confine di Jimani che già sono finiti sott’acqua. Tre tetti, accanto alla famigerata ‘porta’, un brutto cancello di ferro, che divide Haiti da Dominicana, spuntano dalle acque tre tetti di case scomparse.
Ecco gli esperti a spiegarci cosa sta accadendo: gioco di aumenti di temperatura ed evaporazioni impazzite. 

I campi sommersi dalle acque del lago



‘Disequilibrio idrico’, dicono i meteorologi. Effetto serra sull’oceano, sale la temperatura, aumenta l’evaporazione marina, aumentano anche le piogge che investono l’isola. Acqua che precipita nella conca del lago, annullato l’effetto della sua evaporazione. Il lago cresce e divora le terre dei contadini. Cancella la più importante strada fra Haiti e Dominicana.
Qualcuno si preoccupa. Leggo un rassicurante notabile locale che annuncia che ‘non tutto il male viene per nuocere’. Rivela di aver già accompagnato investitori stranieri in un giro in barca per il lago. ‘Faremo ecoturismo e pesca sostenibile’.
Il pescatore raccoglie i suoi pesci. ‘Nadie, nadie, nadie. A nessuno importa qualcosa della gente di questa terra. Solo a Dio. I potenti sorvolano il lago in elicottero e si badano bene di mettere i loro piedi in questa acqua’.
Sull’isola, 6 agosto

sabato 6 agosto 2011

Dominicana/Cento e uno figli e nipoti


Andrès ha un soprannome: Cassè. Gli hanno raccontato che non voleva nascere. Non voleva saperne di uscire dalla pancia di sua madre. La donna si dondolava da due giorni. Urlava e piangeva. Era sfinita. Esausta di quel figlio ribelle prima ancora di conoscerlo. E allora qualcuno prese una sedia in mano e la mandò in pezzi sulla pancia della donna. Il bambino capì che era meglio venir fuori. E’ andata così.


Andrès


Andrès ha la pelle lucida. Cartavelina nera. Occhi d’acqua. Devo avvicinarmi per capire i suoi bisbiglii. Parla a voce bassa. Chiama i suoi amici, Andrès. Per più di mezzo secolo hanno tagliato la canna da zucchero assieme. Dodici ore al giorno nei giorni della safra, del raccolto. Portano fuori quattro sedie. Sediamo in un cortile di fango. Andrès ha 73 anni. Ha cominciato a cortar cana a 12. E’ haitiano, Andrès. Mai ha visto la sua terra. I suoi genitori arrivarono qui un anno prima della sua nascita. Furono gli americani a portarli fino alle baracche dove avrebbero vissuto nella stagione del taglio della canna. Non sono più tornati a casa. Forse, il prossimo anno, Andrès, per la prima volta, andrà a vedere come è Haiti. Non ci crede nemmeno lui, ma lo dice lo stesso.

Ha avuto i suoi primi documenti a 18 anni. Non è mai riuscito a diventare dominicano. Avrebbe dovuto fare il servizio militare, ma non c’era il tempo. Doveva lavorare per mantenere la sua famiglia. Senza i pesos della sua ‘quindicina’ non avrebbero potuto mangiare. I suoi figli sono dominicani. Qui dicono: dominicani di origine haitiana. Come a precisare una nuova etnia.

Racconta la sua storia a monosillabi. Come altro potrebbe raccontarla? A uno straniero, per giunta. Abbasso anch’io la mia voce. Non ho parole per chiedere. Andrès guarda lontano. Immagino il suo ragionare: ‘Un tempo guadagnavamo un peso e potevamo mangiare carne e aringa. Oggi nessun raccoglitore può permetterselo’. Il vecchio Andrès rimpiange i tempi della dittatura. I vecchi poveri di oggi rimpiangono un tiranno fatto saltare in aria mezzo secolo fa. Rimango in silenzio.

Elias è più giovane di Andrès. 65 anni. Ma non a forze. Vorrebbe lavorare ancora (Andrès lo ha fatto fino a due anni fa), ma non lo vogliono più. Tre anni è andato fino alla capitale. Ha fatto i fogli per la pensione. Sta ancora aspettando: ‘Ci hanno succhiato il sangue. E poi ci hanno abbandonato’.

La casa di Feliz

Parliamo davanti alla casa di Feliz, un uomo magro, dalla pelle chiara. Dominicano. La sua baracca di legno è storta, fuori asse, messa obliqua dal tempo, dalla pioggia, dal vento, dai cicloni. Nella stessa stanza sono riusciti a infilare un tavolo coperto da una tovaglia, una poltrona, quattro pesanti sedie di legno, due sedie a dondolo, un televisore (dov’è la corrente qui?), il braciere per far da mangiare. E i ninnoli di una vita. Un fantastico quadro dove cani giocano a carte e ce ne è uno che sta barando (dove lo hai trovato, Feliz?).Tutto ben esposto. Tutto pulito. Si lascia fotografare con orgoglio.

Ho imparato a fare una domanda indiscreta (almeno io la ritengo indiscreta, ma penso che dia appiglio a un orgoglio machista). Conto figli e nipoti di Andrès, Elias e Feliz. Fanno 101. Da tre uomini (dalle loro invisibili donne) ne sono nati altri cento e uno. Un esercito schierato a battaglia.  

Il responsabile delle risorse umane del Consorzio zuccheriero è un uomo cortese e intelligente. Mi spiega le politiche sociali della società. E io penso ai tre vecchi davanti alla baracca. E non so immaginare come spiegherei quanto sto ascoltando in un piccolo e spartano ufficio, difeso dall’aria condizionata, ai cento e uno figli e nipoti dei tre uomini che, in silenzio, vedono scendere un’altra notte.
Sull’isola, 5 agosto

venerdì 5 agosto 2011

Dominicana/La coda di Emily

La piazza di Neyba 


Il cielo si è fatto grigio come ‘le viscere di un pesce’. E’ cominciato a piovere e non ha più smesso. Da ieri notte a oggi pomeriggio. E’ la coda di Emily, tormenta tropicale. Il ciclone è passato, questa è la sua eredità. Le strade sono torrenti in piena, l’acqua salta con violenza, annega ogni sbalzo del terreno, i motorini affondano. Non hanno parafanghi e i ragazzi si proteggono dagli schizzi con foglie di neem, albero multiuso.
La pioggia sembra una festa. Sono tutti fuori a prendersi l’acqua. Il governo avverte di non lavarsi con l’acqua piovana e allora c’è gente che se ne esce con il sapone per tuffarsi nelle pozze. 

Doccia sotto la grondaia



Un ragazzo se la gode sotto una grondaia. I bambini, nudi, scalciano in ogni lago di pioggia e fango. Prendono a manate i salti dell’acqua. Ci si mette a sedere sotto l’acqua e si continua la conversazione. I più prudenti stanno al riparo della veranda, ma non si perdono la tempesta. I più solerti vanno a togliere erbacce dai buchi dei canali: che almeno l’acqua scorra e se ne vada da altre parti.
Nei bateyes i tetti cigolano e l’acqua gronda in casa. In molti non hanno riparo.
La tempesta oscura le nostre parole, non si riesce nemmeno a parlare dentro casa. Tetto di lamiera nella casa che ci ospita al bateye Otto.

Padre Pablo nella parrocchia di San Martin de los Porres, santo mulatto e bastardo



Padre Pablo ha messo una fila di mattoni grigi a proteggere l’ingresso del suo ufficio. Diga fragile di fronte alla potenza della tormenta. Ci prova: con qualche sacco tenta di arginare le falle. Temo che rimarrà sommerso. Dovrà alzare il crocifisso che è poggiato in una minuscolo stanzino di preghiera. Ci vogliono i santi. Soprattutto quelli che pesano ben più di cento chili, sudano con rivoli che scendono lungo le guance e parlano uno spagnolo che si confonde con il francese. Nero ebano, padre Pablo. Chissà quale è il suo vero nome, laggiù in Kasai? Questa volta i dominicani hanno ragione a chiamarlo congose: padre Pablo viene davvero dal Congo, è parroco al bateye 8 da tre anni. Altro che frontiera, sta al centro del mondo, padre Pablo. E cerca altri nomi alla teologia della liberazione. ‘Dobbiamo rinnovarla’. E offre un succo dolcissimo fino al caramello mentre sprofonda in una poltrona che vacilla sotto il suo peso. Dovremo avere tempo per padre Pablo. Sempre preti si trovano sulle frontiere. E anche un Cristo. Nero, africano, ferito. La croce è di canne intrecciate e legate assieme una all’altra. Cristo canero. Fra le gambe ha una mocha, il machete usato dagli haitiani per tagliare la canna: ‘E’ messo lì perché vogliamo deporre le nostre speranze ai piedi di Cristo’.

Vado a prendermi un po’ di pioggia. Intuisco l’ebbrezza dei ragazzi che si strizzano le magliette. Ma sono bianco. Quando la tempesta rallenta lascia sulla strada detriti, pietre, sabbie, scarpe, rifiuti, plastiche, ossa, poltiglie. I cani, piccoli e secchi, grufolano. I pompieri mandano in giro un camion, i poliziotti osservano senza un solo sorriso. Dicono che la pioggia durerà tre giorni.
Sull’isola, 4 agosto



giovedì 4 agosto 2011

Dominicana/Dove è finita Emily?

Emily ha deciso di prendere un’altra strada. ‘La loma, la montagna, devia gli uragani’, mi spiega Jorge. Che dice che il peggior ciclone che colpì questa regione risale all’anno in cui nacque. Cinquantasei anni fa. Ma, alle due, oggi aspettavamo Emily scrutando il nero del cielo, ma lui (lei?) aveva già deciso di andarsene verso Haiti. Sfiga su sfiga per l’altra metà dell’isola. Condanna della geografia e degli uomini. Ricordate: da una parte il Paradiso, dall’altra l’inferno.

Felix, Pirin e Pedro sotto l'albero di neem



Al mattino, con qualche cautela, siamo entrati nel primo batey. Siamo qui per questo. Per raccontare la vita dei villaggi, sorti quasi un secolo fa, per consentire poche ore di sonno ai braceros, ai braccianti della canna da zucchero. Fu un’idea degli americani: allora, quasi un secolo fa, erano i padroni di questa mezza isola e decisero di sistemare in baracche gli uomini delle piantagioni.
L’isola si fa arida attorno ai bateyes. E’ quasi savana, una piana dall’aria stremata in un mondo tropicale. Le piantagioni accerchiano i villaggi. I binari di una ferrovia zuccheriera dividono la piana. La terra è bianca, disseccata, le case malridotte. Vecchie baracche e di legno e case in muratura dall’aria spossata. Nessun orto, giardino, quasi nessuna pianta. Maiali che grufolano. Caldo. La gente, al solito, si immobilizza. Ti segue con lo sguardo seduta su sedie di plastica bianca. Questa è un’isola di plastica. Si beve birra in bicchieri di plastica, si mangia nei road-restaurant in contenitori di plastica.

Sediamo sotto un albero di neem. Si cerca l’ombra, spostiamo le sedie con il movimento di un sole bianco-sudario. Devono sapere che i neem non perde mai le foglie e che, all’altro capo del mondo, in India, è un albero considerato capace di tener lontano gli insetti. I neem crescono su qualsiasi terreno, sono gli alberi dei bateyes. Sediamo con Felix, con Pirin, con Pedro. I vecchi del batey Tre. Dominicani. Gente che, al loro tempo, era importante. Guardie, maggiordomi, responsabili della grua, la pesatura della canna e il loro trasporto fino allo zuccherificio.
I tre vecchi sono uno dei lati della storia. La guardia racconta del maltrato, gli anni del maltrato: ‘Raccogliere la canna era un lavoro forzato. Venivi preso a forza. Non potevi rifiutarti. E io facevo la guardia, dovevo obbedire agli ordini. Mi dicevo di andare a svegliare i braccianti, io andavo’. Il capo, il maggiordomo, dice della povertà: ‘Ma almeno mangiavamo quello che guadagnavamo. Oggi è miseria’. Pirin ammette che i tagliatori erano truffati ogni volta che pesavano quanto avevano tagliato. Venivano ingannati. Sempre tre, quattro tonnellate in meno. ‘Il sistema era ingiusto e duro, ma funzionava’, dicono i tre vecchi. I vecchi hanno nostalgia degli anni lontani. In tre hanno avuto 22 figli e 467 nipoti. Dicono che molti di loro hanno studiato. Hanno un seguro social Felix, Pirin e Pedro. Cento euro al mese. Niente più. ‘Ci hanno spremuto e poi dimenticato’.  Avevano un’alternativa? Pedro ha dei curiosi calzini a pallini neri. E’ l’unico con le scarpe chiuse.

Fraintendimenti. Credevano che fossimo venuti per sapere dei loro problemi. Speravano che qualcuno mettesse mano alle fogne del batey. Non è un posto orribile il batey, ma i tubi delle fogne sono un colabrodo. I vecchi occupano le case slabbrate degli antichi capi. Sono a tre passi dalla strada asfaltata. No, non siamo qui per rifare le fogne. Abbiamo solo bisogno di parole. E non diamo nulla in cambio.
Un famiglia di maiali passa al galoppo, il sole di mezzogiorno calcina la terra bianca. Alcuni ragazzi smontano un motorino per truccarlo. Altri provano giocano a baseball con un bastone e un tappo di gomma. La stagione della zafra, del raccolto della canna, è lontana. E’ finita due mesi fa. Ricomincerà a dicembre. Ora è tempo muerto.‘ I guai veri sono cominciati quando hanno privatizzato le piantagioni’, dicono i vecchi. Dodici anni fa. ‘Il lavoro è sparito. Sono arrivate le macchine. Un uomo al posto di cinquanta. Prima un trattorista aveva quattro aiutanti e tutti mangiavano. Ora non c’è più nemmeno il trattorista. I nuovi padroni, guatemaltechi, americani, francesi, hanno chiuso i dispensari. Peggio la compagnia si è presa anche i piccoli campi dove coltivavamo qualche banana e qualche palma da cocco’.
Sull’isola, tre agosto

mercoledì 3 agosto 2011

Dominicana/Aspettando Emily

Il sole sbiadito di Santo Domingo all'alba. La strada de El Conde


Attesa di Emily nel sud-ovest dell’isola. Attesa del primo ciclone di questa estate. Niente di allarmante, una tormenta tropicale. Appena 65 chilometri all’ora di vento. Allerta verde e gialla. Per buona sicurezza, domani si sta fermi. Nessun viaggio sulle strade del sud-ovest dell’isola. Benvenuti a Hispaniola, benvenuti nella Repubblica Dominicana. Caldo profondo. Spezza resistenze. Si cerca l’ombra e l’immobilità assoluta.

Palin, l'uomo dei succhi di frutta


Palin, 72 anni, allegro uomo dei panini e dei succhi, alza le spalle ad Emily. Ha visto di peggio. Chiuderà bottega alle dieci. ‘No hay circulantes, no hay dinero’. Mai sentito un commerciante felice dei buoni affari. I suoi succhi sono buoni. ‘Azucar normal?’. E ne fa scivolare due grandi cucchiai pieni. Palin appare più preoccupato della sua pressione alta che degli affari che vanno male.

Le case sembrano zoo. O carceri a rovescio. Inferriate e lucchetti ovunque. Si sta in veranda al sicuro di un reticolato. All'alba a Santo Domingo frotte di poliziotti mangiano macedonie di frutta dai baracchini prima di presidiare il centro coloniale. ‘Troppi delinquenti’, dice l’uomo al bar. ‘Un tempo era più sicuro’. Un tempo è più di mezzo secolo fa. Nostalgia dei tempi del dittatore Trujillo. ‘Non potevi parlare, non avevi libertà, ma eri più sicuro e con un peso mangiavi’. La metà dell’isola aveva la metà degli abitanti di oggi. Oggi sono otto milioni e mezzo di abitanti per meno di 50mila chilometri quadrati. Censimento di pochi mesi fa. Ha corretto stime che calcolavano più di dieci milioni di abitanti. Chissà in quale conto sono calcolati i migranti haitiani? Le stime sono stupide: si va da 300mila a due milioni. Da qualche parte ho letto che gli haitiani regolari sono appena 75mila. Ma almeno 450mila, a leggere le statistiche della Banca centrale di Haiti, inviano rimesse a casa. Confusione di dati. C’è un’umanità brulicante e affamata che sfugge ai contabili della povertà.

L’uomo del bar, un veterinario, è armato. La pistola spunta da sotto la camicia. Deve essere mancino, la tiene dal lato sinistro. ‘Chiunque ha un lavoro è un obiettivo dei ladri. Questa è l’insicurezza’. Dice: ‘Pensano che hai soldi’. E aggiunge: ‘Sei visto come un bianco’. Non cambio espressione. Poi lui se la prende con quelli dei diritti umani che difendono i delinquenti. ‘Nessuna fiducia nella giustizia. Se hai soldi, te la cavi. Non importa se sei un assassino o un narcotrafficante’. Lo lascio a mangiare un panino e a bere un succo di frutta.

Gli incontri della notte hanno cancellato la durata della notte e del giorno. Hanno nascosto, dietro le parole e la faccia rassegnata e dura del veterinario, l’umidità che sbriciola le pietre delle antiche case della capitale. Osservo Padre Pio di fronte alla chiesa della Mercedes. Poi la targa che ricorda Bartolomeo Colombo, fratello di Cristoforo, capo del primo insediamento europeo nelle Americhe. Il figlio di Cristoforo, Diego, invece, diede ordine di costruire la prima chiesa cattolica, la Catedral Prima de America. Ha un’aria affatica, la chiesa. Non sono affatto sicuro che sia la prima chiesa: in Messico sostengono la stessa cosa con la cattedrale della Ciudad.
Di fronte della chiesa e alla sue strane geometrie, lampeggiano le insegne al neon rosso dell’Hard Rock Caffè. Se volete comprarvi una maglietta del più celebre caffé dell’Occidente, dovete cercate trenta dollari più Iva. Uno sproposito.

Tre lucchetti e la porta prima di entrare a casa. La luce è saltata da ore. Speriamo che le batterie dell’inversore di corrente reggano alla notte. Il frigorifero si è spento. Fuori, pioggia. E’ già Emily? Benvenuti all’isola sotto il mare.
Sull'isola, 2 agosto