domenica 17 luglio 2011

Libia/L'enigma della strana guerra. Il 14 luglio, Ramadan e i primo settembre

Un giorno di preghiera a Tripoli




Bisogna essere onesti, avere esperienza sulle spalle, forse sono necessari anche i capelli bianchi per raccontare. Bernardo Valli, a più di ottanta anni, se ne va a Tripoli e, a differenza di molti altri suoi colleghi, racconta. Di una Tripoli surreale. Di una Tripoli ‘normale’. Con la gente che va al mare e con i negozi vuoti, ma aperti. Va a cena nei ristoranti, trova una stanza, uno dei pochi a non andare al Rixos, all'hotel Corinthya, un passo dalla Medina di Tripoli. E ammette di non avere risposte (quelle che da cinque mesi, invece, sembrano avere molti ministri degli esteri europei): non sa quanto potrà durare Muammar Gheddafi.

Un giorno di festa a Tripoli

Strani giorni questi (ammesso che vi siano giorni non strani durante una guerra). In poche ore la Francia ha ammesso ‘contatti’ con il regime di Tripoli e il ministro della difesa di Parigi si era spinto a prevedere una sospensione dei bombardamenti. Il primo ministro francese si era persino sbilanciato: ‘Soluzione politica indispensabile’.
Repentino cambio di idea in una manciata di ore. E’ il ministro degli esteri inglese, William Hague, ad annunciare più violenti bombardamenti sulla Libia (ma cosa stanno bombardando dopo 15mila missioni?) e distacca sui cieli nordafricani quattro Tornado in più.

Causa ed effetto. Il Gruppo di Contatto (22 paesi più sei organizzazioni internazionali) fra i paesi impegnati nella guerra ha riconosciuto ufficialmente gli insorti di Bengasi come unico rappresentante della Libia. Follow the money, allora, perché questa è una storia di soldi: il riconoscimento ufficiale è un cavillo burocratico, ma questo passaggio, a leggere interpretazioni estensive, consentirebbe al Consiglio di Transizione di mettere le mani sulle grandi ricchezze libiche congelate nelle banche internazionali (160 miliardi di dollari?). Pessima notizia per la banche stesse che, in qualche modo, lucrano su soldi che nessuno può toccare. Ottima per Bengasi. Ma i bene informati dicono che la generosità araba e occidentale (i soldi di Gheddafi stanno lì, fra New York, Londra e gli Emirati Arabi, paese che fa parte della coalizione guerriera contro Tripoli) non sarà assoluta:  i ribelli potranno contare sul 10-20% delle somme a suo tempo depositati dal Fondo Sovrano libico o della Compagnia petrolifera libica. Non di più. Non è che ci si fidi del tutto degli insorti. Li abbiamo perfino costretti a firmare una carta in cui c'è scritto che rispetteranno i diritti umani (deve aver avuto qualche dubbio perfino Hillary Clinton). L’Italia promette a Bengasi, a seconda delle diverse fonti, 100 o 300 milioni di dollari. Timido tentativo di conquistare credibilità con chi si pensa governerà in futuro la Libia. Ma l’Italia la guerra di Libia l’ha già persa: Tripoli fa sapere che l’Eni non rimetterà mai più piede nei suoi deserti. Bengasi, a fine giugno, ha già detto che tutti i contratti petroliferi saranno rinegoziati. L’Eni, in cuor suo, ha già detto addio al monopolio, un po’ sprezzante, che ha avuto sulla Libia per oltre mezzo secolo. Si spera che abbia altre strategie. Davvero nei palazzi Eni nessuno ha mai pensato a un piano B?

Gheddafi all'Eliseo (da Peacereporter)


Il presidente francese Sarkozy non ha avuto il suo regalo per il 14 luglio, festa della Rivoluzione Francese. Sta continuando a spendere un milione di euro al giorno nella guerra (e pensare che il ministro degli esteri Alain Juppè, a marzo, aveva detto che in poche settimane Gheddafi sarebbe stato cacciato). Fra due settimane, il primo di agosto, comincia Ramadan, mese sacro dell’Islam. Si combatte durante i giorni santi? ‘Nessuna controindicazione’, a sentire Juppè (come se una guerra fosse una medicina). ‘Maometto ha combattuto durante il Ramadan’, fanno sapere a Bengasi (ma hanno troppo interesse a continuarla che i dettami religiosi passano in secondo piano nella capitale cirenaica). Solo il vescovo cattolico di Tripoli, Giovanni Martinelli, si ostina a credere che le armi debbano tacere durante i giorni più importanti dell’Islam. Ascoltare la sua saggezza sarebbe un bene o un male? E per chi? E dopo Ramadan, arriva il primo settembre. 43esimo anniversario della Rivoluzione ghedaffiana. Data simbolo del suo regno. E cosa si inventerà il rais per quel giorno? Sarà ancora a guidare, dai suoi nascondigli, la resistenza e la paura dei tripolini? Davvero questa guerra può durare all’infinito? Ha ragione Bernardo Valli: non ci sono risposte, chi dice di averle, mente senza pudore.
Padova, 17 luglio  

Libia/L'Eni fa finta di nulla, immagino

Una delle stazioni del gasdotto Eni in Libia

Anniversario di poco conto, in fondo. La memoria è roba breve nei nostri tempi. Anniversario di parole solenni di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni. Se ne sarà già dimenticato. La scorsa estate, a luglio, trovò il tempo di sostenere, con orgoglio, che la nostra compagnia petrolifera sarebbe rimasta in Libia fino al 2045. Che nei dieci anni precedenti erano stati investiti 50 miliardi di dollari. “Il Nord Africa è un’area assolutamente chiave nella nostra strategia”, affermava Scaroni. Pessimo profeta, l'ad dell'Eni. 

Certo nessuno sarebbe stato capace di prevedere l’inferno nel quale è affondata la Libia. Aspettiamo però che Scaroni ci dica quale è adesso la strategia dell’Eni. Che si fa dopo che siamo stati cacciati dai pozzi libici? Dai deserti e dai mari libici arrivava o no il 35% del nostro fabbisogno petrolifero?

Sorprendente, a modo suo, è il primo ministro libico, al-Bagdadi al-Mahmoudi, fedele a Gheddafi (sorprendente per chi non ha dimestichezza con la Libia). A dar retta alle notizie (occidentali) che arrivano dai fronti della guerra, i ribelli di Bengasi stanno provando una nuova offensiva. Ma la guerra di Libia rimane indecifrabile sul terreno. Niente è verificabile e 15mila missioni Nato non hanno ancora sconfitto il rais di Tripoli. In questo frangente al-Mahmoudi ha trovato anche il tempo di chiudere per sempre la storia di amore e soldi che, fin dagli anni ‘50, ha legato l’Eni alla Libia. E, negli ultimi quaranta, la compagnia petrolifera direttamente a Muammar Gheddafi. Un matrimonio di interessi che appariva indistruttibile. 'E’ finita’, ha detto il primo ministro libico. Finita ogni intesa, cancellato ogni accordo, fine di una storia. Sarebbe ben strano il contrario: l’Italia è in guerra con Tripoli. Come dare torto ad al-Mahmoudi: ‘l’Italia ha violato un accordo di non-aggressione siglato appena tre anni fa’. Dall'amore all'odio. Quindi, se Gheddafi non scomparirà dalla scena politica, l’Eni non rimetterà mai più piede in Libia. Il bello è che i ministri italiani replicano. E il ministro degli esteri Frattini mostra anche i muscoli: ‘Siamo noi che non vogliamo più fare contratti con Tripoli’. In Libia si devono essere presi paura. Scaroni, questa volta, tace. La borsa se ne frega e le azioni Eni rimangono stabili.

Dovrebbero anche mettersi d'accordo sui soldi il primo ministro libico e l'amministratore dell'Eni. Scaroni dice di aver investito 50 miliardi, al- Mahmoudi si ferma a 30 miliardi. Mancano venti miliardi. Speriamo che poi non ci sia una causa per il divorzio. 

Di cosa si sta parlando? Da cinque mesi i pozzi petroliferi sono fermi, il gasdotto è chiuso (a proposito, quanto possono stare queste infrastrutture senza manutenzione?). Ma, forse, non è così vero: 50mila barili al giorno vengono pur prodotti e servono a dare elettricità a Tripoli (paradosso della guerra). E le tubazioni petrolifere, che si sappia, sono stati attentamente risparmiate dai raid Nato. 

La guerra di Libia rimane un rebus. Nessuno può dire quanto ancora durerà e cosa rimarrà dopo i bombardieri saranno tornati nei loro aeroporti. Intanto è passato il 14 luglio (festa nazionale francese e Sarkozy non ha avuto il suo regalo) e sta avvicinandosi Ramadan e il primo settembre, 43esimo anniversario della presa di potere da parte di Gheddafi.
Padova, 16 luglio

giovedì 14 luglio 2011

Confessioni di un impiegata delle Poste

Ufficio postale ad Addis Abeba


Alcuni giorni fa ho spedito da un piccolo ufficio postale tre buste (non erano lettere, dovevo far avere un dischetto) a tre diversi indirizzi.
Una delle lettere, quella indirizzata a un paese del Sud, è arrivata il giorno dopo. Le altre due erano dirette a Milano. In due redazioni. Cinquecento metri di distanza una dall’altra. La prima è arrivata dopo due giorni. Dell’altra, a oggi, non conosciamo la sorte.

Negli stessi giorni, ho atteso quattro giorni la consegna di un pacco spedito per corriere. Ogni volta si creavano problemi che rendevano impossibile il recapito. Un po’ di telefonate al costo di centesimi 14,28 (e perché questa cifra?) al minuto. Al più mi scontro con il comprensibile malumore di una ragazza che sopravvive rispondendo alle telefonate.

In questo tempo ho anche fatto un gesto inutile. Ho scritto una mail che non potevo spedire perché non vi era alcuna connessione. Ho pensato che è bello compiere gesti inutili.

Una mia amica, F., lavora in un ufficio postale di un paese della Toscana. Ha parole sconsolate: ‘Conosco tutti in paese. E’ quasi trent’anni che lavoro nello stesso ufficio. La gente ha fiducia in me. Mi cerca per problemi con le pensioni, mi chiede consigli. Spesso riempio i bollettini di conto corrente delle persone più anziane. Oggi mi chiedono di vendere dei ‘gratta e vinci’ a chi si presenta al mio sportello. Devo cercare di convincere chi vuole mandare una raccomandata, a usare la tariffa più cara, anche se in realtà non ne ha alcun bisogno. Devo vedere prodotti finanziari. Suggerire carte telefoniche. Non sono più un impiegata di un ufficio pubblico, sono una venditrice che deve decantare merci alle persone con le quale va a prendere, da anni, il caffè. Non capisco perché chi viene a spedire una lettera, deve sentirsi offrire un ‘gratta e vince’. Tanto vale che gli venda un maglione e o un orologio. E so che ho addosso gli occhi della direttrice: ‘Non vuoi fare carriera?’, mi domanda. Controllano la mia efficienza. Che dipende da quanto ‘ho venduto’. Ma io le conosco tutte le persone che entrano nell’ufficio. Come faccio a ingannarle?’.
F. rigira fra le mani il ‘gratta e vinci’.
San Casciano in Val di Pesa, 14 luglio

mercoledì 6 luglio 2011

Matera, la festa

Il carro sta per arrivare

I ragazzi e il poliziotto






Lo strappo
Ha ragione, Mariano. Il carro ‘cresce’. Ora sembra immenso. La folla ritma il suo passaggio. Grida e cori sincopati. E’ un gigante nero, il carro. La Madonna è lontana. Il carro è stato consegnato al popolo. L’auriga lascia le briglie sciolte, le mule accennano una corsa. L’elastico è tirato oltre ogni limite. Le ruote clangano sulle pietre del corso. Occhi e orecchi ora intendono un solo rumore. I ragazzi si sporgono dalle transenne, i poliziotti indossano i caschi, spintonano via i più irrequieti, sanno esattamente chi salterà. Confronto a muso duro. Ma i ragazzi hanno sguardi solo per il carro. Come battere sul tempo gli avversari.

I poliziotti davanti al carro

L'assalto

La preda

Il carro conquistato


Il carro spolpato

Il piccolo trofeo

Il trofeo



E poi io non capisco più niente. Vedo la massa del carro accelerare, intuisco il balzo dei ragazzi, vedo gente già sul carro, i poliziotti alzano i manganelli e li fanno ruotare, corrono anche loro, ma poi si dissolvono, l’urlo diventa come un’onda, i ragazzi diventano un’onda. Tutto è travolto. Alzo il braccio sinistro, proteggo la macchina fotografica, scatto a ripetizione, senza sapere cosa sto scattando, vedo un Cristo galleggiare sulla folla, vedo altri pezzi volare via. I ragazzi strappano, sfasciano, distruggono, si impossessano di statue, angioletti, ali, colombe….le spinte diventano emozioni, si ringhia, gente cade davanti a me, ci si ammucchia uno sull’altro, il carro ora è una festa di uomini appesi al suo scheletro, la folla sembra rilassarsi, i pezzi più grandi sono svaniti, tutto era già organizzato, l’auriga è sopravvissuto anche questa volta, altri si stanno contendendo i frammenti più piccoli. Una spalla, un fregio, un pezzo di cartapesta qualsiasi. Da conservare il ricordo. Danza sul carro, ebbrezza, c’è chi esibisce la conchiglia o il leone conquistato. Si spinge ancora, ma l’orgasmo si è consumato nel giro di una manciata di secondi. La festa ha atteso questi due minuti. Ora c’è gioia, senso di appagamento, ci si accorge della stanchezza, dello sfinimento. Si respira. Ci si guarda attorno senza capire. Io non capisco. Vedo pezzi volare ancora, vedo ragazzi che si fanno guappi con la compagna dagli occhi lucenti, vedo magliette in briciole, una scarpa perduta nella calca. Solo le mule sembrano impassibili. L’auriga Belisario è come pietrificato al suo posto, sguardo nel vuoto, lo tocco per capire se è ancora in sé. Il ghigno vorrebbe essere un sorriso. Si scuote. Mi viene la tentazione di salire sul carro, ma sarebbe un sacrilegio. Questa è una storia di Matera.
Riesco ad aggirare il carro. Raggiungo le transenne, mi siedo sopra. Guardo la folla dalla piattaforma. Penso che è splendido, tutto questo. Le luminarie illuminano un oceano di teste. Il carro è uno scheletro di legno. I ragazzi hanno ferite dai chiodi. Bambini razzolano nei rottami. I cavalieri si aprono una via di passaggio. Non so come, ma l’auriga riesce a far ripartire il carro. 

La fine del carro



Appare un mezzo dei pulitori: vengono già raccolte le schegge del legno, quanto è rimasto del carro. La gente si impossessa nuovamente del corso. Nelle case arrivano i predatori con i loro trofei. Orgoglio. Si ammira quel pezzo di cartapesta. Si aspettano i fuochi.
Io cerco il fiato che avevo perduto. Rinasco. O forse torno alla vita normale. Momento felice. Sto seduto ai confini della festa e mi godo la bellezza della gente, la stanchezza della gente, la felicità esausta di Matera.

Matera, 3 luglio

Matera, la festa

La cavalcata del Generale




Tra il giorno e la sera
Il cielo è sempre inquieto. Accenni di pioggia. Ma il tempo si accontenta del batticuore degli animi e del maestro-cartapestaio. Il carro reggerebbe alla pioggia? Ancora si ricorda quella volta (1989 dice uno; no, era il 1987 ricorda l’altro) che la festa corse le sue ore sotto una pioggia ininterrotta. Ora la processione si fa seria. E’ roba di potenti. I megafoni vanno avanti, sorretti dallo stesso uomo di sempre. Il prete grida le sue preghiere da distante. I segni delle croce. E le benedizioni. Il parroco conquista la testa dietro i carabinieri che aprono il corteo. La sfilata dei politici in abiti azzurri sta dietro alla statua. Non sono abituati al cammino delle manifestazioni e ora si stanno divertendo. Si va avanti con bella lentezza. La folla è una cortina invalicabile. Le luce delle bancarelle. I cavalli fanno ondeggiare le file degli spettatori. E’ il trionfo. I vicegenerali continuano a sorvegliare i cavalieri, si attraversa Matera.

La cavalcata arriva sul corso

Svicoliamo per le bancarelle, quasi deserte in questo momento. Vogliamo precedere il carro sulla piazza grande. Qualche senegalese comincia a risistemare il camioncino. Vendono cose improbabili. Mutande con le scimmiette a un euro. Corriamo per attendere la processione in piazza grande. Andiamo per la città vecchia. Arriviamo fino alla cassa armonica, l’orchestra prova a suonare, le luminarie danno gioia, il cielo si ribella alla pioggia, la piazza è piena. Ondeggia, aspetta, si beve gin tonic al piccolo bar. Musica da banda. Anche questo è un rito dei ribelli della Bruna. Poi, qualcuno, in silenzio, scompare e va a prendere posizione. Strategie di assalto al carro. Ma i veri distruttori organizzati sono già da ore in attesa attorno alle scalinate di Santa Lucia. Devo imparare i luoghi. Vado anch’io. Da solo. Il passi fa aprire il triplice cordone della polizia. Sono spariti i carabinieri, ora la sicurezza è nelle mani della Questura. Le divise gonfiano i corpi. Muso contro muso con i ragazzi dietro le transenne.

Il corso è stato sgomberato

I ragazzi in attesa a Santa Lucia

L'arrivo del carro
Prima attesa
Alla spicciolata arrivano i ‘privilegiati’: 'collaboratori' del Comitato, giornalisti, gente con il passi. Vero o falso che sia. I ragazzi dalle scalinate di Santa Lucia, da dietro le transenne, gridano. Osservo Mariano. Sta in silenzio, concentrato. Mi riconosce. Ci salutiamo. Va via la diffidenza dei ragazzi. Mi vedevano al di là delle transenne e pensavamo che ero della polizia. Tifo da stadio. Un poliziotto mi dice che ho torto: ‘Allo stadio è peggio’. Ma poi parte un inno d’Italia e tutti cantano a squarciagola. Magliette tirate sulle spalle. Muscoli tesi. Si poggia il piede sulle transenne. Il carro è lontano, il carro appare nella piazza, il carro entra nell’area protetta, caracolla per il corso, le mule sono impassibili. Uragano di applausi. I poliziotti serrano le file. Passano i cavalieri, passano le mule, passa l’ombra scura del carro. Qualcuno guarda anche la Madonna? Lei sta in alto. Troppo in alto. Ma se è come mi hanno detto, si sta godendo lo spettacolo da una posizione privilegiata. Andiamo, bisogna raggiungere San Francesco.

I tre giri (che diventano cinque)
Il corso è un trionfo. Michelangelo è una star. Il costruttore saluta la folla come un campione del calcio. Cammina davanti al suo capolavoro. Girotondo nello slargo del corso. Ora la Madonna deve scendere. Riappare Eustacchio, il falegname. E’ un lavoro suo. I poliziotti serrano le file attorno al carro. Ma riusciamo ad avvicinarci. La Madonna ondeggia, viene affidata ad altre mani. Si confondono bande, cori e cronache di televisioni locali urlate da un grande schermo.

Il trionfo di Michelangelo

Adesso bisogna segare il ‘corno’ del carro. Spetta di diritto all’auriga. Quanti ne avrà a casa Belisario, il cocchiere? Eustacchio sega il pezzo. I mulattieri bloccano gli animali. Lavoro lento, in equilibrio instabile. Il falegname si carica il peso sulla testa. Lo passa a due ragazzi con i muscoli. Il pezzo sparisce (riapparirà in un bar elegante del corso il giorno dopo). Applausi.


Viene segato il corno del carro
  
I tre giri. Manovra pericolosa. I poliziotti non mollano il carro. Il carro deve proteggere la città. Ruota su stesso. Ebbrezza. Le mule parto di scatto, il carro segue, non riesce a fare un cerchio perfetto, ci scansiamo. Si corre. Un giro, due giri, tre giri. Va tutto bene. E qualcuno decide che si può continuare. Altri due giri. Uno per il sindaco, l’altro per il vescovo, mi dicono. Nessuno lo capisce. Ma ci si sta divertendo. Come bambini. Si continua a girare. Si prende tempo. Entusiasmo alle stelle. La folla vibra. Ecco, il carro si posiziona verso il carro. Mi sposto, ripercorro il selciato di pietre, so che devo andare di fronte alla scalinata di Santa Lucia. Mariano ha le mani sugli occhi. E’ un fascio di nervi. Aspetta. Si concentra. Abbiamo tutti aspettato un’intera giornata….
Matera, 3 luglio

Matera, la Festa

La processione del Bambinello
Ore quindici passate
Tempo di rimettersi in moto. Si torna a Piccianello. La Madonna aspetta. Il Bambinello aspetta. Stanno in pace nella chiesa. La gente si è cambiata d’abito. Ha mangiato le paste al forno. Ma ha trovato anche il modo di una doccia, di una pennica brevissima. Le autorità tirano fuori le giacche eleganti e i completi blu-elettrico. Ma la processione è ancora del popolo. Donne anziane e bambine attorniano il Bambinello. Il tempo di un’ultima venerazione con gli occhi e con le dita. Mi raccontano che, da qualche anno, c’è sempre stata tensione fra parroco e donne: chi deve portare il Bambinello fino al carro? La chiesa ha rivendicato un primato. Un tempo, mi spiegano, era la donna più anziana del quartiere ad avere questo diritto. Ora non più. Ma forse c’è una sorta di compromesso: il parroco tiene ben salda la sedia del Gesù bambino vestito a festa, ma ragazzine non staccano la mano dalle gambe del piccolo sedile.
Alle spalle del Bambinello, gli uomini sorreggono sulle spalle la Madonna.
Bisogna percorrere i cento metri fino al piazzale del deposito dove è si trova il carro di cartapesta.
Qui entra solo chi ha il privilegio di un ‘passi’.


La polizia sorveglia il carro

La Madonna sale sul  carro

Il carro in attesa

Sorpresa: dentro c’è ‘l’esercito’. Carabinieri con manganelli alla cintura, caschi appesi alla cintura, aria da duri, carabinieri, forestali, un finanziere immenso, molti in abiti civili. Mi sento a disagio.
Con qualche spintone Madonna e Bambinello entrano nel deposito del carro. Il cancello si richiude. Michelangelo, il costruttore del carro, e Eustacchio, il falegname, si mettono al lavoro. C’è da montare la Madonna sul carro.

Fuori arriva la pioggia. Panico. Discussione vivace nel Comitato. Si aspetta che il cielo dia segnali rassicuranti? Alla fine si decide di prendere tempo. Di dare possibilità alle nuvole di tranquillizzarsi. All’orizzonte, raggi di luce illuminano i campi gialli delle stoppie del grano. E’ bella questa terra. La gente preme ai cancelli. Alla spicciolata arrivano le autorità.

Le mani degli spingitori

Mani si stringono sull’asta del carro. Deve uscire dal deposito. Riconosco i giovani operai che erano ai botti del mattino. Hanno lasciato gli abiti da ragazzo. Ora hanno eleganze e si sono sistemati sotto il carro. Pronti alla fatica del tiro.

L'uscita del carro



Ore diciotto passate da un bel po’
Manovra coraggiosa. Si tira il carro. A forza di braccia. Sbanda, si ribella, applausi, svia di lato. Retromarce, avanzamenti. Lo rimettono dritto. Si tira con forza. Le ruote di ferro cigolano. Spalla contro spalla. Urto contro urto. Corpi addossati uno sull’altro. Virilità. Forza. Muscoli. Ma la guida è affidata a due grandi vecchi, alti una spanna. Danno gli ordini, mettono in direzione. Gioco di ruoli.

Si tira il carro a braccia
Il carro è in linea con il cancello. Ci sono volute almeno dieci strappi. Ora si schiera la finanza. Tocca a loro aprire il cancello. Fanno una barriera invalicabile di divise e muscoli. Spingono con forza. Si accelera. I carro avanza con velocità, si tira, si spinge, si urla, bisogna curvare, si pigia via la gente, le donne volano dietro, gli uomini si induriscono. Una virata, una doppia curva, applausi dai balconi, ma sotto ci sono brividi e sudori. Ci si accalca attorno al carro. Si raggiunge uno slargo, confini della piazza di Piccianello. Qui è arrivato Belisario e i suoi 83 anni. Ha la cravatta a strisce. Una camicia bianca, fuori dai pantaloni. Da quasi quarant’anni è il cocchiere, l’auriga del carro. Ha portato le sue cinque mule. Ha dovuto affittarne altre tre. Se ne è andato a cercarle in Puglia. Sono quattro coppie di mule che tireranno il carro.

Nuovo tempo di attesa. Il carro deve essere ammirato. I carabinieri si schierano a difesa. Pancia contro pancia degli uomini. Cordone di sbarramento. Le mule lasciano cacche. Sono impassibili. Ma si svuotano la pancia. Odori acri nell’aria. La autorità scartano distante, alzano i mocassini lucidi. Ci sono tutti: vescovo, sindaco, presidenti vari. Mondo maschile. Le donne sono le mogli. Mi dicono: ‘Qui bisogna farsi vedere. Questi sono voti’. Dalla folla qualcuno grida: ‘Presidente…’. Si girano in sette. Sguardi interrogativi. Si prendono paure quando i fotografi li inquadrano. La Madonna se ne sta in piedi in vetta al carro. Grande angolo di visuale.

La finanza in difesa del carro

L'arrivo del carro nella piazza di Piaccinaello

Uno dei mulattieri


Antonio mi porta su un balcone. Sul tetto di un palazzo. Vertigini. La piazza ora è piena. La gente a va e viene. Ci invitano le salotto. Caffè freddo. Gradito. Grazie. Mi raccontano del back-stage della costruzione del carro. Voci incontrollate. Ognuno vuole dirti la sua storia.


L'auriga Belisario

La 'autorità'

La partenza della processione

Ridiscendo fra cacche, carabinieri, mulattieri, abiti blu, popolo in festa. Attesa. Saluto Belisario e uno dei mulattieri. Si mette in posa per una foto.
Arrivano i cavalieri. Devono conquistare la scorta, farsi largo fra la gente. Sono immensi.
Matera, 3 luglio

lunedì 4 luglio 2011

Matera, la festa








La processione dei Cavalieri




Ore dodici

La messa sta per finire. Questa è una festa di attese. Carrozze con cavalli murgesi aspettano di lato al sagrato. I cavalieri si fanno ammirare nella piazza grande. Cavalli immensi. Lustri e potenti. Sgambettano. Alcuni, nonostante accortezze agli zoccoli, scivolano sulle pietre di Matera. Ci vuole abilità. So che ci sono ‘giudici’ che osservano il comportamento dei cavalieri. Danno penalità se si commettono 'errori'. Sono l'élite della città per un giorno. I tre vicegenerali cavalcano altezzosi fra le file di oltre ottanta cavalieri.

Esce la statua della Madonna. Sono due le Madonne nella chiesa (il parroco non ama questa doppiezza). Una che ha paura di affrontare la cavalcata, un’altra che se ne frega e vuole andarsene in giro. ‘Ha occhi furbi’, mi dice donna Bruna. E se lo dice lei che ogni anno veste la Madonna, ci devo credere….

Il cocchiere e il Comitato

Il cocchiere

Il vescovo e il Bambinello

Esce la Madonna della Bruna


Esce il vescovo con le sue vesti porporali. Alza il Bambinello seduto su una minuscola sedia di velluto. Applausi. Cocchieri e aiutanti delle carrozze hanno fisico da body-guard e sguardi bruschi e feroci. Il vescovo cerca di darsi un’aria bonaria. Contrasto fra il suo sorriso benedicente e l’aria truce di chi sembra una guardia del corpo. Il viaggio della Madonna comincia. I cavalieri sono la scorta.

Si torna a Picciannello. Fra la folla, vecchi che hanno portato le sedie, bancarelle di immigrati (cingalesi, senegalesi, indiani, cinesi…il mondo, insomma). Cacche di cavallo sui selciati. Allineamenti imperfetti. Bella cavalcata. Il vescovo non cambia espressione. Nemmeno le guardie del corpo. I cavalli sono maestosi. Con vanità si salutano gli amici, si fanno soste per farsi vedere, il veterinario viaggia in vespone, gli aiutanti sorvegliano gli scarti dei cavalli. I vicegenerali continuano ad andare avanti e indietro fra la fila dei cavalieri. La Madonna è tranquilla. Finalmente è fuori dalla sacrestia dove la custodiscono.



L'arrivo della Madonna a Piccianello




Ore tredici e qualcosa
Quartiere popolare di Picciannello. Sopra il balcone della chiesa, il parroco ci fa salire. Brutto edificio addobbato a festa con fiori di carta e nastri di pizzo. La piazza si riempie. Arrivano cavalieri e carrozze. Viaggio finito per la Madonna e il Bambinello. Il parroco afferra il piccolo Gesù vestito a festa. Entra velocemente in chiesa. Scalpore di cameraman. Assalto a Madonna e Bambinello. I fedeli vogliono toccare, sfiorare, essere santificati, ricevere grazie. Toccano la veste della Madonna, porgono bambini, si allungano a sfiorarne la mano. Stringono le dita. Tirano fuori cellulari e fotografano. Ci si accalca. Qualcuno chiede la grazia per l'assalto al carro della notte. Si lasciano monetine in un cestino. Preti e vescovo scompaiono. ‘Buon pranzo a tutti’. Restiamo lì. Fino a quando la chiesa non si svuota. Ultime donne. Bruna ha abiti eleganti. Vuole una foto davanti alla statua. ‘Hai visto il suo sguardo?’. Mi piace stare qui. Nella chiesa vuota.

L'adorazione

La devozione

La fede

La grazia

Toccare...


  Antonio mi offre un passaggio in vespa. Corriamo per una Matera deserta. Bomba N sulla città. Come hanno fatto a sparire in un attimo i materani? Tutti con le gambe sotto il tavolo. Pasta al forno e agnello. Se la godono. Si cambiano d’abito. Ricchi e poveri. Borghesia e cafoni. Cavalieri e pastori. La giornata è ancora lunga. Arrivo all’osteria Malatesta. La pasta al forno mi ha aspettato. Chitarre e cupa-cupa. La festa contagia anche i miscredenti. 
Matera, 3 luglio

Matera, la festa

La Madonna della Bruna e il pastore



Ore cinque.
Luce su Matera. Si spengono i lampioni. Il cielo conquista il paesaggio. I Sassi sono immobili.
Passi verso la piazza.
Messa all’aperto. La Chiesa rivendica il primato religioso della festa. Altare sul sagrato. Agitarsi di fotografi.
I pastori nella prima fila.
Il quadro, inscurito da secoli di candele, esposto alla piazza.
Il parroco prova a riconquistare il ritmo della festa: ‘Non è folclore, Matera non è devota alla festa. E’ fedele alla Vergine Santissima’.
Orecchi attenti ascoltano. Cercando di decrittare i messaggi.
La piazza è bella.
Eucaristia. Partono i primi botti. Il parroco si arrabbia: ‘La processione non comincia se non vi sarà silenzio’.
I ragazzi fanno esplodere i petardi. Applausi dalle ultime file.


L'attesa della processione dei Pastori
L'unico pastore

La processione

Il presidente dell'associazione pastori

I 'pastori'

Piazza San Francesco

Il quadro della Madonna


Ore sei.
La processione parte. Si muove il grande quadro di rame della Madonna della Bruna.
Spunta un gruppetto di pecore. Un vecchio tiene per le gambe un agnello stremato. Fa la sua comparsa un coniglio e un chihuahua.
I ragazzi hanno passato la notte in bianco. Hanno bivaccato ai belvedere sui Sassi. Adesso è il loro momento. Per molti di loro è stata la prima notte passata fuori casa. Sensazione di libertà. Sono stanchissimi. Iper-reattivi.
Si impossessano della testa della processione. La trasformano in un corteo. Saranno mille, duemila. Molte magliette del Matera Calcio che rischia l’esclusione dai campionati.
I ragazzi aspettano le caramelle, i botti, i petardi. Appesi a corde lungo il percorso della processione-corteo. Trattative con la polizia.
Si dà fuoco. Il coraggio è correre più vicino possibile alle esplosioni. Spavalderia pura. Corrono tutti. Ci si spintona. Ci si travolge. Aria di fumo da polvere da sparo. Ebbrezza. 

Lo scoppio delle 'caramelle'

Il corteo-processione

I ragazzi in attesa. La processione è loro


Grida dal corte: ‘Presidente, sempre presente’. E questo cosa vuol dire? ‘Non lo so’, mi risponde il ragazzetto a cui lo chiedo. ‘Però mi piace’.
Una fila di ragazzi, in testa, si tiene a braccetto. ‘Siamo di Venosa. Ce la godiamo. Tutti amici’. Aria da ragazzini. Son tesi come un elastico. Felici. Sopra le righe.
Fotografo giovani operai con le magliette due luglio. Mi dicono che saranno loro a muovere il carro. Orgoglio.
Ogni sosta è un scoppio, una corsa, un’adrenalina. Si attraversano i quartieri ‘nuovi’ della città. Costruiti per l’esodo degli anni ’50. Serra Venerdì. Spine Bianche. Lenzuola e drappi ai balconi. Uomini e donne aspettano la processione. Hanno portato le sedie da casa.
Il capo dei pastori sta, con tenacia, con fiori bianchi in mano. Sembra cullare un bambino.
Il quadro della Madonna della Bruna è in coda. Un centinaio di fedeli attorni ai pastori. Il parroco cerca di mettere ordine nelle sue fila. Tiene le distanze dal corteo dei ragazzi.


Il trombettiere alla casa del Generale


Ore nove/ore dieci/ore undici
Bisogna andare a casa del Generale. Angelo Raffaele Tataranni. Custode a Palazzo Lanfranchi. Per un giorno, sovrano militare dei Cavalieri che scortano la Madonna nel suo andirivieni fra San Francesco e la chiesa di Piccianello.
Il Generale abita al quartiere popolare di Pini. Pastori e cavalieri. Anima popolare della festa. Salta la differenza fra borghesia e bifolchi. Non so. Angelo Tataranni è un uomo basso e forte. Si è curato alla perfezione i baffi. Pettinato come Clark Gable in Via col vento. Il capocondominio, burbero e simpatico, sorveglia che nessuno faccia il furbo. Mi rimprovera per aver calpestato un aiuola. Ci ferma. Bisogna salire solo quando tutto è pronto. Non un minuto prima. La moglie del capocondominio sta preparando la pasta al forno e lui me lo racconta. 'Vuole un bicchiere di vino?'. Dà ordini ai ragazzi che sbarrano le scale.
Saliamo.

Camera da letto. Coperta bianca sul letto, padre Pio sul comodino, armadio a specchi. La giovane figlia del Generale è in tiro. Perfetta. L'avevo incontrata il giorno prima ed era una ragazzina. Le vesti del Generale (mantello, spada, elmo, cinte, guanti…) disposte sul letto. Ad arte. Ci spintoniamo con eleganza fasulla fra fotografi. Impossibile entrarci tutti. La fotografa di Napoli vorrebbe un controluce. Cerca di dare ordini e consigli. Lei è abituati ai set. E' brava, ma qui ci sono riti immutabili. Nessuno l'ascolta.
La mamma allontana la figlia troppo elegante. Tocca alla moglie vestire il Generale. Corazza, cinta, mantello, la spada, alla fine l'elmo. Il Generale è serissimo come una statua.
Poi arrivano i cavalieri, la stanza diventa troppo piccola, ci si accalca. Si suda. Un elmo demolisce il lampadario. Ecco le autorità. Baci sulle guance. Il Generale imperturbabile e orgoglioso.

Il capocondonimio della casa del Generale

Le vesti del Generale

Le vesti del Generale

La vestizione del Generale

Giornalisti

Generale per un giorno

Porta bene assaggiare una pizzetta, bere un bicchiere di bibita. Comprate al negozio sotto casa, ancora incartate. Ci si affolla attorno al tavolo di cucina. Eccitazione. Questa stanza tornerà normale domani.
Il vicinato viene a salutare il Generale. Abbracci ai parenti. Fuori del condominio, è la fola. Da Napoli è arrivato il figlio seminarista. Che tira fuori l’abito nero. Applausi all’uscita della casa. Il trombettiere suona la carica. Il Generale non è più il semplice usciere di un museo. Sale in carrozza. Con tutti gli onori. Scortato da un cavaliere bianco, dagli occhiali bianchi e il cordino a treccia. Bisogna raggiungere piazza San Francesco.
La moglie rimane sola nella cucina: ‘Il mio compito è finito. Ora comincia quello di mio marito. Ben più importante del mio’.

Il Generale nella camera da letto

La famiglia del Generale

I Cavalieri

I Cavalieri

Il Generale esce di casa